Il Tirreno

Prato

CACHEMIRE

Imprenditore accusato di frode in commercio

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 PRATO. L'etichetta sostiene che il cappotto è fatto per il 10% in cachemire, ma una verifica avrebbe accertato che la preziosa fibra è presente solo al 2,5%. Per questo un imprenditore tessile è stato accusato, e viene processato, con l'accusa di frode in commercio. Si tratta di Paolo Bellandi, titolare dell'omonima azienda che produce tessuti e difeso da Cristina Meoni. Il processo scaturisce da un controllo fatto il 28 novembre 2007 dal Consorzio internazionale per la tutela del cachemire, con sede a Milano, nel magazzino dell'Unicoop Firenze di Scandicci.  Gli ispettori prelevarono 202 cappotti, uno dei quali, modello Arianna, fu attribuito al confezionista Tagliente di Martina Franca. L'etichetta riportava una composizione in cachemire al 10%, mentre secondo quelli del Consorzio la percentuale della fibra era molto più bassa. Il cerino è rimasto in mano all'imprenditore pratese, presunto fornitore del tessuto. Presunto perché la difesa sostiene di aver venduto tessuto con la percentuale corretta. Che cosa ci abbia poi fatto il confezionista, dice sempre la difesa, non è dato saperlo. Inoltre, si sostiene, quel cappotto era color panna e il tessuto venduto da Bellandi era di un altro colore. La questione verrà decisa a metà novembre.

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