Il dolore
«Costretto a fare la rapina»
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Una rapina a una filiale di CariPrato L'insolita difesa dell'imputato: mi minacciavano
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PRATO. «A fare quella rapina io nemmeno ci volevo andare, mi hanno costretto, hanno detto che avrebbero fatto del male a mia figlia..». Accusato di aver dato l'assalto alla filiale CariPrato di Mezzana, nel settembre del 2008, Francesco Ruisi, 38 anni, di Alcamo, ha raccontato ieri ai giudici una storia che nelle sue intenzioni potrebbe scagionarlo. Bisognerà poi vedere se i giudici gli crederanno. La storia è indubbiamente insolita ed è stata raccontata ieri per la prima volta da Ruisi, che è stato arrestato dai carabinieri nel settembre dell'anno scorso, in seguito alle dichiarazioni del suo complice, Emilio Greco, anche lui di Alcamo. Greco, arrestato nel maggio del 2009 dopo un colpo a San Mauro a Signa e già condannato a tre anni e quattro mesi, disse che insieme a lui, a Mezzana, c'era Ruisi. Quest'ultimo non ha potuto negare di aver partecipato al colpo perché aveva lasciato una chiara impronta digitale sul sistema di sicurezza della banca, ma sostiene di essere stato obbligato a farlo. Dice che si era rifiutato di pagare una tangente ad alcuni malavitosi di Alcamo, in provincia di Trapani, e così gli fu intimato di «mettersi a disposizione». Lo avrebbero portato a forza a Prato, picchiato, fatto alloggiare da un affittacamere e minacciato di far del male alla figlia se non avesse collaborato. Lui fece la rapina e dice di non aver preso nemmeno un soldo (il bottino del resto fu esiguo, appena 600 euro). In seguito ha fondato un'associazione antiracket e antiusura ad Alcamo e lavora in un patronato. Il pubblico ministero Benedetta Foti, che rappresenta la pubblica accusa al processo contro Francesco Ruisi, non è sembrata molto convinta della versione fornita dall'imputato. Ha chiesto come mai non ha denunciato prima le intimidazioni ricevute e la risposta è stata un po' vaga. Il processo è stato aggiornato a febbraio per la sentenza.
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