Il presidente Loro Piana soddisfatto per il ritorno dei colleghi toscani: «La porta è sempre aperta»
Prato torna a esporre a Milano Unica
Ilenia Reali
Dieci imprenditori in più si iscrivono alla prossima edizione della fiera
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PRATO. La città tessile toscana torna a strizzare l'occhio alla kermesse italiana della moda e, dopo un paio di anni di quasi assenza, a settembre presenterà le proprie collezioni a Milano Unica. Sono 46 contro i 36 dello scorso anno (e i 30 dell'edizione di febbraio) gli imprenditori che hanno deciso di non saltare l'appuntamento milanese con la promozione del tessile. Tra i rientri più importanti Caverni&Gramigni, lanificio Faisa, Mario Bellucci, Warp&Weft, Bremil, Emmetex, Microtex cotton club, Valcorex, lanificio Becagli e lanificio Roma. Una riscoperta di Milano ai danni dell'iniziativa di Firenze, Prima, (qui gli espositori sono qualcuno meno) che ha un significato: gli imprenditori possono spendere qualcosa in più nelle fiere e la "ripresa" di cui si parla ormai da mesi si è consolidata. L'aumento tra gli espositori della squadra pratese è un elemento da sottolineare anche per Pier Luigi Loro Piana, presidente di Milano Unica. Presidente, aumentano gli espositori e gli spazi. E a tornare a Milano Unica sono anche i pratesi. Anche alcuni di coloro che erano stati molto severi con voi. «L'aumento contenuto, complessivamente avremo più tre espositori rispetto all'anno scorso, acquista più importanza se si tiene conto che, complessivamente, nell'intera filiera tessile-abbigliamento-moda italiano hanno interrotto l'attività circa 1500 aziende e si sono persi quasi 25.000 posti di lavoro. E la nota più positiva è senz'altro l'elevato numero di pratesi che tornano a Milano». Prato lasciò Milano non senza polemiche. Ora c'è un nuovo interesse delle aziende. State pensando di tornare insieme anche per l'organizzazione della fiera? «Il rapporto con gli imprenditori pratesi è sempre stato fluido e aperto. Più volte abbiamo parlato con Riccardo Marini e la scorsa edizione siamo venuti a far visita a Prima. C'è stato un momento, come dire, di buriana e si sono fatte scelte diverse ma i rapporti non si sono mai interrotti e con gli imprenditori che hanno continuato a venire a Milano Unica c'è sempre stato scambio, sono state ascoltate le loro proposte. Non abbiamo mai parlato di un ritorno a Mu nell'organizzazione ma per me non c'è problema: la porta è sempre aperta anche se non è il tempo di fare ragionamenti politici. Il tempo dell'associazionismo credo sia passato e ora è tempo di fare sistema tutti insieme». Voi avete sempre sostenuto che Milano Unica era importante perché era la fiera degli italiani in Italia. Siete quindi sempre convinti che gli imprenditori del Paese devono muoversi uniti? «E' importante mostrarsi ai paesi emergenti come un gruppo unito e lavorare per conquistare sempre maggiori quote di mercato mostrandoci come quello che siamo: l'unico paese al mondo che può offrire una così variegata tipologia di tessuti di qualità. Dobbiamo dare l'idea che siamo una sorta di circo del tessile con all'interno tutte le eccellenze. E prendere anche coscienza che senza italiani altre fiere non potrebbero essere fatte. Continuo a pensare che una fiera italiana sia un buon simbolo per mostrare chi siamo davvero e cosa esprimiamo». Ma esistono ancora davvero delle specificità italiane. «Abbiamo anni di esperienza, un management preparato e non siamo solo capaci di dare servizi ma qualità. L'esperienza e la creatività non si improvvisano». La Regione Toscana ha firmato un protocollo d'intesa con il Ministero per la ricerca cinese per realizzare un centro sino pratese. Gli imprenditori locali sono molto perplessi, lei cosa ne pensa? «Bisognerebbe avere tutte le informazioni prima di esprimersi ma credo che principalmente si dovrebbero mettere le aziende in condizione di fare profitti per poter reinvestire in ricerca. Dobbiamo consolidarci sui mercati asiatici ma questo non significa che loro, mettendo il primo 10% delle risorse, possano avere a disposizione due generazioni di esperienza. Collaborazione sì ma la ricerca è il cuore e il cervello del settore e non possiamo permetterci di regalarla. Non si può consegnare alle aziende che finora hanno saputo solo copiarci la nostra ricchezza. Credo che un po' di protezionismo non guasta e sono d'accordo con i pratesi nel dire che questo tipo di relazioni possano essere pericolose e vadano gestite con molta attenzione».
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