Il dolore
I liquidatori si sentono traditi
Paolo Nencioni
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Giacomo Cenni A destra Roberto Tanti appetiti poco chiari intorno al crepuscolo del Gruppo Sasch
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PRATO. I presunti «atti di frode» che potrebbero essere stati commessi dagli amministratori della Sasch ai danni dei creditori coinvolti nel fallimento del gruppo facente capo all'imprenditore e sindaco Roberto Cenni sono contenuti anche nella relazione che i curatori fallimentari Leonardo Castoldi ed Evaristo Ricci hanno trasmesso in Tribunale per le opportune valutazioni della Procura. Non si tratterebbe di una distrazione di beni, ma di una eventuale «omessa o tardiva comunicazioni rilevanti per i creditori», oltre a una «omessa informazione sulla chiusura di alcuni rami di azienda». In altre parole, aver rappresentato una situazione più florida di quella reale. In questi casi spetta alla Procura valutare se si è in presenza di un reato di bancarotta, valutazione che ancora non è stata fatta. Roberto Cenni è comunque convinto che nessun ritardo si possa addebitare agli amministratori della Sasch, che avrebbero agito tempestivamente, chiedendo il fallimento in proprio, quando hanno capito che la situazione stava precipitando. Nella complessa partita che si sta giocando intorno al fallimento del Gruppo Sasch, richiesto in proprio dagli amministratori alla metà di ottobre, emerge però con sempre maggior forza il ruolo poco chiaro dei professionisti che hanno gestito la fase più delicata della crisi del gruppo. A cominciare dallo studio legale Olivetti Rason, poi sostituito in corsa dallo studio Baldini proprio per presunte inadempienze nell'assistenza ai liquidatori Giacomo Cenni e Giacomo Giovannelli. Ma ancora di più della misteriosa cordata romana entrata nella compagine sociale della Via Monteverdi con la promessa di mettere soldi freschi per rilanciare il marchio, dopo il periodo di affitto del ramo di azienda. I contatti coi liquidatori, per conto di Via Monteverdi, sono stati tenuti dal finanziere napoletano Renato D'Andria che già nel 2009 era stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta su evasione fiscale e riciclaggio. In quella stessa inchiesta finì agli arresti domiciliari anche Antonio Compagna, ora amministratore di Via Monteverdi. Se erano questi i personaggi che dovevano garantire l'impegno di un partner finanziario in grado di rilanciare il marchio Sasch, non ci si deve stupire più di tanto se il progetto è fallito. Ci si può chiedere semmai perché siano stati scelti proprio loro come interlocutori. In una memoria allegata alla relazione dei curatori fallimentari, i legali della Sasch accusano il gruppo I.M.T.I., rappresentato dal finanziere D'Andria, di aver attuato una tattica dilatoria e ingannevole, per non meglio precisati motivi, di cui sarebbero stati vittime i due giovani liquidatori Cenni e Giovannelli, oltre alla mancata assistenza legale dello studio Olivetti Rason, che si sarebbe eclissato costringendo i liquidatori a chiedere aiuto a un altro studio legale prima della richiesta di fallimento in proprio. A giorni potrebbe essere dichiarato il fallimento della Via Monteverdi, che rimetterebbe in ballo i rami d'azienda del Gruppo Sasch, consentendo ai curatori di indire un'asta internazionale sul marchio e sulla rete distributiva. Ci sarebbero già alcuni soggetti interessati, tra cui il Fondo d'investimento Orlando.
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