Il Tirreno

Prato

Cechov e le metafore della vita

Miriam Monteleone
A destra Valentina Banci e Francesco Borchi in scena
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A destra Valentina Banci e Francesco Borchi in scena

Paolo Magelli dopo 13 anni porta in scena "Il giardino dei ciliegi"

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 PRATO. Paolo Magelli, dopo quasi tredici anni, porta in scena per la terza volta "Il giardino dei ciliegi" di Cechov. Un classico, su cui qualcuno potrebbe dire che è stato detto tutto. Eppure il direttore artistico del Metastasio ci investe di nuovo, puntando su una rivisitazione forte e anticanonica e sull'attualità del testo. Lo spettacolo, coprodotto dallo Stabile della Toscana e da quello della Sardegna, debutta in prima nazionale al Metastasio mercoledì alle 21; in replica fino al 4 dicembre.  Durante le prove abbiamo incontrato Magelli per qualche anticipazione.  Come mai ha deciso di mettere in scena questo spettacolo per la terza volta? «Perché mi sembra di non averlo mai fatto e perché stavolta non sarà come le altre. La prima volta che ho messo in scena lo spettacolo è stato durante la guerra a Zagabria. Nel foyer devastato del teatro Gavella, tra le macerie. Il pubblico era tutto infagottato nei cappotti. Ci saranno stati 5 gradi sottozero. Fu una specie di miracolo tragico. La ricordo come una rivisitazione polemica nei confronti del Nazionalismo. La seconda volta a Wuppertal fu invece un'edizione del bello. Questa volta direi che ho puntato sulla classicità e la modernità di Cechov, cercando un punto d'incontro tra le interpretazioni di Stranislawski e Mejerchold e puntando sull'attualità del testo».  Lo spettacolo non sarà in costume. Spieghiamo meglio cosa vedremo sulla scena. «Non trattandosi di un'indagine classica, non ci sono né le scenografie né i costumi tipici del tempo. Lo spettacolo è piuttosto costruito su dei simboli, Cechov descrive un arrivo e una partenza e un'attesa come metafora incessante della vita. Per l'occasione ho ritradotto il testo e a parte qualche battuta, nello spettacolo lo riproponiamo integralmente. Il messaggio che passerà sarà quello della deturpazione del bello, della solitudine e del'iperattiva. Mali del nostro oggi».  Nelle note di regia ha ammesso di voler riproporre con fedeltà un "Giardino delle visciole" più che un "Giardino dei ciliegi". A cosa alludeva? «L'opera è conosciuta in tutto il mondo come "Il Giardino dei ciliegi", che è poi il titolo che anch'io ho mantenuto. Ma siamo prigionieri di questo titolo. Cechov scrisse "Il Giardino delle visciole" in realtà, con l'idea di raccontare la fragilità di questa pianta come metafora della vita. La visciola è una ciliegia amara, il cui albero fiorisce conservando la sua bellezza solo per qualche istante, per poi cominciare a sfiorire. E' un albero inutile. Mettere in scena questa fragilità era ciò che più mi interessava».  Passiamo al cast. In scena ci saranno gli attori della compagnia stabile del Metastasio e gli attori dello Stabile di Sardegna. Un esperimento non da poco. Come è stato lavorare con questi due gruppi?  «È stato faticoso per certi aspetti, quanto meraviglioso. E' la prima volta che due teatri stabili mettono insieme i loro attori e spero che l'esperienza possa ripetersi e consolidarsi. Abbiamo iniziato le prove a maggio a Cagliari e le abbiamo riprese adesso qui a Prato. Per gli attori senza dubbio è stata un'esperienza stimolante, in grado di aprirgli la mente. Gli attori non devono mai restare ancorati al linguaggio scenico di un solo regista. Non a caso, alcuni di loro ad aprile interpreteranno "I fratelli Karamazov" con la regia di Guido De Monticelli».  A questo proposito cosa vi siete inventati per coinvolgere la città nella realizzazione del "Giardino dei Ciliegi"?  «Abbiamo creato una nuova collaborazione tra "Prato Fabbrica" e "Prato Teatro" e abbiamo cominciato a chiedere ad alcuni industriali di sostenerci nei nostri progetti con la loro fantasia, nei costumi per esempio o nelle scene. Molti hanno risposto con entusiasmo. Questa produzione ha avuto tanti sponsor tra cui la ditta Valdemaro Beccaglia, Cataldi Group, la rifinizione Santo Stefano e molti altri, che ringrazio».

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