Sicurezza
La produzione non sarà più in Occidente
Ile.R.
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Carlo Longo Il distretto, secondo Longo, dovrà puntare su distribuzione e logistica
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PRATO. Longo imprenditore orientato sul mondo. Con affari in ogni paese. E la valigia sempre in mano. E Longo, presidente della Camera di commercio, con l'impegno di guardare a Prato. E per dirla alla Nesi, alla sua gente. Ma come il mondo si concilia con Prato? E come Prato potrà sopravvivere in un futuro dove i confini sarano sempre meno riconoscibili? Longo, quali aziende di produzione ha oggi il vostro gruppo? «Adesso non abbiamo più aziende di produzione in Italia dopo l'esperienza dei due stabilimenti in Calabria e della Filprogress a Prato. Come produzione abbiamo le due aziende in Romania e quella in Russia ma solo per il mercato locale. Anche negli Stati Uniti abbiamo chiuso la produzione e lasciato la distribuzione: lì la concorrenza cinese ha colpito ancora più duramente. Nel 2001 la produzione del tessuto per l'arredamento era il 25% del mondo oggi è di meno del 5% mentre quella della Cina è superiore al 52%. Noi, continueremo a produrre solo in Romania dove stiamo riorganizzando per rispondere al mercato del tessuto tecnico per le auto che è un po' in ripresa. Nel 2008 avevamo rilevato un'azienda tedesca, trasferendola prima in Polonia e poi in Romania, che ci ha permesso di acquisire know how per quanto riguarda i tessuti più tecnici. Oggi per noi è fondamentale essere concentrati in un solo posto e lì cercare di fare qualità. Ritiene oggi sia stato sbagliato trasferire, voi siete stati tra i primi, la produzione all'estero. «Non è stata una scelta. Siamo stati obbligati. Nel 2000 Prato produceva 50 milioni di chilogrammi di ciniglia, oggi appena un milione e mezzo all'anno. Ora i produttori di ciniglia sono tutti turchi ed è con i loro prezzi che dobbiamo confrontarci. La produzione interna può continuare a farla solo chi è riuscito a trasferirsi su un'alta gamma». Le dispiace non avere alcuna produzione a Prato? «Per noi il mercato italiano rappresenta il 20 per cento. Non essere a Prato ha un costo dovuto al fatto che altrove non si trovano tutti i servizi e la conoscenza che contradistinguono questo distretto ma è anche vero che i costi sono tali per cui per il nostro settore lavorare qui è difficilissimo. Solo per fare un esempio: in Romania l'energia elettrica costa il 50% in meno. E' invece importantissimo mantenere il cervello delle aziende qui, lo sviluppo del prodotto e il commerciale in particolar modo». Quindi lei ritiene che non si potrà più produrre a Prato? «Purtroppo certi lavori andranno esaurendosi: basti pensare che i figli degli artigiani adesso fanno altro e quando i loro padri andranno in pensione non ci sarà chi li sostituirà. Per alcune fasi quindi saremo tutti obbligati a delocalizzare. Ritengo però che mentre per il filato non ci sarà alternativa per quanto riguarda i tessuti dovremo lottare per tenere qui la parte del finissaggio che fa la differenza. Comunque dobbiamo smettere di pensare che il mondo finisca nella nostra provincia». Nesi nel suo "L'età dell'oro" descrive il Macrolotto come un pascolo per daini. Se la produzione se ne andrà sarà un po' così? «Me lo sono chiesto spesso e sicuramente il manifatturiero non potrà continuare a rappresentare il 40% delle nostre attività ma sono fiducioso che prima o poi i consumatori si stancheranno di comprare guardando solo il prezzo. Ritengo quindi ci sarà ancora un po' di manifatturiero e più distribuzione e logistica». Quindi i posti di lavoro saranno offerti secondo lei principalmente da distribuzione e logistica? «Prato ha una posizione geografica favorevole, ha i macrolotti, l'acquedotto industriale e con la terza corsia dell'autostrada e l'aeroporto, e anche con un interporto funzionante, sarà un luogo ideale per questo tipo di attività. E' così che dovremo costruire il nostro futuro. Siamo stati gli ultimi a perdere posizioni nel manifatturiero ma basta guardare altrove per capire come vanno le cose in Occidente». Ne è certo? «Le cose cambiano. Quello che pensavamo nel 2007 non è quello che pensiamo oggi ma credo che Prato debba pensare seriamente al proprio futuro, deve parlarne, deve provare a progettarlo. E deve ritrovare, come fa emergere Nesi nel suo "Storia della mia gente", i suoi valori. La voglia comunque di fare delle cose».
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