Il Tirreno

Prato

«La giustizia ci si fa da soli»

Ilenia Reali
I condomìni di via da Quarata Un mese fa qui si scatenò una violentissima caccia all’uomo Qui in una giornata qualunque
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I condomìni di via da Quarata Un mese fa qui si scatenò una violentissima caccia all’uomo Qui in una giornata qualunque

Via da Quarata parla la lingua di Brancaccio e dello Zen

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«Marmaglia». Guarda in direzione delle tre palazzine di via da Quarata col suo cane a guinzaglio e non ha dubbi. Vive a Iolo da sempre. «Anni fa proprio lì. Vicino al primo palazzo e poi, per fortuna, dall'altra parte della frazione», racconta. Per l'uomo col cane, meglio non avere niente a che fare con quella gente. Disprezzabili e disonesti.  Da quando 25 anni fa furono costruiti i blocchi delle case popolari di via Da Quarata per gli abitanti di Iolo c'è un angolo del paese che ha cominciato a vivere di vita propria: di liti tra condomini, di ladri, di rapinatori, di teste calde. Un luogo dove carabinieri e polizia vanno più spesso che altrove. Per arrestare, perquisire, controllare. Ma anche di aiuto e sostegno reciproco, quando, spesso, i soldi non ci sono.  Cinquanta metri di strada, forse qualcosa meno. Anche l'archivio del Tirreno rinvia ad articoli su articoli. Incendi appiccati per storie legate alla Camorra, è il 1999, e dopo arresti per spaccio, ma anche storie di solitudine e di degrado come quelle di due anziani trovati morti nelle loro case dopo giorni e giorni.  Il posto ora però è carino. Non si pensi alle classiche immagini da case popolari. Niente rifiuti, niente siringhe, niente balconi carichi di abiti a stendere. Da qualche anno, da quando il Comune con un sostanzioso finanziamento del Ministero ha rifatto case e spazi verdi, entrare nel "ghetto" di Iolo è come entrare in una qualunque strada di periferia della città. Anzi, forse anche meglio. I giochi per i bambini del vicino giardino sono intatti, le scritte sui muri lasciate ad altri angoli, lontani, della città. Ci sono le panchine di legno sotto i portici dei palazzoni del Comune.  Tre blocchi, 22 famiglie ciascuno. Sono quelli da guardare. Quelli da dove partire per cercare di capire perché proprio lì c'è stata una delle rivolte popolari più violente della Toscana degli ultimi anni. E' qui che si è scatenata, un mese fa, la caccia al pedofilo. Il tentativo di linciaggio da parte di quasi 200 persone che ha portato la procura a inviare 17 avvisi di garanzia.  Cosa c'è qui? Cosa c'è di diverso dal resto della città? Qual è il nucleo da cui si sono sprigionati violenza e disagio?  Qui c'è una comunità. Una comunità di persone che «vive alla giornata» con lavori duri e umili e, alcuni, anche grazie ad espedienti, come raccontano le cronache degli ultimi dieci anni.  Siamo in una grande famiglia dove vige una legge propria. La legge delle strade di quartieri molto più noti, di Napoli, di Palermo. E dove i bambini, e non potrebbe essere altrimenti dato che spesso le famiglie più numerose sono anche le più bisognose, sono molti. Quattro, cinque, sei, per famiglia. Piccoli e un po' più grandicelli. Da piccoli sembrano principi e principesse, quando crescono sono obbligatoriamente più smaliziati. Qui ci si convince presto, senza interrogarsi troppo, che lo Stato è lontano e che la vera giustizia ci si fa da soli. Proprio come accade, al Sud, nei quartieri in mano alle organizzazioni criminali.  Si vive con pochi soldi, poca istruzione, poco lavoro. I carabinieri arrestano chi delinque per campare, non lo fanno - nei tempi che si vorrebbe - con chi è accusato di reati "infami". Questo pensano alcuni in via da Quarata.  I tanti bambini sono uno dei motivi che ha scatenato la rivolta. La condivisione di spazi comuni abbastanza ristretti è un'altra. La consuetudine a vivere sempre sul confine della legalità - con una distinzione assolutamente meno rigida su ciò che si può fare e ciò che invece non si fa - è la terza. E anche l'abitudine tra vicini a passarsi un barattolo di pomodori, quando non si ha da mettere insieme il pranzo con la cena, è la quarta: è una solidarietà bella che qui però vince anche nel male. Uno sgarbo a tuo figlio, è uno sgarbo a mio figlio. E se l'offesa impone, in base al nostro modo di vivere, di andare oltre il buonsenso comune, sono al tuo fianco.  «Vivo qui da 8 anni - racconta uno dei condomini - ed ho quattro figli piccoli. Lavoro in una tessitura. Vado via la mattina e torno la sera e sapere che c'è un uomo che fa le tue stesse scale, divide lo stesso parcheggio, e molesta i più piccoli fa paura. Non puoi controllarli come vorresti e monta la rabbia. E' la rabbia che ci è montata dentro quella sera. Perché si permette che viva come noi? Che possa fare quello che vuole indisturbato?».  M. ha diciassette anni, è il fratello del ragazzino di 15 anni molestato, è uno degli indagati dalla procura. «Mia madre - dice - aveva fatto la denuncia. E quello era sempre lì. Poi la moglie è venuta a richiedere i soldi che il marito aveva dato a mio fratello e mamma ha raccontato tutto anche a noi, al babbo. Non ci abbiamo visto più. Quando è troppo è troppo».  Lo zio, che è stato in carcere per rapina, entra più dettagliatamente nella situazione. «Non è un uomo che ha il diritto di vivere», dice. «Anzi. Non è proprio un uomo. Uno che se la fa con i ragazzini. Vada a puttane se non si sa contenere», aggiunge. La rabbia c'è. C'è ancora e non c'è pentimento per la rivolta. «Non c'è giustizia che tenga per uno come quello lì. Anche in carcere, se l'avessero messo con gli altri, avrebbero tentato di ammazzarlo. Se torna qui la giustizia ce la facciamo da noi».  Ma che differenza c'è tra un rapinatore, quindi uno che si macchia di reati, è un sospetto pedofilo? «Sospetto lo dicono i magistrati. Per me è un pedofilo. Sappiamo che ci ha provato. E questo basta. Chi fa reati va in galera, chi tocca i piccini deve morire», risponde l'uomo.  Si poteva evitare? Difficile dirlo. Chi fa antimafia, nelle strade e nei quartieri della Sicilia, sostiene che è stando in mezzo a loro, mescolandosi nel quotidiano, facendo vedere che un'altra vita è possibile soprattutto ai più piccoli, che si ottengono dei risultati. Che si cambia il modo di pensare. Forse è il tempo di pensare che anche a Prato c'è un mondo che pensavamo lontano. Ma sarà solo in via Andrea da Quarata?

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