Proteste
Il day after della Provincia
Giovanni Ciattini
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A sinistra il presidente della Provincia Lamberto Gestri accanto il gonfalone Dal 2014 sarà cancellata: le previsioni del presidente Gestri
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PRATO. E' ancora presto per capire che cosa ne sarà della Provincia di Prato, un ente ancora giovincello (è sorto ufficialmente il 16 aprile 1992) ed ora destinato ad essere spazzato via con un decreto legge agostano. Ad oggi appare vanificata la lunga battaglia avviata nel 1955 dal Comitato d'iniziativa per la costituzione della Provincia di Prato (ne facevano parte Rolando Caciolli, Sergio Nannicini, Carlo Paoletti, Marcello Santini e Mafaldo Viterbi) che chiedeva la separazione dalla Provincia di Firenze. Un passato che, forse, potrebbe ritornare dopo il 2014 quando si concluderà il mandato della giunta Gestri. Lo stesso presidente Lamberto Gestri, in viaggio per rientrare a Prato dopo una breve vacanza in Austria, fatica ad immaginare quali potranno essere un domani gli scenari possibili. «Molto dipenderà da ciò che deciderà Firenze col suo sindaco Matteo Renzi - spiega il presidente Gestri - impegnato in un progetto per la creazione della "Grande Firenze", una città metropolitana che potrebbe inglobare anche alcuni comuni dell'hinterland come Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Calenzano e Scandicci. Un progetto che però cozza con le resistenze del mio collega, il presidente provinciale Andrea Barducci, che non condivide questa ipotesi. E' chiaro che la "Grande Firenze" svuoterebbe di significato l'istituzione Provincia. E a questo punto potremmo rientrare in gioco sia noi che Pistoia creando, insieme alla "restante" provincia fiorentina, una struttura di area metropolitana». Ci potrebbe essere anche l'ipotesi di un accorpamento delle province di Prato e Pistoia visto che insieme superebbero il tetto dei 500mila abitanti? «E' l'unica soluzione che - risponde il presidente Gestri - se fossi chiamato a scegliere abbraccerei senza esitazioni. I nostri territori hanno identità molto comuni». Una strada che, però, andrebbe a collidere con la filosofia della manovra Tremonti che punta ad abbattere i costi della politica. «Da questo punto di vista sì, è vero - replica Gestri - perché invece di tagliare di netto due province se ne terrebbe in vita una sola, ma bisogna anche riflettere su di un fatto non marginale: il peso politico delle Province italiane (presidenti, assessori, consiglieri) è soltanto di 120 milioni di euro. Una cifra irrisoria. Nel nostro bilancio il costo della politica è pari a 3 euro all'anno a cittadino». Un'altra via d'uscita, ma qui si entra nel terreno della fantapolitica, l'inglobamento da parte della Provincia di Prato di comuni vicini, come Campi Bisenzio o Calenzano così da superare la quota di 300mila abitanti sotto la quale si abbatte la scure di Tremonti. «Una strada che non vedo possibile, anche se in linea teorica non dovrebbe essere scartata. Questo potrebbe accadere - chiarisce il presidente Gestri - solo nell'eventualità che questi comuni rimanessero esclusi dal progetto della "Grande Firenze". Ora come ora è impossibile avventurarsi su percorsi istituzionali di questo tipo». Ma che accadrà dei dipendenti pubblici alle dipendenze della Provincia? E i servizi a chi passerebbero? E i beni di proprietà della Provincia di Prato? «Partiamo dai dipendenti - risponde Gestri - per loro sarebbe prevedibile un percorso inverso di quello compiuto quando venne formata la Provincia con la scissione da Firenze. Sarebbero, insomma, alle dipendenze, del nuovo ente chiamato a governare il nostro territorio. E allo stesso ente passerebbero i servizi che gestiamo noi (scuola, trasporto pubblico, strade, difesa del suolo, agricoltura, turismo e altri ancora). I beni immobili? Ma se ancora non si è concluso del tutto il processo di separazione con Firenze!». Ciò che preme ribadire al presidente Gestri è che prima di approdare alla cancellazione tout court si sarebbe potuto optare per altri provvedimenti meno dolorosi. «Io stesso aveva invitato la Regione Toscana - afferma Gestri - a fare chiarimenti sulle funzioni che si attribuiscono alle Province proprio per evitare doppioni. Non concordo affatto col passaggio alle Unioni dei Comuni delle competenze proprie delle Comunità Montane: più logico sarebbe stato cederle alle Province. E lo stesso dicasi per i compiti attribuiti ai Consorzi o agli Ato. Un processo di razionalizzazione in questo senso mi avrebbe trovato favorevole».
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