Il Tirreno

Prato

Quando i poteri forti decidevano

Paolo Toccafondi
A destra, Bambagioni insieme al suo amico e referente politico Giulio Andreotti Sotto, un’altra immagine di Bambagioni
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A destra, Bambagioni insieme al suo amico e referente politico Giulio Andreotti Sotto, un’altra immagine di Bambagioni

Il Pci, gli industriali, la massoneria: e poi la Cassa, il motore della città

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 PRATO. Si può dire "coesione", se si vogliono sottolineare gli aspetti positivi; "consociativismo" se si vogliono segnalare quelli negativi. C'erano di sicuro competizione, bilanciamento ed equilibrio di poteri in una città "rossa", ma con più voci in capitolo. Bisogna muoversi tra questi concetti per provare a spiegare come funzionava la Prato degli anni Settanta e Ottanta, quella del boom, delle ambizioni sfrenate, senza limiti.  Chi guarda quegli anni con occhio critico ama ripetere che «tutto si decideva intorno a un tavolo». E non era un tavolo istituzionale. Fosse o no il ristorante Baghino, come sostenevano alcuni, il concetto era chiaro: era una città in cui pochi prendevano le decisioni importanti, con poca trasparenza e con scarso rispetto delle istituzioni e delle regole democratiche. Forse era vero, ma fermarsi a questo cliché sarebbe riduttivo. Erano anni di personaggi forti che avevano una capacità di rappresentanza altrettanto forte. I sindaci erano Giorgio Vestri e Lohengrin Landini e dietro di loro c'era un Pci che aveva presa salda sui suoi iscritti. Nel Psi c'era Carlo Montaini, politico navigato e di respiro nazionale. E c'era la Cassa di Risparmio di Silvano Bambagioni, il motore dello sviluppo di quella Prato, un motore su misura per un distretto di micro-imprese, una banca a gestione familiare. O familistica, secondo i detrattori, che sottolineavano il credito concesso per favorire soprattutto gli amici di cordata. Era vero fino a un certo punto, perché la Cassa fu anche lo strumento con cui Bambagioni alimentò la sua propensione al dialogo con tutti, creando una rete avvolgente di favori e lusinghe nella quale era presa più o meno tutta la città, amici e anche avversari. Bambagioni diventava anche il punto di riferimento della Curia e della stessa Dc - l'opposizione in consiglio - che per altro non riuscì mai a controllare, costretto sempre a venire a patti con i dorotei o la sinistra per conquistare la maggioranza. C'era, si è sempre detto, il potere discreto ma forte della massoneria, che aveva in Pietro Vestri il personaggio più visibile, potente direttore dell'Unione commercianti. C'erano imprenditori come Enrico Pecci e Antonio Lucchesi e dietro di loro un'Unione industriale di grossi calibri, impegnati a cavalcare le opportunità dell'"età dell'oro", ma anche capaci di assumersi responsabilità che riguardavano tutta la città, come quando si diede il via a acquedotto industriale e depurazione delle acque, un sistema che pose Prato all'avanguardia. Erano queste le forze riunite intorno al tavolo. E il lato positivo di quegli anni, governati magari da un'élite, è che le cose importanti poi si facevano. Le infrastrutture e le grandi operazioni economiche, urbanistiche e culturali che caratterizzano Prato hanno le radici e anche il fusto in quegli anni. Sono, oltre al sistema della depurazione, quello dei macrolotti (e il relativo trasferimento delle fabbriche dal centro per liberare la città-fabbrica e creare le premesse di una città compiuta), il Museo Pecci, l'Interporto, tanto per dirne alcune. Tutte iniziative nate dalla collaborazione tra pubblico e privato, con il propulsore della Cassa di Risparmio. Le decisioni coinvolgevano e impegnavano tutte le parti con un obiettivo comune: far crescere Prato.  Non c'era bisogno di guerre, bastava la moral suasion, soprattutto quella del denaro della banca e dei modi felpati del suo presidente. Si dice infatti che una delle poche volte in cui Bambagioni perse la pazienza fu quando Pietro Vestri voleva candidarsi come capolista del Psi. Bambagioni non poteva accettare che il direttore dei commercianti (molti anche elettori "bianchi") utilizzasse quel ruolo per entrare in politica. Troppo potere insieme, un'alterazione, appunto, degli equilibri. Anche nel Pci c'era chi borbottava per questi equilibri. Tra Giorgio Vestri e Bambagioni i rapporti non furono idilliaci, Vestri lo considerva un concorrente. Più collaborazione ci fu con Landini. Nel Pci nacque una fronda di giovani dirigenti che contestavano l'eccessiva acquiescenza del sindaco e del partito alla Cassa, un'accusa implicita di "consociativismo". Ci fu un famoso viaggio negli Stati Uniti finanziato dalla Cassa, nel quale Bambagioni incontrò anche l'allora vicepresidente George Bush senior. Di quella comitiva faceva parte anche il sindaco Landini. Un giornale locale pubblicò una foto di quel viaggio: si vedeva Bambagioni che indossava un copricapo da capo indiano e un Landini che si inchinava scherzosamente davanti a lui. Qualche giovane dirigente Pci avrebbe scritto volentieri la didascalia a quella foto.

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