Trasporti
«Silvano fu il capro espiatorio»
Giovanni Ciattini
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Lavvocato Giovanni Mati insieme a Silvano Bambagioni allinterno del tribunale L'avvocato Mati: «Non aiutò le imprese del fratello»
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PRATO. Sì, era il suo avvocato. Ma non solo. Giovanni Mati era legato a Silvano Bambagioni da una lunga e affettuosa amicizia, nonché da una stima reciproca. Nessuna difficoltà, anzi, nell'accettare l'incarico di assisterlo nella difesa dalle varie accuse che furono mosse dalla Procura di Prato all'allora potentessimo presidente della Cassa di Risparmio. «Bambagioni era la Cassa intesa come banca moderna - ricorda l'avvocato Mati - e la Cassa era Prato». Una fotografia istantanea della Prato anni Settanta-Ottanta. «E' scomparso un grande personaggio, un grande amico» commenta Mati. Ciò che più gli preme e ricollocare Bambagioni nel ruolo che gli compete, a suo giudizio, nella storia di Prato, al di là delle vicende giudiziarie: «E' stato il capro espiatorio di una situazione che coinvolgeva gli organi direttivi della Cassa. Era il cda ad approvare i bilanci. E nel cda c'era la crema dell'imprenditoria pratese». Ma che ruolo ha avuto Silvano Bambagioni? Nel ricordo dell'avvocato Mati il "Bamba", in pratica, è stato il motore trainante del distretto «in anni in cui si avvertivano i primi segnali della crisi». La frase oggi logora di «banca del territorio» all'epoca aveva insomma un senso. «Quando un imprenditore aveva bisogno di credito e bussava alle varie banche senza ricevere ascolto poteva contare sull'aiuto della Cassa. Bambagioni è stato determinante per il contributo fornito alle imprese che dal centro si spostavano nel Macrolotto o che avevano necessità di effettuare investimenti per adeguare i propri impianti alle nuove leggi ambientali e sull'inquinamento o sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro. Era una banca capace di correre rischi nella consapevolezza di un contesto monoculturale legato al tessile. Un ruolo essenziale in un momento storico difficile». Insomma, o si aiutava il tessile o la città era destinata a morire. «Ci trovavamo un po' nella situazione della crisi degli Stati Uniti quando i prezzi delle produzioni agricole nel Midwest crollarono per la mancanza di pioggia». Argomentazioni già usate a suo tempo come memoria difensiva nel processo «e che ora si possono trovare anche su Internet» sottolinea Mati. Ma il carburante profuso a piene mani dalla Cassa non ha procurato a Bambagioni molta riconoscenza: «Negli anni si è ritrovato con pochi amici, io fra questi, rispetto alle migliaia che si professavano allora» puntualizza Mati. L'avvocato ricorda come il coinvolgimento di Bambagioni, alla fine assolto da tutti i capi d'accusa per il crack, fu soltanto quello relativo al fallimento delle imprese del fratello Franco Bambagioni che avevano goduto di cospicui crediti. «Silvano si è sempre astenuto quando c'era da deliberare sui fidi richiesti dal fratello - rimarca Mati - e non fu mai presentata una prova del suo interessamento. Purtroppo erano gli anni in cui nelle procure vigeva la teoria del "non poteva non sapere"». Tanta acqua è passata sotto i ponti del Bisenzio e mille sono le considerazioni che riaffiorano alla memoria dell'avvocato Mati. Tra queste anche l'acquisizione della Cassa da parte del Monte dei Paschi: «Fu un affare ciclopico a fronte di un passivo del tutto inusitato».
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