Sicurezza
Chiede un confronto con le imprese: «È la politica che deve seguire i loro indirizzi»
Il sindaco Cenni tira il freno
Cristina Orsini
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Il sindaco Reberto Cenni Centro di ricerca italo-cinese? «Prima tutte le garanzie»
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PRATO. Frenata. Sul centro di ricerca italo-cinese il sindaco Roberto Cenni corregge il tiro: non è il caso di procedere a "testa bassa". «Bisogna aprire un confronto - dice - soprattutto con le imprese, per capire come riuscire ad avere tutte le garanzie necessarie». Con una premessa: «Trovo molto sconveniente che la politica prenda decisioni che coinvolgono il futuro del distretto senza tenere ben presenti le loro indicazioni. Dovrebbe accadere il contrario: la politica che fa da sponda agli interessi di una città». E non sta accadendo? «Non mi pare. Sono ancora convinto che l'unico modo possibile perchè Prato venga indennizzata dei danni provocati dalla concorrenza sleale di quel mondo produttivo parallelo con il quale ci troviamo ogni giorno a fare i conti, sia portare sul nostro territorio le multinazionali cinesi affinché investano qui. E invece si parla di creare in sinergia un laboratorio sul tessile senza che l'operazione sia condivisa dagli operatori economici». Ma potrebbe anche essere realizzato in qualsiasi altra parte della Toscana, come ha detto il presidente Rossi. «Altra affermazione che mi ha lasciato perplesso, da un lato, e allibito dall'altro per la scorrettezza istituzionale». Quale, sindaco? «Non mi pare normale che ci siamo altre amministrazioni che alzino le mani per avere il centro, mentre Prato sta discutendo». Perplesso perchè? «Perchè vorrei capire cosa potrebbe mai cambiare facendo un centro di ricerca sul tessile a Prato, Calenzano o Grosseto. Certo non si scongiura il rischio di un passaggio di conoscenza a senza unico: da noi a loro. Bisognerebbe riuscire ad avere le garanzie, da parte cinese, del rispetto delle regole e dei brevetti. Per questo, al convegno Cna, ho detto che se proprio il centro di ricerca si deve fare, che per lo meno preveda con chiarezza negli accordi che ogni scoperta, ogni innovazione, resti sul nostro territorio per la produzione e a costi italiani. Certo, mi rendo anche conto che tra una carta scritta e la realtà dei fatti ce ne passa». Ed è probabilmente lo stesso ragionamento che gli industriali hanno fatto per bocciare, quasi definitivamente, il centro. «Una posizione che capisco bene. Perchè si parla tanto di ricerca sul tessile, ma l'ultima scoperta vera, che si possa chiamare con questo nome, risale agli anni Settanta ed è relativa alla nascita della microfibra. Da lì in poi, nel distretto pratese, abbiamo avuto tante piccole innovazioni, ottenute grazie a un migliore uso del meccanotessile e della chimica, importanti, certamente, ma di nicchia e non certo brevettabili, che però hanno garantito che il distretto reggesse fino a oggi». Qualche esempio? «Beh, la seta lavata. Nessuno pensava che quel tessuto si potesse lavorare, poi invece grazie ad alcuni trattamenti chimici è stato possibile. O il "like cachemire" prodotto dalla lana con l'aggiunta di alcuni additivi chimici che fanno diventare il filato molto simile al chachemire. Se le prossime invenzioni, frutto del lavoro di generazioni di imprenditori pratesi, passassero di mano e venissero prodotte in Cina a un decimo del nostro costo, cosa si pensa potrebbe accadere? Quindi va bene accettare il confronto sul centro di ricerca, ma è indispensabile che avvenga su posizioni compatibili e alla pari. E per ottenere questo risultato bisogna mettersi attorno a un tavolo, soprattutto con gli imprenditori, e vedere di individuare delle formule che blindino le conoscenze del distretto». Niente sede al Creaf del centro, quindi? «Non vorrei che per risolvere un problema ce ne trovassimo due. Non sarebbe utile per risolvere le questioni aperte sul contenitore di Galciana, mandare all'aria il distretto». Allora sindaco che bisogna fare? «Riflettere bene e rallentare la marcia».
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