La manifestazione
Chinatown, occasione persa
Maria Lardara
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Un gruppo di cinesi lungo una delle strade del Macrolotto zero Nel libro del sociologo Bressan le trasformazioni mancate
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PRATO. Sono i luoghi che volgarmente chiamiamo "Chinatown", "zone di transizione" per usare un'immagine più cara agli antropologi Massimo Bressan e Sabrina Tosi Cambisi (il primo è presidente dell'istituto di ricerca Iris). Un caso di scuola, su cui i due studiosi hanno puntato una lente d'ingrandimento di 50 pagine, tanto da dedicare a Prato - insieme al quartiere Isola di Milano, la Magliana di Roma e i quartieri spagnoli di Napoli - un capitolo del loro volume fresco di pubblicazione, intitolato "Zone di transizione. Etnografia urbana nei quartieri e nello spazio pubblico" e presentato venerdì al circolo Curiel di via Filzi. Un luogo non scelto a caso visto che nei paraggi, i due antropologi hanno raccolto dati, testimonianze e curato interviste. Grazie all'iniziativa congiunta di due associazioni "Assemblea Libertà è Partecipazione" e "Spazio Pubblico", si è riflettuto su come un pezzo di città abbia potuto cambiare i suoi connotati sociali in modo violento, con uno sguardo verso il futuro e le previsione delineate dal nuovo piano strutturale. Bocciato dall'antropologo Bressan (che ha studiato il modello di Chicago per la presenza di un quartiere "ghetto") e da un coro di urbanisti intervenuti (gli architetti David Fanfani, Maria Rita Cecchini di Legambiente e Roberto Vezzosi). «Il Piano strutturale opera previsioni preoccupanti nella misura in cui indica la crescita in verticale come risposta alla sottodotazione di spazi verdi e di aggregazione nel Macrolotto zero. In realtà, a terra spazi pubblici non ce ne sono. Il vivere in questi quartieri espone i cittadini a un'enorme quantità di stimoli. Ma perchè questo si traduca in vantaggio - dice Bressan - tutte le componenti devono partecipare ai processi di cambiamento della città». Anche i residenti cinesi, insomma, dovrebbero partecipare alla costruzione del quartiere. Sotto accusa l'intervento pubblico, latitante in passato. «Le forme di segregazione residenziale - si legge - dipendono dalle modalità in cui il quartiere si è sviluppato e la graduale trasformazione in una mixitè urbana non è stata in alcun modo perseguita». E se per l'architetto Fanfani «su Prato non è mai stata applicata una reale politica di pianificazione urbana», sottolineando le carenze del soggetto pubblico in una vision d'insieme, Vezzosi attribuisce importanza anche all'intervento privato, certo che «il Piano strutturale proposto dalla giunta non avrà mai possibilità di essere attuato».
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