Nemici e amici del tessile pratese interessati ai macchinari della tintoria ostaggio dellaffitto
Turchi, cinesi, biellesi e anche francesi gli occhi del mondo puntati su Fin Mode
Ilenia Reali
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Un operaio sulle pezze di Fin Mode nel giorno della chiusura e sopra lesterno della tintoria 3 MINUTI DI LETTURA
PRATO. E' destinato a essere un fallimento simbolo quello della tintoria rifinizione Fin Mode. E comunque sicuramente destinato ad avere addosso gli occhi del mondo. In questi mesi l'azienda di via del Molinuzzo ha fatto alzare le antenne in diversi paesi: il tribunale, oltre all'imprenditore cinese, ha registrato l'interesse anche di un'impresa turca e di una società formata da un pratese e un biellese. Due offerte, molto diverse tra loro, che non sono andate in porto e ognuna interessante per interpretare quello che succederà nel distretto. Quindi: Cina, Turchia, Italia. Ma non solo. Di Fin-Mode si è parlato anche in Francia e Germania dove hanno sede due case di asta interpellate per gestire una vendita internazionale dei macchinari. L'ipotesi che alla fine sembra più probabile e che comunque difficilmente riuscirà a saldare l'enorme massa di debiti, più di cinque milioni di euro, accumulati dalla società. I TURCHI Un gruppo di rappresentanza di una importante società turca, si parla della Altinyildiz, è arrivata a Prato qualche settimana fa con un obiettivo: quello di acquistare tutti i macchinari della tintoria-rifinizione. La società era disponibile a sborsare circa un milione e 900.000 euro divisi per in più rate con un anticipo di 900.000 euro. L'offerta è stata respinta dal comitato di creditori perché ritenuta troppo poco soddisfacente. Non è escluso però che nel giro di qualche giorno la società possa ripresentarsi con una nuova offerta. I CONCORRENTI Al di là dell'interesse di una società turca per la Fin Mode l'offerta assume importanza perché è la prima volta che una società di quel paese arriva a Prato per comprare in blocco i macchinari di un'azienda di nobilitazione. Se si tiene in considerazione che la Turchia ha da qualche tempo sostituito la Cina come più temibile concorrente (il livello qualitativo è migliore e le distanze da percorrere assai inferiori) il fatto che ci sia un interesse per la fase fiore all'occhiello nella produzione di tessuti diventa un elemento da tenere in considerazione. Il rischio infatti è che Prato cominci a svendere pezzi anche a nuovi, e più pericolosi, concorrenti. Un cliente europeo del resto andava con più difficoltà ad acquistare in Cina di quanto potrà fare - e in parte sta già facendo - con la Turchia. PRATO-BIELLA E' l'offerta pervenuta sicuramente più interessante: due imprenditori (uno del settore tessile di Prato e uno di Biella) si erano offerti di far ripartire la tintoria-rifinizione e riassumendo una bella parte di dipendenti, più o meno 45 contro i 60 del periodo della cessazione. La trattativa si era arenata perché l'immobiliare proprietaria dell'edificio (e di cui ha il 50% il titolare della Fin-Mode, Maurizio Silvestri) aveva richiesto un canone ritenuto troppo elevato. Si parla di 60 euro il metro quadrato per una cifra totale di oltre 400 mila euro all'anno. E' da sottolineare che l'immobiliare proprietaria non ha l'urgenza di affittare a prezzi più bassi dal momento che riscuoterà l'affitto riportato nel contratto con Fin Mode con il privilegio dal fallimento. IL GIOVANE CINESE E' di un imprenditore pratese-cinese l'ultima offerta arrivata sul tavolo dei curatori fallimentari. Si propone di riprendere cinque dipendenti (quelli con qualifiche che ad oggi hanno solo i pratesi) e i macchinari della tintoria. Sul nome dell'imprenditore c'è ad oggi il più stretto riserbo e comunque l'offerta parrebbe poco circostanziata. CONTO ALLA ROVESCIA Sulle decisioni pesa il fattore tempo. I debiti sono infatti oltre 5 milioni di euro mentre l'attivo è una cifra assai inferiore che viene erosa, mese dopo mese, dall'affitto. Prioritario è quindi chiudere la partita velocemente e non si nasconde che già ci sono trattative strettissime con due case d'asta che si sarebbero impegnate a vendere i macchinari ma che hanno bisogno di due mesi per pubblicizzare l'asta a livello internazionale. Un modo questo per riuscire a pagare almeno i dipendenti mentre sembra certo che poco rimarrà da dividere tra i fornitori. Qualunque sia la strada che si deciderà di percorrere.
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