La manifestazione
Sequestra e picchia l'ex amante cinese
Giovanni Ciattini
Sotto processo filatore pratese accusato di violenza sessuale
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PRATO. Lui artigiano pratese, lei clandestina cinese. Lui il padrone, lei la dipendente. Tra i due nasce una storia d'amore che va avanti per circa un anno finché i due non si lasciano. Una fine però male accettata da Gianluca Banci, 46 anni, titolare della filatura Arcafil di Chiesanuova. Per un giorno intero l'uomo terrà sequestrata la donna cinese (39 anni), picchiandola, minacciandola, sottoponendola a molestie sessuali. Tutto questo è emerso ieri mattina, per la prima volta, nell'aula del tribunale di Prato durante l'istruttoria dibattimentale. A raccontare la storia ieri mattina c'era la donna cinese, assistita dall'avvocato Gabriele Terranova. Al suo fianco, pur capendo e parlando un buon italiano, un interprete che l'aiutava nel tradurre i termini meno comprensibili. La vicenda, che illumina sotto una luce diversa il fenomeno dello sfruttamento della manodopera clandestina cinese, risale all'estate 2008. A quell'epoca la storia d'amore fra l'artigiano e la dipendente cinese era già finita. Nato alcuni mesi dopo che lei, nel 2007, era entrata alle dipendenze di Banci, il rapporto fra i due era andato avanti come una relazione parallela a quella coniugale dell'artigiano. Una volta interrotto il rapporto però Banci, in qualche modo, ha continuato a sentirsi "padrone" del destino sentimentale della donna cinese. L'8 agosto 2008 la donna accettò di uscire insieme ad un'amica, sua connazionale, e al marito italiano e ad un altro italiano. Un comportamento che, al suo rientro nel laboratorio-alloggio dove lavorava e viveva, l'artigiano mostrò di non aver gradito affatto dando vita ad una furiosa scenata di gelosia. La donna venne costretta a spogliarsi, venne palpeggiata nelle parti intime, picchiata, oltraggiata. Tenuta segregata per una giornata intera. Da qui il ricco capo d'imputazione mosso nei confronti di Gianluca Banci: lesioni aggravate, ingiurie, minacce, sequestro di persona, violenza sessuale, favoreggiamento della manodopera clandestina. Oltre alla donna nella ditta di filatura avrebbero infatti lavorato altri due cinesi clandestini. Una versione contestata però da Banci che avrebbe attribuito i lavoratori cinesi ad un'altra ditta che occupava in affitto parte del capannone. Ventiquattro ore in balia dell'ex amante che, come lei ha raccontato anche ieri mattina in aula, l'avrebbe umiliata in vari modi: sia scattandole delle foto seminuda, con la minaccia di renderle pubbliche, sia facendo a pezzi quelli dei familiari della donna. L'incubo è terminato quando la donna è riuscita a telefonare all'amica per chiedere aiuto. Una volta fuori dal capannone è andata a presentare la denuncia. Nei giorni seguenti si è fatta medicare al pronto soccorso. Il suo caso è stato poi preso in carico dalla rete di assistenza per le donne maltrattate. Ma liberarsi dalle "attenzioni" di Banci non è stato facile: per diverso tempo continuò a tempestarle di telefonate. Per non avere più a che fare con lui rinunciò anche all'ultimo stipendio. Ora la donna, che ha ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di giustizia, si è rifatta una vita con un altro italiano. Le ferite per le angherie subìte, come è emerso ieri in aula, non sono però ancora rimarginate. Il 21 novembre riprenderà il processo.
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