Il Tirreno

Prato

L’operazione risale a sei anni fa e coinvolge 27 persone e quindici società per un danno erariale ipotizzato in 12 milioni di euro

Frode fiscale coi telefonini, stop al processo

Pasquale Petrella
Il pm Benedetta Foti della Procura di Prato
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Il pm Benedetta Foti della Procura di Prato

Il pm Benedetta Foti ha eccepito un conflitto di competenza territoriale con Lucca

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 PRATO. Ventisette persone e quindici società imputate a vario titolo per una presunta frode fiscale di 65 milioni di euro e con un danno erariale stimato in 12 milioni. Ma, a sei anni dall'inizio di quell'operazione che portò in carcere anche la maggior parte degli imputati, non è ancora certa a chi spetti la competenza territoriale dell'accusa.  Il pubblico ministero di Prato, Benedetta Foti, ha infatti sollevato il conflitto della competenza territoriale ritenendo che non debba essere Prato ad occuparsi di questo processo bensì, probabilmente, la procura di Lucca dove sarebbero stati trovati i primi riscontri ai reati. Una decisione un po' tardiva anche se legittima da parte del pubblico ministero pratese che nel marzo del 2010 aveva chiesto il decreto di rinvio a giudizio per tutti gli imputati.  L'altro ieri il giudice Anna Liguori ha quindi sospeso l'udienza e rinviato al 4 aprile dell'anno prossimo in attesa della decisione della Cassazione. Tempi, rinvii e numero delle parti che lasciano prevedere un possibile arrivo del termine di prescrizione a mettere la parola fine su questo caso prima che possa svolgersi a pieno il dibattimento, con buona pace delle Agenzie delle Entrate di Lucca, Massa, Prato, Pistoia, Firenze e Modena che sono le parti lese e degeli stessi imputati che vorrebbero dimostrare la propria innocenza.  L'inchiesta è della Guardia di Finanza di Lucca che, nel 2005, facendo dei riscontri su una società di Altopascio, la Bch srl di Giancarlo Bardi e del figlio Leonardo, entrambi di Casalguidi, arrivarono ad arrestare diciassette persone in gran parte pistoiesi che, secondo i finanzieri, vendevano telefoni cellulari a prezzi stracciati grazie all'aggiramento dell'Iva con le cosiddette «frodi carosello». La Bch aveva attirato l'attenzione della Finanza perché in pochi mesi dalla sua costituzione aveva realizzato un volume di acquisti e vendite superiore ai 10 milioni di euro, denunciando un reddito imponibile irrilevante e addirittura un credito Iva. Altri accertamenti hanno portato i finanzieri a scoprire collegamenti con una azienda di Barcellona che risultava avere irregolarità nei codici Iva. Successivamente l'indagine si allargò in mezza Italia del nord ipotizzando una vera e propria associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale, emissione e utilizzo di fatture relative ad operazioni inesistenti, truffa ai danni dello Stato e dell'Ue. Tra le persone finite in carcere ci fu anche Giuseppe Ingrà, amministratore della Imperial, catena che all'epoca aveva 13 punti vendita in Toscana.  La Finanza denunciò 27 persone, mise i sigilli a nove società, sequestrando 30 conti correnti, prodotti commercializzati, auto e beni immobili per un valore di oltre un milione e mezzo di euro.

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