Il Tirreno

Prato

Filiera fragile senza il carbonizzo

Ilenia Reali
L’incendio della fabbrica della Briglia e uno dei titolari con il sindaco di Vaiano Annalisa Marchi
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L’incendio della fabbrica della Briglia e uno dei titolari con il sindaco di Vaiano Annalisa Marchi

Industriali: «Ricostruiamo dalle ceneri». Il sindaco: «Si lavori al trasloco»

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 PRATO. Il Carbonizzo Lavati non è solamente una fabbrica. E' un simbolo. E' una sorta di specchio della fragilità del distretto. Le fiamme che l'hanno mangiato, hanno messo in difficoltà tutta la filiera. Tutta quella parte della catena tessile che si sviluppa intorno al cardato, intorno alla Prato della sua tradizione. E ora il futuro del carbonizzo è un po' anche il futuro dell'economia cittadina.  Il carbonizzo Lavati era uno dei cinque rimasti in provincia, uno dei due "a secco". Da solo rispondeva alla richiesta di numerosi commercianti, filature e lanifici.  Un indotto che da un momento all'altro, dopo l'incendio, si è trovato senza il proprio fornitore. E soprattutto con un'area che difficilmente riuscirà a garantire, nei momenti di picco di lavoro, delle quantità di materia prima sufficienti al fabbisogno del distretto.  Ed ecco che la ripresa dell'attività del carbonizzo Lavati, e i tempi in cui questa avverrà, non è più solo un affare dei proprietari dell'azienda ma è un problema della città tessile. L'esigenza di riaprire in fretta cozza però con le scelte del Comune di Vaiano che quella zona, ben prima dell'incendio, voleva destinare a residenziale. Una ripartenza destinata a crere frizioni tra due esigenze, entrambe legittime: quella rappresentata dal comparto economico che auspica interventi di ripristino direttamente in quell'area (per riaccendere le macchine il prima possibile) e quella del Comune che invece, com'era già programmato, auspica un trasferimento della fabbrica per trasformare l'area in una zona residenziale e quindi con una ripresa produttiva necessariamente più lenta. «Vorremmo ripartire da lì - spiega Giovanni Lavati - ricostruendo il tetto e gli impianti. Questo tipo di intervento ci consentirebbe di riavviare l'attività entro la prossima primavera. Andare altrove invece significa rimandare la riapertura al 2013. Per il momento i nostri clienti si appoggiano all'altro carbonizzo ma ciò non può accadere per tempi lunghissimi: il rischio è che non si riesca a far fronte a tutte le esigenze. Per questo vorremmo chiedere al sindaco di poter risistemare qui».  Per fare i lavori è però necessaria la garanzia che il carbonizzo possa rimanere lì per altri 4-5 anni. E questo chiederanno per Lavati anche i rappresentanti dell'Unione industriale. «Il carbonizzo - spiega Maurizio Magni, dell'ufficio ambiente e territorio dell'Unione industriale - è una fase importante della filiera e il Lavati lavorava molto. Sono rimasti in pochi ed è necessario salvaguardare questa lavorazione: per questo chiederemo al Comune di poter ripartire il prima possibile per non creare difficoltà all'indotto».  Una riapertura veloce la chiederanno anche i sindacati che ieri, dopo un incontro con la proprietà, hanno chiesto - anche loro -un confronto con il Comune.  Difficilissima la posizione del sindaco Annalisa Marchi. «Non posso - dice con chiarezza - garantire che il carbonizzo potrà rimanere lì per altri 4-5 anni. C'è un piano di recupero e proprio un mese prima dell'incendio avevo sollecitato un incontro tra le cooperative che devono costruire e i Lavati. Quell'area è degradata e il piano di recupero deve partire. Credo che l'incendio debba essere preso come l'occasione per trasferire l'azienda. Da parte nostra c'è tutta la disponibilità a collaborare ma non mi si chieda l'impossibile».

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