Gioco
Storia di una famiglia appassionata di agricoltura. Che ora sarà sfrattata dai poderi
Dal terreno al grano e al forno Ecco il pane di filiera tutta pratese
Maria Lardara
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Il figlio di Giuliana Giuliani, Lorenzo, accanto alla trebbiatrice 4 MINUTI DI LETTURA
PRATO. La gioia di essere riusciti in un'impresa, quella di produrre un pane di filiera corta, anzi cortissima, con il grano seminato e raccolto nel podere di casa, fatto macinare in un mulino di Vernio e trasformato in 20 kg di bozza sfornata dal Fogacci di via Pistoiese. Ma anche il dolore per l'addio prossimo a quella che un tempo era l'azienda agricola di famiglia, in un casolare a Capezzana di proprietà comunale, su cui pende lo sfratto esecutivo. Questa è la storia di Giuliana Giuliani, una veterinaria che cura cavalli con l'amore per i frutti della terra tramandata al figlio, prossimo a iscriversi all'istituto agrario di Firenze. Figlia di un mezzadro trasferitosi dal Mugello a Prato negli anni '60, Giuliana fa parte dell'associazione Parco Agricolo e non è un caso. Senza gli stimoli del presidente David Fanfani e i contatti con un docente della facoltà di Agraria, forse l'esperimento di una panificazione tutta in loco, utilizzando i semi di una specialità di grano toscano degli anni Venti ("Verna") ed estintasi con l'avvento delle moderne macchine trebbiatrici, non sarebbe riuscito. Il Fogacci fa il bis. Il miracolo l'ha fatto la terra, producendo 6 quintali di grano: Giuliana l'aveva seminato a novembre e raccolto a giugno (il 9 luglio scorso la battitura nell'aia con una grande festa). I ferri del mestiere di agricoltore non le mancano: il trattore che il figlio Lorenzo maneggia che è una meraviglia e una trebbiatrice d'epoca avuta in prestito, colorano la cartolina di una casa di campagna immersa nell'inferno di due strade tangenziali. L'ultima annata non è stata delle migliori: 6 quintali di raccolto per un ettaro di terra, contro i 20-25 che normalmente si prevedono. Inizia la filiera del pane. C'era bisogno di un mulino per macinare il grano e di un forno per l'impasto della farina e la cottura in forno. Per il primo passaggio Giuliana si è rivolta all'azienda agricola di Paolo Mocali a Vernio per poi proporre la ricetta a Enrico Fogacci, storico panificatore pratese e membro della Consulta degli operatori del Parco Agricolo. L'aggancio con il distributore è dunque riuscito: una prima sfornata di 20 chili di pane risale a mercoledì scorso: 10 kg per casa Giuliani, 5 per la piccola Coop di Vergaio e 5 per il forno di via Pistoiese. E domani si replica: il pane dal sapore rustico sarà in vendita negli stessi luoghi. Quella farina preziosa di tipo 1 non finirà tutta: su 37 kg ricavati dal raccolto di 6 quintali di grano finora ne sono stati utilizzati 15. «Somiglia a una farina integrale - dice Giuliana - Dal mulino abbiamo riportato la materia grezza, a setacciarla in casa per 3 ore ci ha pensato tutta la famiglia». Dal produttore al consumatore. Il pane pratese di filiera corta di Giuliana esce da quella fucina di progetti che è l'associazione Parco Agricolo. La donna ci crede e manda un messaggio al vicesindaco Goffredo Borchi. «Ci sprona sempre a presentare proposte concrete - sorride Giuliana - Ecco, questa è un'operazione concreta che rientra nelle azioni del Parco Agricolo». Di guadagni per ora nemmeno l'ombra, ma vuoi mettere la soddisfazione etica di aver realizzato una produzione tutta locale? Sogni infranti. In via sotto l'Organo la famiglia di Giuliana Giuliani ha i mesi contati. Sarà dura sloggiare da lì: 5 ettari di podere, una stalla con due cavalli e una bovina di razza Calvana dal cui latte si produce un ottimo formaggio. «Abbiamo fatto un investimento in macchinari e strumenti. Dopo 12 anni che ci trasciniamo in un contenzioso con il Comune, il giudice ha ordinato lo sfratto per il 5 novembre prossimo». Quel casolare con tanto di annesso podere rientra nei beni dei Salvi Cristiani, passati alla proprietà del Comune nel 1999. Un tempo l'azienda agricola che il padre mezzadro chiuse nel 2002, prestando fede a un accordo con il Comune, si estendeva per oltre 15 ettari nei dintorni di Capezzana e via Nenni. «Sono cambiate in questi anni le giunte comunali ma mai ci è stato accordato il passaggio da un contratto di lavoro legato alla mezzadria a un contratto di affitto vero e proprio pagando il canone mensile verso cui eravamo disponibili. Vogliono battere cassa, costruire qui degli appartamenti. Che amarezza sarà andarsene - conclude la veterinaria - e non dare più seguito ai progetti di filiera corta».
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