Il dolore
La gestione "creativa" dei debiti Btp
Ilenia Reali
«Ho trovato una situazione drammatica un buco di un miliardo di euro»
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PRATO. Il commissario di Btp nominato dal Tribunale di Prato alla guida di Btp è stanco delle interferenze degli ex amministratori dell'azienda di costruzioni. Bruno Inzitari è parsimonioso nelle dichiarazioni e non ha voglia di polemiche ma, se è il caso, non manca di schiettezza e mette i puntini sulle "i". «Stiamo parlando di un Gruppo - dice - che ho trovato con oltre un miliardo di euro di debiti. Una montagna di debiti così astronomica raramente mi era capitato di trovarla».
«Non spetta a me dare un giudizio su chi ha gestito Btp in passato», commenta Bruno Inzitari rifiutandosi di dire la sua sulle posizioni che negli ultimi mesi hanno assunto i soci. Ma i fatti, secondo il commissario Inzitari, sono fatti. E, come tali, non possono essere soggetti a interpretazioni. Per cominciare.
Uno. «Quando sono arrivato - sottolinea il professore milanese - non erano stati pagati salari, stipendi e tredicesime da dicembre a nessun lavoratore. E neppure gli oneri contributivi e previdenziali. Questo per un'azienda di costruzioni significa non poter avere i documenti in regola per mandare i cantieri».
Due. «Ho trovato un debito fiscale di 59 milioni di euro di tasse dichiarate e non pagate a cui vanno aggiunte le ritenute d'acconto dei dipendenti, anche queste non versate, a cui vanno ulteriormente sommati gli accertamenti dell'Agenzia delle entrate. In totale c'era un debito fiscale di 94 milioni di euro. Una cifra enorme e in gran parte fatta da crediti privilegiati che io non posso non tenere in considerazione».
Tre. «A tutto questo - è sempre Inzitari a parlare - vanno sommati milioni e milioni di assegni postdatati girati a fornitori e appaltatori che poi sono stati protestati creando danni su danni a queste piccole imprese dell'indotto. Una situazione già drammatica a cui si aggiungono contratti già rescissi come quello della Salerno-Reggio Calabria».
Commissario, una situazione sicuramente drammatica ma prevedibile per una grossa azienda di cui viene dichiarato lo stato di insolvenza. «Raramente ho trovato una situazione così grave. Erano stati ceduti alle banche crediti per lavori ancora da fare e perfino cifre calcolate presupponendo l'esito di importanti cause ancora in corso. Qualsiasi cosa, ancora non riscossa, era stata ceduta alle banche. E quando un cantiere introitava dei soldi questi erano già tutti stati ceduti senza contare che un cantiere comunque costa, che ci sono lavoratori da pagare, per esempio».
C'era però il patrimonio. «Ho trovato prassi di pagamento anomale, quasi incredibili. Si pagavano le aziende creditrici cedendo immobili. E in alcuni casi si prometteva di farlo in futuro. E tutto senza una parità dei trattamento dei creditori».
Si pensava però inizialmente di fare ricorso alla ristrutturazione dei debiti con la ex legge 182. Sarebbe stata un'ottima soluzione per tutti: perché poi le banche si sono tirate indietro? «Tirate indietro direi di no. Mi chiederei semmai con questo quadro come si fa a far quadrare i conti. La legge 182 si è rivelata inapplicabile. C'era una montagna astronomica di debiti, oltre il miliardo di euro, e sarebbe stato impossibile riuscire con un accordo con gli istituti di credito riuscire a pagare anche tutto il resto».
Eppure gli istituti di credito avevano firmato un anno prima il ricorso alla ristrutturazione del debito utilizzando un accordo privato, previsto dalla legge 67. In quel caso i margini erano stati trovati. «Quello era un accordo privato tra le banche e i soci. Gli istituti di credito pensavano evidentemente di poter andare avanti così ma con la dichiarazione di insolvenza richiesta dalla Procura è venuta fuori una situazione molto più drammatica. Il debito è esploso. E' venuto fuori tutto ciò che prima, evidentemente, non si vedeva. Io credo non si possa lavorare se non si è in regola. Le banche hanno dimostrato grande stima e fiducia nei miei confronti facendo una cosa assolutamente rara: mi hanno dato milioni di euro per consentirmi di far andare avanti i cantieri. Poi però il quadro di riferimento era così eccezionale. Basta saper fare i conti: non ci sono più stati margini di manovra».
Ma perché non ha richiesto un'amministrazione straordinaria anziché un concordato? «Il mio compito è tutelare il patrimonio e ritengo che quello che sto facendo vada in questa direzione. La gestione di questa società è stata anomala e certo non si poteva andare avanti così. Ai creditori ho detto che non avrei potuto pagare il pregresso ma che avrei rifatto i contratti: chi lavora oggi riscuote a scadenza».
Come saranno ricavate risorse per i creditori? «Sto trattando con Impresa e con il ricavato i creditori avranno parte dei loro crediti e la possibilità di lavorare ancora. In più si recuperano una gran parte dei dipendenti. Sto cercando di fare il possibile anche per quelli che lavorano in sede così come per la parte privata. E' però difficilissimo: la situazione del settore è sotto gli occhi di tutti».
I lavoratori sono preoccupati. Chiedono a gran voce di poterla incontrare. «Ho già deciso che subito dopo il ponte li incontrerò. Loro, e i rappresentanti sindacali, per spiegare cosa sto facendo. Entrare nei dettagli di una situazione così complessa comprende che è impossibile. Sicuramente lo è parlarne compiutamente in un'intervista. E per questo chiedo di lasciarmi lavorare».
Anche Fusi chiede di incontrare lei e il presidente del Tribunale Genovese. «Non ho alcun tempo e nessuna possibilità di incontrarlo. Se voleva farlo poteva chiederlo nei modi giusti».
Bartolomei glielo avrebbe richiesto. «Quando gli ex amministratori intendono incontrare il commissario devono inviare una richiesta scritta. E' così che si prendono le proprie responsabilità».
Quando si arriverà al concordato. E soprattutto ci sono i numeri? «I numeri penso ci siano. Sto portando avanti le trattative per le alienazioni e comunque conto di arrivare a una procedura in tempi stretti».
«Non spetta a me dare un giudizio su chi ha gestito Btp in passato», commenta Bruno Inzitari rifiutandosi di dire la sua sulle posizioni che negli ultimi mesi hanno assunto i soci. Ma i fatti, secondo il commissario Inzitari, sono fatti. E, come tali, non possono essere soggetti a interpretazioni. Per cominciare.
Uno. «Quando sono arrivato - sottolinea il professore milanese - non erano stati pagati salari, stipendi e tredicesime da dicembre a nessun lavoratore. E neppure gli oneri contributivi e previdenziali. Questo per un'azienda di costruzioni significa non poter avere i documenti in regola per mandare i cantieri».
Due. «Ho trovato un debito fiscale di 59 milioni di euro di tasse dichiarate e non pagate a cui vanno aggiunte le ritenute d'acconto dei dipendenti, anche queste non versate, a cui vanno ulteriormente sommati gli accertamenti dell'Agenzia delle entrate. In totale c'era un debito fiscale di 94 milioni di euro. Una cifra enorme e in gran parte fatta da crediti privilegiati che io non posso non tenere in considerazione».
Tre. «A tutto questo - è sempre Inzitari a parlare - vanno sommati milioni e milioni di assegni postdatati girati a fornitori e appaltatori che poi sono stati protestati creando danni su danni a queste piccole imprese dell'indotto. Una situazione già drammatica a cui si aggiungono contratti già rescissi come quello della Salerno-Reggio Calabria».
Commissario, una situazione sicuramente drammatica ma prevedibile per una grossa azienda di cui viene dichiarato lo stato di insolvenza. «Raramente ho trovato una situazione così grave. Erano stati ceduti alle banche crediti per lavori ancora da fare e perfino cifre calcolate presupponendo l'esito di importanti cause ancora in corso. Qualsiasi cosa, ancora non riscossa, era stata ceduta alle banche. E quando un cantiere introitava dei soldi questi erano già tutti stati ceduti senza contare che un cantiere comunque costa, che ci sono lavoratori da pagare, per esempio».
C'era però il patrimonio. «Ho trovato prassi di pagamento anomale, quasi incredibili. Si pagavano le aziende creditrici cedendo immobili. E in alcuni casi si prometteva di farlo in futuro. E tutto senza una parità dei trattamento dei creditori».
Si pensava però inizialmente di fare ricorso alla ristrutturazione dei debiti con la ex legge 182. Sarebbe stata un'ottima soluzione per tutti: perché poi le banche si sono tirate indietro? «Tirate indietro direi di no. Mi chiederei semmai con questo quadro come si fa a far quadrare i conti. La legge 182 si è rivelata inapplicabile. C'era una montagna astronomica di debiti, oltre il miliardo di euro, e sarebbe stato impossibile riuscire con un accordo con gli istituti di credito riuscire a pagare anche tutto il resto».
Eppure gli istituti di credito avevano firmato un anno prima il ricorso alla ristrutturazione del debito utilizzando un accordo privato, previsto dalla legge 67. In quel caso i margini erano stati trovati. «Quello era un accordo privato tra le banche e i soci. Gli istituti di credito pensavano evidentemente di poter andare avanti così ma con la dichiarazione di insolvenza richiesta dalla Procura è venuta fuori una situazione molto più drammatica. Il debito è esploso. E' venuto fuori tutto ciò che prima, evidentemente, non si vedeva. Io credo non si possa lavorare se non si è in regola. Le banche hanno dimostrato grande stima e fiducia nei miei confronti facendo una cosa assolutamente rara: mi hanno dato milioni di euro per consentirmi di far andare avanti i cantieri. Poi però il quadro di riferimento era così eccezionale. Basta saper fare i conti: non ci sono più stati margini di manovra».
Ma perché non ha richiesto un'amministrazione straordinaria anziché un concordato? «Il mio compito è tutelare il patrimonio e ritengo che quello che sto facendo vada in questa direzione. La gestione di questa società è stata anomala e certo non si poteva andare avanti così. Ai creditori ho detto che non avrei potuto pagare il pregresso ma che avrei rifatto i contratti: chi lavora oggi riscuote a scadenza».
Come saranno ricavate risorse per i creditori? «Sto trattando con Impresa e con il ricavato i creditori avranno parte dei loro crediti e la possibilità di lavorare ancora. In più si recuperano una gran parte dei dipendenti. Sto cercando di fare il possibile anche per quelli che lavorano in sede così come per la parte privata. E' però difficilissimo: la situazione del settore è sotto gli occhi di tutti».
I lavoratori sono preoccupati. Chiedono a gran voce di poterla incontrare. «Ho già deciso che subito dopo il ponte li incontrerò. Loro, e i rappresentanti sindacali, per spiegare cosa sto facendo. Entrare nei dettagli di una situazione così complessa comprende che è impossibile. Sicuramente lo è parlarne compiutamente in un'intervista. E per questo chiedo di lasciarmi lavorare».
Anche Fusi chiede di incontrare lei e il presidente del Tribunale Genovese. «Non ho alcun tempo e nessuna possibilità di incontrarlo. Se voleva farlo poteva chiederlo nei modi giusti».
Bartolomei glielo avrebbe richiesto. «Quando gli ex amministratori intendono incontrare il commissario devono inviare una richiesta scritta. E' così che si prendono le proprie responsabilità».
Quando si arriverà al concordato. E soprattutto ci sono i numeri? «I numeri penso ci siano. Sto portando avanti le trattative per le alienazioni e comunque conto di arrivare a una procedura in tempi stretti».
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