Il Tirreno

Prato

Fa prostituire la figlia di 15 anni

Paolo Nencioni
Il dirigente della squadra mobile Nannucci
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Il dirigente della squadra mobile Nannucci

In carcere la madre e la sorellastra, accertamenti anche sui clienti

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 PRATO. «Sì, è vero, sono appena arrivata dall'Albania per prostituirmi». Poche parole, poi in parte ritrattate, che hanno fatto accapponare la pelle ai poliziotti della squadra mobile. Perché a pronunciarle, una sera di fine settembre, non è stata una delle tante lucciole straniere che si vendono lungo viale Fratelli Cervi o alla stazione. A parlare è stata una ragazzina di 15 anni, mandata sul marciapiede dalla sua stessa madre che fa lo stesso mestiere.  Ora la donna, 47 anni, anche lei arrivata da poco in Italia, è in una cella del carcere di Sollicciano, insieme alla sorellastra ventinovenne della ragazzina e a un albanese di 31 anni. Tutti e tre sono accusati di sfruttamento della prostituzione minorile, in una «storia triste, in un contesto di disperazione e necessità», come l'ha definito il vicequestore Francesco Nannucci, che ieri ha raccontato la vicenda ai cronisti.  Tutto è iniziato il 27 settembre, quando i poliziotti della squadra mobile hanno controllato un paio di giovani albanesi in via dei Palli, strada storicamente vocata alla prostituzione notturna. Accanto alla macchina c'è una donna di 29 anni, dentro la sorellastra quindicenne (stessa madre, due padri diversi, rimasti in Albania). Siccome la più piccola non ha con sé i documenti, i poliziotti le accompagnano a casa e scoprono dal passaporto che la quindicenne è arrivata da pochi giorni. Le due negano di prostituirsi e i poliziotti fanno finta di andarsene. In realtà continuano a controllare i movimenti delle sorellastre e le vedono tornare in via dei Palli, dove si accordano con un cliente e tornano verso casa, un monolocale di via del Popolino, a San Giusto.  Prima che possa succedere qualcosa, i poliziotti fermano di nuovo le due sorellastre e il cliente, che ammette di essersi accordato con la più grande per una prestazione sessuale. Sentite separatamente, le sorelle danno due versioni inconciliabili: la ventinovenne nega di aver fatto prostituire la più piccola, quest'ultima invece dice candidamente di essere venuta dall'Albania insieme alla madre proprio per prostituirsi. I clienti sono disposti a pagare molto di più pur di andare con una ragazzina.  Ce n'è abbastanza per informare il sostituto procuratore Pietroiusti della Direzione distrettuale antimafia, competente sulla prostituzione minorile, che dispone le intercettazioni telefoniche, e già dalla prima conversazione i sospetti della polizia trovano fondamento. La quindicenne viene prelevata e portata in una casa protetta, insieme a un dodicenne (figlio della sorella più grande) che vive nella casa di via di Popolino.  In quel monolocale di pochi metri quadri vivono in sei: la madre, le due figlie, un nipote, un'altra donna e un uomo albanese. Quando le figlie tornano a casa con un cliente, l'uomo libera l'appartamento. Di solito vanno in cantina, dove hanno sistemato un materasso per quando le cose vanno per le lunghe.  Le intercettazioni telefoniche continuano anche dopo l'allontanamento della quindicenne dalla madre, e aggiungono altri elementi accusatori: la madre e la sorellastra si raccomandano di non raccontare niente alla polizia, ma ormai la frittata è fatta. Ora la polizia indagherà anche sui clienti della quindicenne, che rischiano una condanna da sei mesi a tre anni.

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