Il dolore
La via cinese all'evasione totale
Prato, l'assessore-sceriffo mostra le cifre: non pagano un euro di tasse
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E' la "via cinese" all'evasione totale: fare la dichiarazione dei redditi, perché no, ma alla fine non pagare un euro di imposte. Né allo Stato, né alla Regione, né tantomeno al Comune. Così fan tutti, secondo l'assessore-sceriffo di Prato Aldo Milone, ex 007 del ministero degli Interni, alle prese da qualche settimana con verifiche certosine su 550 dichiarazioni dei redditi.
Denunce compilate nel 2010, relative alle posizioni 2009, di piccole confezioni del dragone, di solito ditte individuali, del distretto parallelo pratese.
Una galassia che sfugge e si trasforma perché la vita media di queste società è di un anno e mezzo prima di sparire dagli elenchi della Camera di Commercio e ricomparire dopo un po' con nome diverso e magari intestate a prestanome. Come cercare un ago nel pagliaio. Però i servizi, quelli comunali, li usano, i cassonetti dell'immondizia li riempiono e spesso con materiale che da tutt'altra parte dovrebbe stare (gli scarti delle lavorazioni). E anche la Tariffa di igiene ambientale la pagano a fatica. Eppure in ospedale ci vanno e nei presidi sul territorio pure. E in più fanno concorrenza sleale a quelle imprese pratesi che invece le tasse le pagano. Ma questa è storia vecchia. Insomma, secondo l'assessore Milone, un costo, quello del distretto parallelo, più che un'opportunità.
«Per questo - spiega Milone - sono andato a vedere». Un "poker-teresina" proprio nel momento in cui il presidente della Regione Enrico Rossi firma un protocollo d'intesa col governo di Pechino - che sul tavolo mette 20 milioni di uro - per creare un centro di ricerca sul tessile toscano-cinese e sulla collocazione del quale una parte di Prato ha alzato la mano. Lo vuole la Provincia di centrosinistra, non lo vogliono gli industriali per timore che le conoscenze storiche vengano scippate, mentre c'è un'apertura cauta del sindaco-imprenditore Roberto Cenni, centrodestra. Si vedrà.
Intanto Milone fa i conti in tasca alla comunità. Su un campione di 100 dichiarazioni dei redditi di confezioni cinesi - «prese a caso», spiega - ha fatto due scoperte a dir poco sconcertanti: con l'Agenzia delle Entrate ha verificato che le imposte dovute, sia sulle persone fisiche, sia sulle attività, in nessuno dei cento casi sono state pagate. Conti giusti, soldi zero. Ma ha anche scoperto che nulla, proprio nulla, in quel pacchetto di denunce, è andato al Comune. Anzi in ciascuna delle cento dichiarazioni la voce "addizionale comunale", la quota Irpef che ciascuno paga, risulta zero, nonostante siano indicati redditi anche cospicui. Per questo verranno controllate altre 450 confezioni orientali. Con un problema in più: «Le dichiarazioni dei redditi - dice Milone - i cinesi se le fanno compilare da un pool di commercialisti che usano programmi standard per il computer che calcolano direttamente la percentuale di addizionali da sborsare». Tutte meno quella del Comune. Un piccolo giallo telematico «o forse - conclude l'assessore - l'ultimo dispetto del distretto parallelo».
Denunce compilate nel 2010, relative alle posizioni 2009, di piccole confezioni del dragone, di solito ditte individuali, del distretto parallelo pratese.
Una galassia che sfugge e si trasforma perché la vita media di queste società è di un anno e mezzo prima di sparire dagli elenchi della Camera di Commercio e ricomparire dopo un po' con nome diverso e magari intestate a prestanome. Come cercare un ago nel pagliaio. Però i servizi, quelli comunali, li usano, i cassonetti dell'immondizia li riempiono e spesso con materiale che da tutt'altra parte dovrebbe stare (gli scarti delle lavorazioni). E anche la Tariffa di igiene ambientale la pagano a fatica. Eppure in ospedale ci vanno e nei presidi sul territorio pure. E in più fanno concorrenza sleale a quelle imprese pratesi che invece le tasse le pagano. Ma questa è storia vecchia. Insomma, secondo l'assessore Milone, un costo, quello del distretto parallelo, più che un'opportunità.
«Per questo - spiega Milone - sono andato a vedere». Un "poker-teresina" proprio nel momento in cui il presidente della Regione Enrico Rossi firma un protocollo d'intesa col governo di Pechino - che sul tavolo mette 20 milioni di uro - per creare un centro di ricerca sul tessile toscano-cinese e sulla collocazione del quale una parte di Prato ha alzato la mano. Lo vuole la Provincia di centrosinistra, non lo vogliono gli industriali per timore che le conoscenze storiche vengano scippate, mentre c'è un'apertura cauta del sindaco-imprenditore Roberto Cenni, centrodestra. Si vedrà.
Intanto Milone fa i conti in tasca alla comunità. Su un campione di 100 dichiarazioni dei redditi di confezioni cinesi - «prese a caso», spiega - ha fatto due scoperte a dir poco sconcertanti: con l'Agenzia delle Entrate ha verificato che le imposte dovute, sia sulle persone fisiche, sia sulle attività, in nessuno dei cento casi sono state pagate. Conti giusti, soldi zero. Ma ha anche scoperto che nulla, proprio nulla, in quel pacchetto di denunce, è andato al Comune. Anzi in ciascuna delle cento dichiarazioni la voce "addizionale comunale", la quota Irpef che ciascuno paga, risulta zero, nonostante siano indicati redditi anche cospicui. Per questo verranno controllate altre 450 confezioni orientali. Con un problema in più: «Le dichiarazioni dei redditi - dice Milone - i cinesi se le fanno compilare da un pool di commercialisti che usano programmi standard per il computer che calcolano direttamente la percentuale di addizionali da sborsare». Tutte meno quella del Comune. Un piccolo giallo telematico «o forse - conclude l'assessore - l'ultimo dispetto del distretto parallelo».
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