Attenzione
Sequestri per 9 milioni di euro
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La sede dellex Gruppo Flowers Inchiesta sull'ex Flowers, la Cgil: «Non ci siamo fatti intimidire»
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PRATO. Sono finiti in carcere con l'accusa di associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso, ma a conti fatti, è il caso di dirlo, a far più male agli imprenditori Benedetto e Diocrate D'Innocenzo, titolari di fatto dell'ex Gruppo Flowers di Montemurlo, arrestati lunedì dalla squadra mobile fiorentina, potrebbero essere gli accertamento della guardia di finanza. Il decreto di sequestro "per equivalente" firmato dal giudice per le indagini preliminari Angelo Antonio Pezzuti è rovinoso per i due indagati e riguarda sette società, 16 fabbricati, 23 terreni, una trentina di conti correnti, per un totale di oltre 9 milioni di euro. I 300.000 dollari per i quali la Direzione distrettuale antimafia ipotizza il riciclaggio con la complicità di due dipendenti del Monte dei Paschi, uno dei quali impiegato nella filiale di Montecarlo, sono dunque briciole rispetto al giro d'affari della famiglia D'Innocenzo. Secondo il Gruppo di Formia della Finanza, comandato dal maggiore Luca Brioschi, i D'Innocenzo usavano un sistema collaudato: tramite società "cartiere" producevano fatture per operazioni inesistenti e con queste creavano un credito d'imposta che serviva a compensare le tasse. Un altro sistema, secondo le Fiamme gialle, consisteva nel vendere fatture false a società esterne, in cambio del 10% del valore. Intanto la Cgil, che si è vista minacciare pesantemente due sindacalisti da parte del presunto gruppo criminale, rivendica il proprio ruolo nella vicenda. «L'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia - si legge in una nota della Camera del lavoro - ha portato definitivamente alla luce un cancro che si annidava in quell'azienda dal momento del trapasso di proprietà». «Al di là degli aspetti propriamente criminali, che sono emersi con l'inchiesta della magistratura e l'intervento delle forze dell'ordine - scrivono da piazza Mercatale - dalla Cgil di Prato è stata svolta una pura e semplice azione sindacale a tutela dei diritti delle lavoratrici, che prestavano la loro attività senza riuscire a riscuotere. La nostra azione si è limitata a questo: senza farci condizionare da chi pensava di riuscire ad intimidirci. Certamente è stata data la giusta considerazione alle minacce, ma abbiamo cercato di operare semplicemente come per qualsiasi altra azienda, secondo le pratiche e i protocolli che guidano l'azione sindacale. Che non vuole essere "martire" ma neppure può lasciarsi intimidire da gente che vorrebbe fare di Prato una zona mafiosa». P.N.
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