Il Tirreno

Prato

A Buenos Aires una colazione a base di cantucci di Prato

In alto una foto di Loretta Landroni a Salta in Argentina, sopra il bar di Buenos Aires
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In alto una foto di Loretta Landroni a Salta in Argentina, sopra il bar di Buenos Aires

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PRATO. Se passate da Buenos Aires in Argentina non potete non fermarvi al "Ristorantino Loretta": specialità argentine ma anche toscane. E pratesi naturalmente, a cominciare da una colazione a base di cantucci di Prato e caffè ristretto, per iniziare bene, di buon mattino, la giornata. L'idea è venuta l'anno scorso a Maria Julia - Maria Julia Diaz Bini per la precisione, un cognome che non lascia equivoci quanto ad origini - che assieme alla sorella e ad un'amica ha aperto nella capitale argentina, dove è nata e vive, un piccolo bar ristorante intitolato alla nonna, che da Prato è partita per il Sudamerica nel lontano 1949.

Cuore, passione e iniziativa imprenditoriale, come tanti toscani nel mondo.  E la storia ce la racconta lei stessa - la sua storia, di ventottenne cresciuta in Argentina, e soprattutto quella della sua famiglia - nel diario che ha vinto, nei giorni scorsi, il primo premio della prima edizione del concorso letterario "Maledetti toscani", un'idea dell'assessore regionale Riccardo Nencini per raccogliere le memorie di chi è emigrato, prima che se ne perda traccia. Un concorso riservato ai giovani per raccontare la storia dei nonni, in un simbolico passamano tra generazioni che è anche un modo tutto italiano (e toscano) per intendere e celebrare la famiglia. Ventitre i partecipanti.  Un caffè con cantucci Il racconto comincia ad un tavolo. Un uomo si siede e ordina: "Un caffè per favore, con cantucci di Prato".

Lì dove c'era la vecchia sala operatoria dell'ospedale "Mariano y Luciano de La Vega", a Moreno di Buenos Aires, c'è ora il ristorantino Loretta. E la storia, a ritroso, della famiglia Landroni e Bini ha inizio. Un diario di cinquanta pagine e ricco di foto, curioso anche nel titolo: «A tavola e a letto, una sola volta va detto».  La memoria in tante ricette «Sono una cuoca e non una scrittrice - premette Maria Julia- e ho imparato tutto dalla nonna». Ma ha saputo davvero ben combinare i giusti ingredienti (e in modo anche originale) nel raccontare le storie d'emigrazione e d'amore della sua famiglia. Storie parallele. Storie avventurose. Storie d'amore con uomini al di là dal mare che in qualche modo sembrano perpetuarsi, perché anche lei attraversa il mare, viene nel 2009 a Venezia e si innamora (di un marinaio siciliano).

Pagine di diario non casualmente intervallate da vecchie ricette toscane, perché il ricordo e il modo di conservare le origini può essere anche questo. Lei che in Toscana è tornata più volte, a studiare l'italiano ma anche cucina e enologia, che del paesaggio toscano ama i cipressi e che l'anno scorso ha aperto appunto quel ristorante. Minestra di pane, ribollita e coniglio sono i piatti forti. E magari in futuro, ci racconta a Roccastrada in Maremma, dove nei giorni scorsi si sono riuniti i rappresentanti dei toscani nel mondo e si è svolta la premiazione del concorso, anche con una buona selezione di vini toscani e pratesi. Da piazza del Collegio a Salta Loretta Landroni, la nonna, aveva sei anni quando il babbo Pietro morì. Vivevano in centro, vicino al collegio Cicognini.

E in piazza del Collegio, dove oggi c'è l'Hospice, abitava anche Luciano Bini, il suo futuro sposo, tredici anni più grande. «Siamo tornati lì due anni fa - racconta Maria Julia - Abbiamo girato per la città a memoria, con i racconti della nonna in testa, e sulla porta della casa abbiamo lasciato una moneta, come sempre la nonna ci ha chiesto per telefono. Con l'augurio di tornare ancora».  Nel 1942, a quattordici anni, Loretta lavorava come segretaria in una società ebrea di navi. Batteva a macchina lettere commerciali per importazione ed esportazione. Poi la guerra si fece più vicina: anni nei sottoscala e sotto terra, a tessere vestiti e cucinare castagne. Ma anche a guerra finita la situazione non migliorò molto. Poco lavoro, poche speranze. E così decise di raggiungere Luciano, che già qualche anno prima era partito per l'Argentina. Salpò da Genova l'8 gennaio 1949. Ventuno giorni dopo era a Buenos Aires.

Da lì altri due giorni di viaggio in treno e auto fino a Salta, la provincia che sarebbe diventata la sua seconda terra.  E vissero felici e contenti. Ambientarsi non fu facile, confessa. Ma poco a poco Loretta si fece conoscere. Per anni cucì per la famiglia del governatore locale e per le famiglie dell'alta società. E con i risparmi e il lavoro senza sosta arrivarono anche tre figli, prima Aldo e poi Maria Luisa e Ricardo, per loro studi in economia e veterinaria, una nuova casa, otto nipoti e sei bisnipoti. La storia di molti altri emigrati che ce l'hanno fatta e che hanno trasmesso l'amore per la loro terra ai nipoti.

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