Sicurezza
Una famiglia, tre lutti: ma io non mollo
Paolo Nencioni
Tutti carpentieri, tutti morti in cantiere.
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PRATO. «Nostra madre, fin quando è stata con noi, ce l'ha detto più di una volta. Ci diceva di smettere, voleva che ci trovassimo un altro lavoro. E chissà, magari quando eravamo più giovani forse sarebbe stato anche possibile, ma ora come fai? Ci sei dentro, cosa ti metti a fare a quarant'anni se smetti di fare il lavoro di una vita?». Francesco Bennardo è un sopravvissuto. Negli ultimi trent'anni ha visto morire uno dopo l'altro il padre e due fratelli, tutti e tre vittime di incidenti sui luoghi di lavoro.
Quando di anni ne aveva appena otto, Francesco ha visto morire il padre Vincenzo, caduto da un tetto a Montemurlo; sei anni dopo ha perso il fratello Carmine, travolto da un ponteggio a Mezzana; martedì pomeriggio gli hanno telefonato per annunciargli il terzo lutto, la morte del fratello Salvatore, caduto da un ponteggio a Montale. «Siamo nati carpentieri...» sospira. E carpentieri moriremo, sembra voler dire. Francesco Bennardo non è un fatalista.
Quando di anni ne aveva appena otto, Francesco ha visto morire il padre Vincenzo, caduto da un tetto a Montemurlo; sei anni dopo ha perso il fratello Carmine, travolto da un ponteggio a Mezzana; martedì pomeriggio gli hanno telefonato per annunciargli il terzo lutto, la morte del fratello Salvatore, caduto da un ponteggio a Montale. «Siamo nati carpentieri...» sospira. E carpentieri moriremo, sembra voler dire. Francesco Bennardo non è un fatalista.
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