Gioco
«La mia pelle aiuta ad accettare la diversità»
Mar. Lar.
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Don Jean Jacques Ilunga da domani ufficialmente parroco di San Paolo Domani il congolese don Ilunga diventerà parroco di S. Paolo
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PRATO. E' un po' come il primo amore che non si scorda mai. Fu, quella di San Paolo, la parrocchia dove per la prima volta nel 1988 indossò i paramenti sacri, recitò le preghiere, confessò i fedeli e invocato il nome di Cristo. E' quella stessa soglia che don Jean Jacques Ilunga varcherà domani sera (ore 21.15) per la solenne cerimonia d'insediamento del nuovo parroco di San Paolo a Stagnana. Già proprio lui, il sacerdote congolese che arrivò come seminarista a Prato nel 1984 e ha girato ben sette parrocchie in questi ultimi anni, lo stesso che voleva fare le valigie nel 2006 dopo aver subito un'aggressione di stampo razzista a Migliana, dove all'epoca era parroco della chiesa di Santa Maria Assunta. Ma il desiderio di servire Dio a Prato ha vinto sulla rabbia per il pregiudizio. Che padre Jean Jacques ha vissuto sulla propria pelle, il cui colore non rappresenta la vera diversità. «Questa - fa notare - è qualcosa che va al di là dell'aspetto esteriore, è connaturata a una società in perenne cammino e trasformazione. Anche noi sacerdoti stranieri siamo sempre in cammino. Il mio percorso di fede è iniziato a Prato, chissà dove sarò domani. Quando si parla dei sacerdoti di colore, mi viene in mente un aneddoto di tanti anni fa: un mio amico mi pagò un viaggio Sud d'Italia perché sua nonna, che non aveva mai visto uomini di pelle scura, potesse toccarmi dal vivo. Serviamo anche a questo, a fare in modo che la gente possa capire e accettare attraverso la nostra presenza un mondo di diversità». Prossimo così a subentrare il padre Guglielmo Pozzi, don Ilunga si mostra gentile e con la battuta pronta, ai margini della messa celebrata di lunedì pomeriggio. Don Jean Jacques, che effetto fa raccogliere l'eredità della prima parrocchia da cui ha mosso i primi passi? «Questa è la mia famiglia. E' stato il primo amore che non si scorda mai. Mi sento come il bambino che cresce e prende la casa del padre». San Paolo, quartiere di periferia che ha conosciuto prima l'immigrazione dal Meridione e poi, più di recente, dalla Cina... «Allora sono il prete giusto al posto giusto (sorride, ndr) perché sono un immigrato anch'io. Questa è una bellissima realtà, crocevia di culture, esperienze e saggezze diverse. Questa è una parrocchia molto accogliente». Sacerdote straniero in un quartiere ad alta densità di immigrati e, comunque, in una città multietnica. Dov'è la sfida? «Più che sfida, ci vedrei piuttosto una fortuna. La diversità vista attraverso gli occhi di un prete straniero si accetta meglio. Quella dei sacerdoti immigrati è una presenza profetica, per certi aspetti, con il nostro richiamo alla semplicità e all'umiltà». Come si spiega la crisi di vocazioni tra gli italiani? «Non c'è crisi, semmai un problema di proporzioni. Faccio un esempio: a Kinshasa, capitale del Congo, su 6 milioni di abitanti ci sono 80 parrocchie, quasi lo stesso numero di Prato. Non è che manchino le vocazioni, sono le parrocchie in aumento».
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