Il Tirreno

Prato

Chiude la concessionaria Fineschi

Paolo Nencioni
Beatrice Fineschi con la madre A destra insieme al giornalista Paolo Brosio davanti alla sede
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Beatrice Fineschi con la madre A destra insieme al giornalista Paolo Brosio davanti alla sede

La situazione è precipitata quando la Mercedes ha risolto il contratto

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 PRATO. Non ce l'ha fatta nemmeno Irene Pivetti. Il recente (e sorprendente) ingresso dell'ex presidente della Camera dei deputati nel consiglio di amministrazione non è servito a salvare la storica concessionaria Mercedes Fineschi, che in questi giorni è stata messa in liquidazione.  Non esattamente un fulmine a ciel sereno, perché da tempo le nubi si erano accumulate sul cielo della Fineschi Spa, ma comunque un esito clamoroso: Fineschi a Prato e in Toscana è da almeno mezzo secolo sinonimo di Mercedes, prima per chi si è arricchito negli anni floridi del tessile, ultimamente per le schiere dei nuovi ricchi cinesi.  A staccare la spina alla concessionaria sono stati dapprima la casa madre Mercedes Benz Italia, che ha risolto il contratto con Fineschi Spa, e subito dopo le banche: appena hanno capito che tirava una brutta aria hanno imposto il rientro dei fidi e in pratica hanno chiuso i rubinetti del credito. Lo si ricava dal bilancio abbreviato di esercizio, redatto lo scorso 10 aprile dai sindaci revisori Marco Magnolfi, Antonio Biagini e Gianni Tempesti e depositato il 6 maggio.  Bilancio choc. Quello chiuso al 31 dicembre è disastroso, con una perdita di esercizio di quasi 9 milioni (8.965.357 euro per la precisione). Un crollo, fanno notare i sindaci, che al netto delle riserve ha eroso completamente il capitale sociale. Quando una società per azioni si trova in queste cattive acque scatta l'articolo 2447 del codice civile e i soci hanno tre opzioni: la riduzione e la contemporanea ricostituzione del capitale, la trasformazione della società oppure lo scioglimento e la messa in liquidazione. All'assemblea tenuta lo scorso 28 aprile nella sede di via del Lazzeretto la socia di maggioranza e amministratrice unica Beatrice Fineschi non ha potuto far altro che prendere atto della situazione e rimandare all'assemblea straordinaria del 10 maggio. Ieri è arrivata la notizia tanto temuta dai dipendenti: cassa integrazione in deroga a zero ore (sembra per tre mesi, poi si vedrà).  I dipendenti della Fineschi Spa sono relativamente pochi, 7-8 persone, perché i venditori sono esterni e l'unico in organico ha un contratto a progetto. Molti più dipendenti (circa 45) ha l'altra società del gruppo, la Fineschi Service Spa, che controlla anche la filiale di Calenzano, si occupa di assistenza e al momento non sarebbe coinvolta nella procedura che porterà alla chiusura della concessionaria di via del Lazzeretto.  La crisi. All'origine della crisi c'è più di un motivo. La negativa congiuntura economica del settore auto negli ultimi anni è certamente uno di questi, anche se il comparto di lusso sembrava aver retto più di altri. A Prato una boccata di ossigeno sembravano averla portata i clienti cinesi, per i quali l'acquisto di una Mercedes è ancora un potente status symbol, la consacrazione del successo economico, ma evidentemente non è bastata.  Mesi tormentati. Alla crisi economica generale si è però aggiunta una serie di traversie che hanno riguardato la Fineschi in particolare. Alla fine del 2009 finisce in carcere Michele Di Tommaso, 47 anni, di Poggio a Caiano, e si scopre che, presentandosi col falso nome di Michael Gambino, imparentato con la famiglia mafiosa di Brooklyn, si era insinuato nella concessionaria Fineschi dove faceva il bello e il cattivo tempo per conto dell'amico Giacomo Terracciano (in carcere pure lui per camorra). Beatrice Fineschi dice di conoscerlo appena e di essersi limitata a vendergli alcune macchine. Il gip Monti nell'ordinanza di custodia scrive invece che Di Tommaso e gli amici «usavano la Fineschi quale cavallo di Troia per penetrare nelle società e impadronirsene». La curiosa vicenda ha uno strascico quando l'amministratore delegato della Fineschi, Alessandro Giugni, viene estromesso proprio per aver denunciato la presenza del falso Michael Gambino, fa causa alla società e ottiene il sequestro conservativo di beni per 300.000 euro. E' il gennaio dell'anno scorso e anche solo leggendo l'ordinanza del giudice del lavoro Marilena Rizzo si capisce che le cose si mettono male. La Fineschi infatti non si costituisce in giudizio e il giudice commenta che tale comportamento «non consente una prognosi fausta in ordine alla sorte della società».  Il colpo di coda risale allo scorso 13 ottobre: l'ingresso di Irene Pivetti, ex presidente della Camera, nel cda Fineschi. Dovrebbe occuparsi di «riposizionare il brand», invece assiste all'eutanasia della concessionaria. Paolo Nencioni

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