La manifestazione
Torturato e ucciso nella tipografia
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La Croce d’Oro porta via la salma dalla Cartotecnica Beusi di via VannucchiL'atroce fine di un operaio, il corpo scoperto da una collega di lavoro
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PRATO. A prima vista sembra una rapina finita male, ma potrebbe essere qualcosa di peggio, molto peggio. La morte di Andrea Manzuoli, 45 anni, massacrato all'interno della Cartotecnica Beusi di via Onorio Vannucchi, all'inizio del Macrolotto 2, darà del filo da torcere agli inquirenti, perché sono troppe le cose che non tornano. A cominciare dall'accanimento col quale l'assassino (o gli assassini, tenuto conto della dinamica) si sono accaniti sul corpo dell'uomo. Manzuoli lavorava da circa quattro anni per la Cartotecnica Beusi di Massimo Prioreschi ed è stata una collega di lavoro, Miriam Zampini, ieri mattina poco prima delle 8, a scoprire il cadavere in un locale adibito a cucina. Il corpo era a faccia in giù, coperto di sangue, con un braccio piegato dietro come se qualcuno lo avesse tenuto fermo, profondi tagli sulle braccia, la testa fracassata (probabile causa della morte) e un particolare che getta una luce ancor più sinistra sulla scena: un alluce quasi amputato da una lama. Difficile che quest'ultima ferita possa essere stata inferta durante una colluttazione. Sembra più una sorta di tortura. E così l'ipotesi più logica, quella che Manzuoli possa aver scoperto un furto nell'azienda e sia stato ucciso dai ladri, col passare delle ore si è andata sempre più indebolendo a favore di altri scenari più foschi. Che cosa voleva veramente l'assassino? Solo un computer grafico che pare sia sparito dall'azienda? Troppo poco per giustificare un omicidio di questo tipo. O voleva forse "punire" la vittima per un presunto torto? Oppure estorcergli informazioni che il povero Manzuoli non ha potuto o voluto dargli? La morte, secondo i primi rilievi, risale al tardo pomeriggio o alla notte di San Silvestro. Manzuoli era in via Vannucchi perché non aveva i soldi per pagare un affitto ed era costretto a dormire in una roulotte nel piazzale dell'azienda. Da quattro anni era il tuttofare della ditta e, di fatto, anche il custode. Aveva le chiavi, quelle stesse chiavi che gli sono servite per entrare nel capannone, tentando di sfuggire al suo assassino. Alcune macchie di sangue non completamente dilavate dalla pioggia fanno pensare infatti che l'aggressione sia iniziata nella roulotte e sia proseguita all'interno dell'azienda, dove forse la vittima è stata costretta a entrare (in ogni caso non ci sarebbero segni di effrazione sulla porta). Tante, troppe domande in attesa di risposta. P.N.
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