Il Tirreno

Prato

Il Pdl secondo Silli: rinnovamento e più meritocrazia

Cristina Orsini
Giorgio Silli, assessore e dirigente del Pdl
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Giorgio Silli, assessore e dirigente del Pdl

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 PRATO. Trentaquattro anni, assessore da due, vicesegretario provinciale Pdl e "signore delle preferenze": nel 2009 sbancò con 1700 voti, 800 in più del primo degli eletti a Firenze. Giorgio Silli, anima cattolica integralista, fa parte dei giovani azzurri.  Che ne pensa del suo partito?  «A livello nazionale il Pdl sta facendo la storia di questo Paese. C'è stato bisogno di fare un tagliando ma Berlusconi l'ha fatto nominando Alfano alla segreteria nazionale e "battezzandolo" come futuro uomo di punta del partito».  Sui territori c'è bisogno di fare il tagliando?  «Credo di sì».  In che modo?  «Con il rinnovamento. Lo so, la parola è inflazionata. Ma rinnovamento non vuole dire mettere a tutti i costi dei giovani al posto dei vecchi: non è questione di età anagrafica. Ci vogliono dei giovani capaci, in grado di affrontare questa fase complessa assieme a tutto il resto del partito. Non c'è bisogno di rottamare nessuno, come vuole fare Renzi».  I criteri?  «Il ricambio deve avvenire valutando l'età ma soprattuto il merito. Anche nel Pdl si sta concludendo un ciclo, è evidente ormai. I congressi sono stati decisi e si svolgeranno prima di fine anno. Sarà quella la sede nella quale cambiare qualcosa».  Come?  «La meritocrazia è importante, deve andare avanti chi se lo merita, in politica come in tutti gli altri ambiti della struttura del Paese. Ci sono troppe persone sopravvalutate e collocate nei posti sbagliati».  Anche nel partito a Prato?  «Anche».  E chi sono?  «Chi vuole capire ha modo di farlo. Ci deve essere chi porta voti, chi fa i programmi, chi organizza. Il partito è fluido e deve essere una sintesi di diverse caratteristiche. Chiunque ne fa parte deve predisporsi a portare al mulino dal bicchiere al secchio d'acqua».  Rinnovamento, quindi, anche a Prato?  «A Prato il partito ha raggiunto un equilibrio invidiabile».  Se va tutto bene perché sente la necessità di cambiamento?  «A livello nazionale perché c'è necessità di riforme con "r" maiuscola. Fatte con serietà e in maniera complementare tra giovani e meno giovani. Vede, Renzi non riuscuote successo perché fa qualcosa di concreto per Firenze. Ha tanto seguito perché nei momenti di grande tensione emerge la voce fuori dal coro, vince il Robespierre, che acquisisce consenso ma danneggia il partito. Non si può spaccare il proprio partito in virtù solo di ambizioni personali».  Sicuro che le sue non siano critiche mascherate a colleghi assessori o ad altri eletti?  «Non è compito mio dare pagelle. Spetta al sindaco o al segretario del partito. Una cosa è certa: la giunta è una squadra e lavora in maniera coesa come mai nella storia di questa città. E il sindaco è leader».  L'uomo solo al comando?  «Si è trovato un equilibrio anche con i partiti e le liste che lo sostengono».  Quindi Cenni si è abituato al confronto politico?  «Cenni da uomo intelligente ha capito benissimo i meccanismi della politica partitica e sa che è impossibile non considerare le forze che lo hanno sostenuto e continuano a farlo».  Veramente diversi malumori ci sono stati, sia tra i partiti, soprattutto il suo, sia tra le file dei consiglieri comunali.  «I consiglieri sono stati eletti per fare i consiglieri, appunto. Quindi ogni critica o suggerimento, ammesso sia costruttivo, è bene accetto. Mentre nelle passate amministrazioni l'unico ruolo dei consiglieri era quello di pigiare il bottone al momento del voto, in questa ci si confronta».  Turbolenze finite?  «In questa fase la macchina comunale funziona bene».  Come lo immagina un Pdl rinnovato?  «Snello, lungimirante, pulito, stimato come è già nella nostra città. Un partito che sia sulla lunghezza d'onda delle persone. Non dovrebbe più esserci la necessità di ripetere che bisogna radicarsi sul territorio. Deve essere la condizione sine qua non».  Parla da candidato a qualcosa?  «No, assolutamente. Sono vice coordinatore nella segreteria del partito, felice di fare l'assessore della giunta Cenni, lavoro che faccio instancabilmente e chi mi conosce lo fa».  Sì, ma al congresso?  «Per quanto mi riguarda non ho ambizioni. Lo stato delle cariche di partito mi soddisfa. Credo però ci sia da lavorare sul programma, perchè tutto è perfettibile».  La prossima legislatura dove si vede?  «La mia prima preoccupazione è lavorare per rivincere le elezioni. Mi sembra che a volte in politica si facciano troppi voli pindarici perdendo di vista la concretezza».  Come vanno i rapporti tra la vostra componente laica e quella cattolica?  «Molto meglio di quelli interni al Partito democratico. Collaboriamo, stimandoci, per il bene delle città. Mi chiedo invece come possano convivere le stesse componenti a sinistra: persone che fino a una trentina di anni fa si sono sparati addosso, politicamente, ovviamente».  Nel Pdl si sta formando un movimento di giovani amministratori che ha voglia di avere un ruolo. Ne fa parte anche lei?  «Non mi risulta ci sia un movimento inteso come corrente. Sicuramente ci sono giovani amministratori, consiglieri, sindaci, assessori che si interrogano sul futuro del partito. Del resto è legittimo quando si ha trenta anni...»  E da questa riflessione cosa viene fuori?  «Non sono riunioni carbonare. Sono chiacchierate tra amici sparsi in tante regioni. Il filo conduttore, comunque, è che qualsiasi cambiamento deve essere complementare al partito: niente guerre o rivoluzioni dall'interno che non portano a niente».  Le piace l'idea delle primarie?  «Così invita il matto alle sassate. Mi piacciono le primarie e mi piacciono le preferenze. Ma la decisione deve essere presa dal partito».  Ecco, il partito, che ne sarà, secondo lei, quando il leader maximo lascerà?  «E' stato Berlusconi per primo a dare il segnale: diventerà un partito vero e proprio con vertici eletti».

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