Il Tirreno

Prato

Anche cinque anni fa un omicidio

Maria Lardara
I magistrati Pieri e Paolini in via Ariosto all’epoca dell’omicidio Marini
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I magistrati Pieri e Paolini in via Ariosto all’epoca dell’omicidio Marini

Nello stesso edificio di via Ariosto Laura Goti uccise il marito

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 PRATO. A volte ritornano. Negli stessi luoghi, magari con dinamiche diverse ma sempre con un comune denominatore: il sangue. Quello di cui si sono macchiati i corpi di Sara Baldi e del convivente marocchino è lo stesso con cui il 4 luglio del 2006, in quello stesso palazzo di via Ariosto 17, si sporcò le mani Laura Goti che con quattro colpi di una Walter Calibro 6.35 condannò a morte l'ex marito Andrea Marini.  Allora il delitto si consumò al piano terra del terratetto, teatro della tragedia a colpi di coltellate costata la vita ieri notte alla coppia di conviventi è stato stavolta il primo piano. Di case degli orrori, dove la morte sembra quasi aleggiare fra le pareti e i mattoni, Prato ne conta più d'una. Come non ricordare la palazzina di via Firenze 123 dove la coppia Desiré Zumia e Giuseppe Milazzo è stata vittima di un omicidio-suicidio il 6 maggio scorso? Tredici anni prima, il crollo dello stesso edificio a causa di un'esplosione nel cuore della notte fece sprofondare tra le macerie Roberto Bonaiuti che dormiva al primo piano e Domenico Iannetta, colpevole di aver appiccato il fuoco alla "Latteria Rosa" del piano terra.  Tanti copioni di un macabro destino all'insegna del delitto più passionale che sembrano ripetersi. Stavolta il motto vichiano dei corsi e ricorsi storici si è spostato dal quartiere Est alla zona dell'Ippodromo. Lì, in via Ariosto 17, il rapporto fra vittima e carnefice vedeva una coppia di coniugi separati: lui, Andrea Marini, tecnico del tessuto dalla Furpile era passato dall'ex moglie per consegnarle l'assegno di mantenimento. Lei, Laura Goti, mamma di un maschietto di quattro anni e una femminuccia di appena un anno. Una separazione difficile da digerire, il gesto di una follia di una donna che all'ora di pranzo di quel 4 agosto di 5 anni fa decise di premere sul grilletto. Una pistola puntata sull'amore di una vita, il babbo dei propri figli. Poche parole pronunciate di fronte all'arma - "Cosa vuoi fare con quella pistola? Guarda che mi fai paura" - prima di essere freddare l'uomo a bruciapelo. L'assassina confessò praticamente subito davanti al magistrato: era stata lei a chiedere la separazione un anno prima dal coniuge che, come lei stessa raccontò, le incuteva timore. Per questo il giorno stesso dell'omicidio aveva deciso di comprare una pistola avendo un regolare porto d'armi. Elemento che le valse l'accusa di premeditazione, con una condanna a 14 anni di reclusione e la perdita della tutela sui figli minori. Una sentenza dell'8 maggio 2009 della Corte d'assise di appello di Firenze confermò la lucidità mentale della Goti all'atto di premere il grilletto. A nulla valse la difesa dell'imputata imbastita dall'avvocato Manuele Ciappi con la richiesta di una nuova perizia psichiatrica per la donna. La vicenda giudiziaria si trascinò fino al marzo 2010 quando la Goti, che fino a quel momento si trovava agli arresti domiciliari per il dovere di accudire la figlia piccola, finì in cella. Erano passati 4 anni dall'omicidio: un anno e mezzo dopo s'indaga di nuovo su un altro delitto in quella palazzina.

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