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Mondiale in casa Gori

Mondiale in casa Gori

Non sarà un esordio, perché Edoardo Gori ha già giocato uno spezzoncino della prima partita persa (32-6) dall’Italia contro la grande Australia, ma qui la concreta speranza è di vederlo fin dal primo minuto.

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Per  Edoardo, detto Ugo non sarà un esordio, perché Edoardo Gori ha già giocato uno spezzoncino della prima partita persa (32-6) dall’Italia contro la grande Australia, ma qui la concreta speranza è di vederlo fin dal primo minuto.

Per la mamma Susanna, la nonna irlandese (che scintille quando il 2 ottobre ci sarà un’Italia-Irlanda forse decisiva per l’accesso ai quarti di finale!) e per le due sorelline Chiara ed Elena, ore di suspence e poi ancora tre giorni di attesa prima di rivedere Edo con la maglia azzurra, magari da titolare e per la prima vittoria azzurra nella Coppa del Mondo. Anche babbo Gori martedì guarderà la partita in tv, ma sarà l’ultima volta. Perché subito dopo prenderà l’aereo e si sciropperà una trentina di ore di volo fino in Nuova Zelanda, dove assisterà a Italia-Usa e appunto a Italia-Irlanda, con l’auspicio di vederne almeno un’altra, quello storico quarto di finale che l’Italrugby non ha mai conquistato nella storia. Andrea Gori non è solo il babbo di una delle speranze della palla ovale italiana. A Prato è un personaggio, un’istituzione. E’ un ex giocatore del Prato e un tifoso sfegatato dei Cavalieri, il suo celebre «Si vaaaaaaààà!!» degno di un tenore è quello che in gradinata fa sempre partire i cori e gli applausi.

Andrea è stato uno dei fondatori della rinata squadra pratese di rugby, rifondata dal nulla una decina di anni fa in una pizzeria della “Chinatown” da un pugno di appassionati, e lo scorso anno giunta vicina allo scudetto. Per lui il rugby è pane quotidiano, anche se di mestiere fa il responsabile commerciale della Giuntoli caldaie industriali: ma come dimenticare i tanti anni di palla ovale come terza linea con la maglia del Prato, conclusi a 36 anni all’isola d’Elba contro la squadra locale in serie C per la rottura del tendine d’Achille mentre spingeva e sudava nella millesima mischia della sua carriera? Insomma, l’intervista con lui è quasi d’obbligo.

Solo 11 minuti per Edoardo contro i mitici Wallabies, ma quanta emozione? «Tanta. Emozione e tensione. Per un appassionato come me che a questo sport ha dedicato tanto impegno come giocatore e poi come dirigente, avere un figlio che gioca la Coppa del Mondo è una cosa indescrivibile. In Nuova Zelanda, poi...» E infatti tu stai per partire... «Certo, questa non è una cosa che mi posso perdere o guardare alla televisione, ci mancherebbe. Vado insieme ad un caro amico di Prato, Maurizio Martinelli, col quale ho giocato insieme ai tempi del Rugby Prato ed abbiamo condiviso tanti bei momenti di sport e divertimento. Poi, a Nelson ci troveremo con un altro amico, Pasquale Ciarlitto detto “Charly”, anche lui giocava con noi nel Prato, ora vive e lavora a Hong Kong».

Quante sigarette e quante birre ti sei “sparato” in quei magici 11 minuti? «Macché birra! Quello è uno dei problemi più grossi, una bella pinta ci stava proprio bene, ma questi hanno giocato alle 6 di mattina, come si fa? Mi sono dovuto accontentare delle ciambelline inzuppate nel caffellatte, non è mica la stessa cosa...» Cosa ti ha detto Edo dopo la partita? «Lui era rammaricato del risultato finale, in effetti dopo quel gran primo tempo si sperava tutti in qualcosa di meglio. Io mi sono complimentato per la partita disputata dalla squadra: hanno perso ma contro uno squadrone. E lui in quello scorcio di partita si è fatto vedere». Hai gia ottenuto il desiderio più grande per un babbo rugbysta.

E ora? «E ora è tutta da giocare. La carriera di Edoardo è appena cominciata. L’importante è che non si faccia male un’altra volta». Effettivamente anche questa cosa degli infortuni un po’ vi accomuna: tu hai dovuto smettere, lui si è già fatto male un paio di volte... «Eh già. Edo si è già seriamente infortunato due volte alla spalla, l’anno scorso nel Sei Nazioni e ha perso tutta la parte importante della stagione, nella Benetton che giocava la Celtic League dove praticamente non ha visto campo, e in Nazionale, dove per fortuna l’hanno aspettato ed è riuscito a recuperare in tempo per il Mondiale. Insomma, mi corre l’obbligo di toccare ferro».

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