La manifestazione
Un marciapiede a testa e tanta diffidenza. Nessuno ammette di parlare la nostra lingua
Cinesi e italiani divisi come vent'anni fa
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I cinesi si accalcano per vedere che cosa è successo 2 MINUTI DI LETTURA
PRATO. Sguardi sfuggenti, dietrofront improvvisi, italiano no capire. Sono passati ormai più di vent'anni dall'inizio della massiccia immigrazione cinese a Prato, ma è come se fosse ieri. Sembra che il tempo si sia fermato. Ogni singolo cinese che incontri in via Attilio Nuti ti fa capire a gesti che non parla una parola di italiano. E se uno prova a insistere, le reazioni sono di solito due: un sorriso disarmante o la totale indifferenza. Forse qualcuno è arrivato davvero ieri, molti altri però l'italiano un po' lo masticano. E sì, è vero, la scena di un omicidio non è la situazione ideale per scambiare due chiacchiere con un orientale, ma è ancora lunga, lunghissima, la strada dell'integrazione se la prima immagine che ti si presenta davanti alla confezione dove è morta Wen Aiqin è la rappresentazione plastica di un solco. Da una parte della strada una trentina di curiosi italiani, dall'altra una trentina di cinesi, senza che i due gruppi abbiano un minimo interscambio, se non qualche sguardo che vola da un marciapiede all'altro. A un certo punto passa un'auto e il conducente italiano dice la sua: «Veniteci più spesso in questo schifo di posto...». Che poi sia uno schifo è da dimostrare. Semmai una specie di mixité, la commistione di stanzoni e case dove sono cresciute generazioni di pratesi. Solo che ora ci abitano quasi solo cinesi. P.N.
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