Sicurezza
Un esposto dietro all'inchiesta Sasch
Paolo Nencioni
Perquisizioni anche a Roma. Documenti spariti: sospetti su un indagato
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PRATO. È "giovanissima" e sarebbe nata da un esposto degli stessi dipendenti della Sasch (nella foto d'archivio, alcuni dipendenti davanti allo stabilimento) l'inchiesta che giovedì ha portato agli otto avvisi di garanzia per bancarotta fraudolenta nei confronti del sindaco Roberto Cenni, del figlio Giacomo e di altri sei tra soci ed ex amministratori del Gruppo. Sono due dei pochissimi elementi trapelati ieri sul procedimento penale che agita le acque dell'economia e della politica cittadina. Gli altri elementi emersi, ancora in attesa di una conferma ufficiale, sono abbastanza sorprendenti. Uno degli otto indagati (ma non il sindaco Cenni o il figlio Giacomo) è sospettato di aver fatto sparire o di aver tentato di distruggere documenti che interessavano molto ai curatori fallimentari Evaristo Ricci e Leonardo Castoldi, e ora anche alla Procura. Sarebbe questo il motivo che ha spinto il sostituto procuratore Eligio Paolini e il procuratore capo Piero Tony ad accelerare i tempi ordinando le perquisizioni di giovedì, che automaticamente hanno fatto scattare gli avvisi di garanzia. La Procura aveva tutto l'interesse a scoprire le proprie carte il più tardi possibile, ma ha dovuto agire in fretta per evitare il rischio di vedersi sparire sotto il naso documenti molto importanti, ora al vaglio dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria. A proposito di perquisizioni, ieri è trapelata la notizia, anche questa in attesa di conferma, dell'accesso della guardia di finanza in un posto molto lontano da Prato, la sede romana della società Imti, il misterioso soggetto dietro al quale si celano gli imprenditori che, secondo la Sasch, avrebbero promesso di comprare il marchio dalla newco Via Monteverdi e poi si sono tirati indietro all'ultimo momento. Sembra però che in questo caso non siano partiti avvisi di garanzia supplementari, ma è un filone investigativo che potrebbe svilupparsi in seguito. Come è noto, gli ex amministratori del Gruppo Sasch sono convinti di essere stati presi per il naso dalla presunta cordata romana, sponsorizzata dal manager Michele Tardi (anche lui indagato per bancarotta) e dallo studio legale Olivetti Rason, su input del mondo bancario. Bisognerà poi vedere che lettura darà la Procura di queste presunte mancate promesse e delle manovre avvenute quando ancora non era tramontata l'ipotesi del concordato preventivo. Quel che è certo è che tra gli inquirenti vige una rigidissima consegna del silenzio, che nessuno finora ha violato. L'unica cosa che il procuratore capo Piero Tony e il sostituto Paolini sono disposti ad ammettere è che l'inchiesta sulla presunta bancarotta fraudolenta è nata non più di un mese fa, quando è accaduto qualcosa che ha fatto drizzare le orecchie alla Procura (l'esposto dei dipendenti, ma forse anche qualcos'altro). Certo, l'ipotesi della bancarotta non poteva essere molto più "antica" perché è un reato che presuppone la dichiarazione del fallimento, risalente alla metà di ottobre, ma un mese dopo l'ordinanza del giudice fallimentare Legnaioli, ancora prima che i curatori Ricci e Castoldi depositassero la loro relazione, la Procura ha iniziato a indagare sul serio. Carlo Mencaroni, uno degli otto indagati, ora all'Eurotintoria, dice di non sapere con precisione di cosa lo accusino. «Alla fine del 2008 Cenni mi chiamò alla Sasch per ridimensionare spese e personale - spiega - Sono stato per 11 mesi nella holding Go-Fin, ma senza poteri di firma, e non credo siano state commesse grandi irregolarità». Il sindaco Cenni, intanto, cerca di far buon viso a cattiva sorte. Ieri pomeriggio non ha rinunciato al faccia a faccia programmato su Radio Insieme, ribadendo che non ha fatto nulla di male e non ha intenzione di mollare. Giovedì sera era stato accolto con un applauso dai suoi assessori al brindisi natalizio in Comune. Sono consapevoli di essere tutti sulla stessa barca, col mare in tempesta.
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