Sicurezza
IL PUNTO
Tre proposte ragionevoli per cominciare un dialogo senza finzioni
Alberto Vivarelli
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Le riprese "clandestine" della fiction della tv cinese, restituiscono l'immagine di due mondi che non comunicano, e quando si sforzano di farlo si ha l'impressione di assistere ad una finzione. I ripetuti no alla comunità cinese, non aiutano il dialogo, che è l'anticamera dell'integrazione; e non possono bastare accordi o progetti basati solo su accordi economico-commerciali. Ci vuol ben altro, devono essere le due comunità - o le parti più avanzate di esse - a trovare un equilibrio che permetta ai pratesi di sentirsi ancora a casa propria e ai cinesi di non essere considerati ospiti graditi la notte, mal sopportati di giorno. Ovviamente nel rispetto delle regole, un principio che deve valere per tutti, senza zone franche. Ma non aiuta nemmeno il linguaggio ambiguo: ciò che si dice a Pechino deve essere uguale a ciò che si ascolta a Prato. Le considerazioni dei dirigenti dell'Associazione cinese di amicizia, manifestano insofferenza verso le norme che regolano il lavoro in Italia: vorrebbero mani libere sui luoghi di lavoro, perché sono venuti in Italia per guadagnare, e quello vogliono fare. È un linguaggio pericoloso perché offre giustificazioni intollerabili a chi fa lavorare - e lavora - in condizioni di schiavitù, a volte senza passare, alla fine dell'anno, dall'Agenzia delle entrate. Considerazioni, inoltre, che danno forza a chi - da una parte e dall'altra - non vuole il dialogo, l'integrazione, la contaminazione delle culture. In settimana ci sono stati messaggi importanti, che amministratori e imprenditori devono cogliere. Dal professor Franco Cardini è venuta la proposta forte di condurre l'integrazione lungo il percorso della conoscenza delle reciproche storie; dal senatore Vannino Chiti l'idea più operativa di chiedere l'apertura di un Consolato cinese a Prato; dall'imprenditore Andrea Marotta l'invito a utilizzare le opportunità che arrivano dalla Cina. Ecco, su questi temi la politica e la città dovrebbero riflettere e lavorare - ma per cortesia, senza allestire "tavoli" - evitando scontri frontali tra istituzioni, perché le prove muscolari servono solo a esacerbare gli animi. Certo, un lavoro che alla fine potrebbe risultare inutile se non si mettono in campo misure di controllo più efficaci e sanzioni più severe. Ad esempio, quante volte in questi anni è stato applicato il reato di riduzione in schiavitù alla fine del percorso giudiziario, conseguente ai blitz nei capannoni cinesi?
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