Il Tirreno

Prato

Remando lungo il fiume rinascono dopo un tumore

Ilenia Reali
Remando lungo il fiume rinascono dopo un tumore

Amiche, complici, solidali: una squadra di donne tutte operate al seno

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PRATO. Sfiorano le acque dell'Arno, dei fiumi e dei laghetti sparsi della Toscana. Dell'Italia e del mondo. E spazzano via con vigorose pagaiate un incubo. Quell’incubo che loro, tutte, hanno visto da vicino. E che ognuna ha vinto da sé e ha poi continuato ad allontanare insieme alle altre. Toc, toc. Il rumore del tamburino sulla prua della barca anticipa il fruscìo dell'acqua, il coro di remi. La barca va avanti, si lascia dietro di sé la paura.

Sono donne. Sono tutte state operate di tumore al seno. E sono una squadra.

Sono le Florence dragon lady, il gruppo che a bordo dei dragoni, grandi canoe da 20 posti con la prua che raffigura l’animale mitologico, fa riabilitazione remando. E a ogni pagaiata rinascono. Vicine, strette, complici. E sulla loro lunga barca, con rappresentata quella mostruosa testa benaugurante, salgono anche le loro storie, il loro dolore ma anche il messaggio, forte, di chi ce l'ha fatta a vincere una malattia che ferisce le donne nella loro parte più intima.

La squadra fiorentina delle Dragon lady o, come si chiamano tra loro “donne in rosa”, nasce per un percorso avviato insieme alla Lilt, la Lega italiana per la lotta ai tumori e il gruppo dei canottieri comunali di Ponte a Verrazzano.

Sono una cinquantina, remano insieme. Anche nella vita perché questo sport, praticato anche a livello agonistico anche da chi non ha avuto problemi di salute, per loro significa molto di più. Significa trovare un luogo dove si condivide, dove si riannodano i fili spezzati da un trauma. E’ sport, è auto aiuto, è amicizia.

Jolanda Giamberini, 56 anni, infermiera, operata al seno nel 2003 è una delle leader del gruppo . «Molte di noi - dice - sono approdate a Ponte a Terrazzano su proposta di Maria Grazia Muraca, l’oncologa che ci segue nella clinica fiorentina di villa delle Rose», racconta Jolanda.

Si arriva al club di canottieri per riabilitare il braccio operato. Ma la prima cosa che si fa è spogliarsi della propria esperienza. Già dagli spogliatoi del resto ci si riconosce coi seni nudi, deturpati, sostituiti da profonde cicatrici, o perfetti per la plastica. La complicità nasce subito così. Con una protesi che tutti (ri)conoscono. Non c’è imbarazzo.

«Raccontare della propria malattia è il primo passo», spiega Jolanda. Per poi quasi dimenticarsene dopo. Fino a quando non arriva una nuova donna o finché non c’è una manifestazione in cui c’è da farsi vedere, per dimostrare che anche dopo il tumore può esserci una vita normale.

Forse, per alcuni versi, anche migliore della precedente. Come per Deanna Niccolai, 65 anni, mia madre, una delle dragonesse. «C’è un momento - ama dire - in cui ti rendi conto che devi vivere, per le persone a cui vuoi bene. E un momento in cui devi continuare a vivere per te, per fare tutto quello che avresti voluto fare e che, per vari motivi, non hai fatto».

Mia madre non è più la stessa. Non lo è dopo il tumore al seno, operato nel 2006, e dopo l’ingresso nella squadra delle Dragon lady fiorentine. Le gare, le manifestazioni, gli impegni scandiscono il suo tempo da pensionata. Le visite ai musei, i viaggi in Italia e nei paesi del mondo dove ci sono squadre gemelle la arricchiscono di esperienze, le feste, le cene la impegnano nei preparativi. Le amiche, tantissime, da cui è contornata rendono vive le sue giornate. «E’ più facile - commenta - fare qualcosa di bello se si ha con chi farlo anche al di fuori della famiglia. Specie se un filo invisibile e forte ti lega alle persone che hai intorno».

Anna Cocco, 42 anni, impiegata in un ufficio di consulenza, operata la prima volta ad appena 34 anni, è stata per tanto tempo la più giovane del gruppo. «Ora purtroppo - spiega - non lo sono più. Sono arrivate altre due amiche più giovani di me». La ricerca ha reso meno pericoloso il tumore al seno, del resto, ma l’età di chi viene colpito si abbassa sempre di più e, per questo, la prevenzione diventa un argomento da non snobbare. «Vedevo questa barca strana, grande, navigare sull’Arno - racconta - e non capivo chi fossero queste donne tutte vestite di rosa. Poi , nella clinica dove facevo i controlli, ho visto il volantino. C’era la possibilità di fare questo sport e mi ci sono buttata a capofitto. Mi avevano detto di non fare sforzi col braccio, di non alzare pesi e pensavo che non avrei mai potuto remare. E invece...».

Anna, qualche mese fa, ha subito un’operazione per l’asportazione di entrambi i seni, a causa di una predisposizione genetica ai tumori, ed è lì che si è resa ancora più conto di cosa significassero le amiche dragonesse per lei. «La mia famiglia vive in Sardegna - racconta - e loro mi hanno praticamente adottata. C’è una solidarietà infinita. E’ come avere 50 mamme che si preoccupano per te e che ti stanno vicine».

Cinquanta mamme tra i 35 e gli 80 anni che vivono sparse nell’area metropolitana compresa tra Firenze, Prato, Pistoia e Empoli e che condividono questo impegno con pochissimi uomini, i preparatori. Uno di questi, quello che ha contribuito a creare la squadra, è Alessandro Piccardi. «Ero a una gara internazionale di canottaggio a Roma - riferisce Piccardi - quando venni a sapere che in Canada, Don McKenzie, medico specializzato in medicina sportiva e fisiologia dell’allenamento all’Università di Vancouver, in Canada, consigliava il dragon boating come forma di allenamento per le donne operate al seno per evitare il linfedema, il gonfiore del braccio. Da quel momento diventò il mio pallino costituire una squadra anche a Firenze. Obiettivo raggiunto il 14 febbraio del 2006. E da allora mi occupo del loro allenamento insieme ad altri colleghi». Anche Alessandro Piccardi è tra coloro che sono colpiti dai rapporti che si intrecciano all’interno del gruppo. «C’è una solidarietà e un entusiasmo pazzeschi. E non è un caso se in questi sei anni abbiamo aiutato circa 10 squadre a formarsi in altrettante città italiane e se stiamo lavorando per costituire un nuovo gruppo a Empoli insieme all’associazione Astro e i canottieri di Limite».

Un gruppo affiatato che non dimentica le amiche che non ce l’hanno fatta. Come Margherita che continua a scendere con le dragonesse in Arno grazie alla barca che porta il suo nome e acquistata con un’offerta raccolta dai familiari. O Deanna, ancora viva nei ricordi della squadra, che poco prima di morire ha voluto organizzare una trasferta in Canada, per partecipare al festival internazionale delle Dragon lady.

E tutte le altre che, le 50 dragonesse fiorentine, ricordano gettando i fiori nel fiume.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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