Il Tirreno

Prato

«I giovani orientali come "istruttori di legalità"»

Maria Lardara
Da sinistra, Dario Di Vico Edoardo Nesi e Roberto Caverni
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Da sinistra, Dario Di Vico Edoardo Nesi e Roberto Caverni

L'idea di Tang al convegno della Monash. Città e cinesi, un rapporto complesso

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 PRATO. Metti che un giorno tutti i cinesi facciano le valigie e dicano addio a Prato. Immaginate che tanti capannoni del Macrolotto si svuotino e lo stesso accada ai portafogli dei pratesi proprietari di quegli immobili. Cosa accadrebbe? «Necessario contrastare l'illegalità se i cinesi non pagano le tasse, ma gli affitti ai pratesi i cinesi li pagano: teniamo conto anche di questo in un'analisi dell'impatto della comunità orientale su Prato». La voce che risuona alla tavola rotonda organizzata mercoledì sera alla Monash University è di Edoardo Nesi, assessore provinciale e scrittore. Accanto a lui c'è il collega del Comune, l'assessore-industriale Roberto Caverni e poi ancora un altro imprenditore, Luca Giusti, presidente di Confartigianato. A stuzzicare tutti pensa l'editorialista del Corriere della Sera, Dario Di Vico, che ha rilanciato la stessa provocazione di qualche mese fa: ovvero, la proposta di un concorso di idee per la città. Cadde nel vuoto allora, l'occasione è stata persa mercoledì sera durante un dibattito che si è risolto nell'ennesima fotografia scattata a una realtà ormai sotto gli occhi di tutti. Crisi, illegalità e immigrazione cinese: un intreccio tutto pratese sempre più difficile da districare. A rompere il ghiaccio dalla platea è stato il 63enne Anthony Tang, il primo cinese che sbarcò sulle rive del Bisenzio alla fine degli anni Settanta. Ha suggerito una ricetta semplice: «Perché non fare in modo che i cinesi di seconda generazione spingano le famiglie a mettersi in regola? Le istituzioni potrebbero formare un gruppo di giovani cinesi "istruttori" della legalità per lo sviluppo di Prato».  Ma i ragazzi dagli occhi a mandorla farebbero questo "sacrificio"? Non si direbbe a sentire l'intervento di Joyce Dul, corrispondente del Financial Times che abita a Londra ed è originaria di Pechino. Ha visitato Prato un anno fa, ha vissuto dieci giorni a contatto con una famiglia di via Filzi e ha ricavato materiale per una tesi post universitaria ("From China-town to China-city"). «Ho conosciuto a Londra giovani cinesi che negano di aver vissuto parte della loro vita a Prato come se fosse un marchio negativo, tanto è il disagio vissuto da immigrati. E poi dove sono i giovani stasera a questo dibattito?».  Un'idea ce l'ha Di Vico. Che chiama in causa la Cgil per la battaglia in difesa dei diritti dei lavoratori cinesi. «Perché non organizzano il prossimo Primo Maggio davanti a un capannone cinese, magari volantinando simbolicamente? Sarebbe diverso dal vedere solo gli elicotteri dei blitz...».  Giusti pone un paio di quesiti. «Ma lo sapete quanti tecnici di tessuti diplomati al Buzzi vanno a insegnare in Cina? E che i bilanci della maggior parte dei lanifici sono fatti con prodotti commercializzati attraverso semilavorati comprati all'estero? Scelte imprenditoriali legittime, ma diciamolo quando si parla di crisi». Più da addetto ai lavori che assessore, Caverni racconta un altro paradosso: «Alcuni clienti del mio lanificio vengono a Prato non più per comprare tessuti ma articoli di pronto moda. Solo se riusciamo a farli rientrare nella legalità, i cinesi potrebbero diventare una risorsa».

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di Redazione web