Finanza
Cenni, ipotesi bancarotta
Paolo Nencioni
Avviso di garanzia al sindaco per il fallimento Sasch
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PRATO. Occultamento o distruzione di documenti, uso di false fatture, bancarotta fraudolenta. Sono le ipotesi di reato contestate dalla Procura al sindaco-imprenditore Roberto Cenni, al figlio Giacomo e ad almeno altri sei ex amministratori del Gruppo Sasch, la cui parabola, iniziata trionfalmente sui mercati internazionali e consacrata sulle passerelle di Miss Italia, potrebbe concludersi in un'aula di Tribunale.
Al di là dei tecnicismi giuridici, al patron di quella che fu la Sasch e ai suoi più stretti collaboratori viene contestato di aver compiuto azioni ai danni dei tanti creditori (circa 200 milioni il passivo stimato). Non è stata propriamente un fulmine a ciel sereno la notizia arrivata ieri degli otto avvisi di garanzia firmati dal sostituto procuratore Eligio Paolini che hanno terremotato il panorama politico ed economico cittadino. Da tempo si rincorrevano voci su un'inchiesta che gli inquirenti hanno sempre smentito, ma i presupposti dell'inchiesta erano noti da tempo.
C'era una relazione dei commissari nella fase del concordato preventivo, poi abortito, che già faceva riferimento all'articolo 173 della legge fallimentare (occultamento dell'attivo, atti di frode ai danni dei creditori). La relazione depositata in questi giorni dai curatori fallimentari Ricci e Castoldi ha fatto il resto. Dentro quel documento c'è una ricostruzione minuziosa dei movimenti di denaro e di merci, e verosimilmente l'ipotesi di responsabilità penali. Oltre a Roberto e Giacomo Cenni, gli avvisi di garanzia sarebbero stati notificati ai soci Gianluca e Giacomo Giovannelli, al manager Michele Tardi, a Carlo Mencaroni (già presidente del cda di Eurotintoria), ad Antonio Rosati (già presidente del cda della Sasch e cognato del sindaco Cenni) e all'ex consigliere Mario Pacetti.
A notificare gli avvisi sono stati gli uomini del Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza, ma dagli inquirenti non trapela uno spillo. A casa del sindaco, alla Pietà, i finanzieri si sono presentati prima delle 9 di ieri mattina. Dopo aver sbrigato le formalità burocratiche, hanno sequestrato alcuni documenti relativi alla Sasch, risalenti ad alcuni anni fa. Un particolare che trova solo conferme ufficiose è che ad accelerare gli atti dell'inchiesta non sia stata solo la relazione dei curatori fallimentari. Sarebbero state raccolte dichiarazioni di uno o più ex dipendenti del Gruppo Sasch che hanno fatto ipotizzare l'occultamento e la distruzione di documenti. A questo punto la Procura avrebbe deciso di stringere i tempi e sono scattate le perquisizioni (confermate quelle a casa di Giacomo Cenni, del sindaco Roberto e nella sede della Sasch a Capalle).
Documenti sarebbero stati chiesti anche al commercialista Annibale Viscomi, che però non li aveva, sulla società dove è finito l'acconto della villa di Forte dei Marmi recentemente venduta dal sindaco Cenni. Un'operazione che teoricamente poteva essere letta come un gesto di buona volontà dell'imprenditore che si fa carico dei debiti anche coi beni personali, ma che potrebbe avere anche un'altra lettura, dipenderà dall'interpretazione dei curatori e dei magistrati. Il fatto che nell'inchiesta sia finito anche Roberto Cenni significa che gli inquirenti hanno indagato e indagano su fatti precedenti alla primavera del 2009, quando Cenni, candidandosi a sindaco, abbandonò le cariche sociali.
Tra questi fatti c'è anche la disastrosa e misteriosa avventura russa: l'accordo con un distributore di Mosca che poi non avrebbe rispettato i patti, facendo perdere decine di milioni al Gruppo Sasch (questa almeno la versione finora data della storia). E la non meno negativa avventura cinese, con l'apertura di uno stabilimento i cui operai, nell'agosto del 2010, inscenarono una clamorosa protesta sotto il consolato italiano di Shanghai reclamando gli stipendi. In realtà l'azienda, a quanto si è poi saputo, era più che altro un magazzino per lo smistamento delle merci.
Sotto i riflettori della Procura, oltre ai presunti documenti spariti, ci sono anche i cosiddetti "finanziamenti intra-gruppo" tra aziende che facevano parte del Gruppo Sasch. Se si dimostrerà che i movimenti di denaro hanno danneggiato i creditori, troverà conferma l'ipotesi della bancarotta fraudolenta. Negli ultimi due anni gli amministratori del Gruppo Sasch hanno addossato la colpa dei propri guai a diversi soggetti esterni. Il manager italiano mandato in Cina. Il poco affidabile partner russo.
La fumosa cordata romana che avrebbe dovuto acquistare il marchio e che poi si è tirata indietro dopo aver ingannato i liquidatori. Buon ultimo, lo studio legale Olivetti Rason, che avrebbe preso in giro i due Giacomo (Cenni e Giovannelli) per oscuri motivi. Parte di queste rimostranze sono contenute in una memoria allegata alla relazione dei commissari giudiziali. Ora però la Procura non chiede il conto a soggetti esterni, ma solo agli ex amministratori del gruppo che per più di trent'anni ha dato lavoro a centinaia di famiglie.
Al di là dei tecnicismi giuridici, al patron di quella che fu la Sasch e ai suoi più stretti collaboratori viene contestato di aver compiuto azioni ai danni dei tanti creditori (circa 200 milioni il passivo stimato). Non è stata propriamente un fulmine a ciel sereno la notizia arrivata ieri degli otto avvisi di garanzia firmati dal sostituto procuratore Eligio Paolini che hanno terremotato il panorama politico ed economico cittadino. Da tempo si rincorrevano voci su un'inchiesta che gli inquirenti hanno sempre smentito, ma i presupposti dell'inchiesta erano noti da tempo.
C'era una relazione dei commissari nella fase del concordato preventivo, poi abortito, che già faceva riferimento all'articolo 173 della legge fallimentare (occultamento dell'attivo, atti di frode ai danni dei creditori). La relazione depositata in questi giorni dai curatori fallimentari Ricci e Castoldi ha fatto il resto. Dentro quel documento c'è una ricostruzione minuziosa dei movimenti di denaro e di merci, e verosimilmente l'ipotesi di responsabilità penali. Oltre a Roberto e Giacomo Cenni, gli avvisi di garanzia sarebbero stati notificati ai soci Gianluca e Giacomo Giovannelli, al manager Michele Tardi, a Carlo Mencaroni (già presidente del cda di Eurotintoria), ad Antonio Rosati (già presidente del cda della Sasch e cognato del sindaco Cenni) e all'ex consigliere Mario Pacetti.
A notificare gli avvisi sono stati gli uomini del Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza, ma dagli inquirenti non trapela uno spillo. A casa del sindaco, alla Pietà, i finanzieri si sono presentati prima delle 9 di ieri mattina. Dopo aver sbrigato le formalità burocratiche, hanno sequestrato alcuni documenti relativi alla Sasch, risalenti ad alcuni anni fa. Un particolare che trova solo conferme ufficiose è che ad accelerare gli atti dell'inchiesta non sia stata solo la relazione dei curatori fallimentari. Sarebbero state raccolte dichiarazioni di uno o più ex dipendenti del Gruppo Sasch che hanno fatto ipotizzare l'occultamento e la distruzione di documenti. A questo punto la Procura avrebbe deciso di stringere i tempi e sono scattate le perquisizioni (confermate quelle a casa di Giacomo Cenni, del sindaco Roberto e nella sede della Sasch a Capalle).
Documenti sarebbero stati chiesti anche al commercialista Annibale Viscomi, che però non li aveva, sulla società dove è finito l'acconto della villa di Forte dei Marmi recentemente venduta dal sindaco Cenni. Un'operazione che teoricamente poteva essere letta come un gesto di buona volontà dell'imprenditore che si fa carico dei debiti anche coi beni personali, ma che potrebbe avere anche un'altra lettura, dipenderà dall'interpretazione dei curatori e dei magistrati. Il fatto che nell'inchiesta sia finito anche Roberto Cenni significa che gli inquirenti hanno indagato e indagano su fatti precedenti alla primavera del 2009, quando Cenni, candidandosi a sindaco, abbandonò le cariche sociali.
Tra questi fatti c'è anche la disastrosa e misteriosa avventura russa: l'accordo con un distributore di Mosca che poi non avrebbe rispettato i patti, facendo perdere decine di milioni al Gruppo Sasch (questa almeno la versione finora data della storia). E la non meno negativa avventura cinese, con l'apertura di uno stabilimento i cui operai, nell'agosto del 2010, inscenarono una clamorosa protesta sotto il consolato italiano di Shanghai reclamando gli stipendi. In realtà l'azienda, a quanto si è poi saputo, era più che altro un magazzino per lo smistamento delle merci.
Sotto i riflettori della Procura, oltre ai presunti documenti spariti, ci sono anche i cosiddetti "finanziamenti intra-gruppo" tra aziende che facevano parte del Gruppo Sasch. Se si dimostrerà che i movimenti di denaro hanno danneggiato i creditori, troverà conferma l'ipotesi della bancarotta fraudolenta. Negli ultimi due anni gli amministratori del Gruppo Sasch hanno addossato la colpa dei propri guai a diversi soggetti esterni. Il manager italiano mandato in Cina. Il poco affidabile partner russo.
La fumosa cordata romana che avrebbe dovuto acquistare il marchio e che poi si è tirata indietro dopo aver ingannato i liquidatori. Buon ultimo, lo studio legale Olivetti Rason, che avrebbe preso in giro i due Giacomo (Cenni e Giovannelli) per oscuri motivi. Parte di queste rimostranze sono contenute in una memoria allegata alla relazione dei commissari giudiziali. Ora però la Procura non chiede il conto a soggetti esterni, ma solo agli ex amministratori del gruppo che per più di trent'anni ha dato lavoro a centinaia di famiglie.
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