Il Tirreno

Prato

La mia vita inghiottita dal gioco

Barbara Burzi
La mia vita inghiottita dal gioco

«Era un'ossessione: ho dilapidato un patrimonio e rischiato di perdere la famiglia»

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 PRATO. «Mi alzavo la mattina per vincere. Quell'idea mi seduceva più del gioco in sé, che poi mi ha inghiottita fino al punto di portarmi quasi a distruggere la mia famiglia». A raccontare la sua storia è una donna di 45 anni che vive a Prato dal 1994 e che ora fa parte di un gruppo di recupero del Sert. Per ritrovare il sorriso che oggi ha sul volto, mentre ripercorre a ritroso le tappe della sua prigionia da gioco d'azzardo come fosse ormai un ricordo, ci sono voluti anni di bugie, "schiaffi" e debiti.  Quando si è avvicinata per la prima volta al gioco?  «Premetto di essere figlia di un giocatore d'azzardo. Non ho vissuto un'infanzia felice e per reazione sono cresciuta con l'idea che il denaro potesse cambiarmi la vita. Così ho iniziato a giocare tutti i giorni, più che altro al Gratta e vinci, al Lotto e alle slot, attratta da una vincita milionaria».  Com'era la sua giornata da giocatrice compulsiva?  «Accompagnavo i figli a scuola e all'asilo, dopodiché passavo ore a giocare e il resto della giornata a indebitarmi andando in giro a chiedere soldi in prestito che puntualmente rigiocavo. Persino un prete s'impegnò per farmi avere un finanziamento di 3.000 euro».  Quanti soldi arrivava a giocarsi?  «Tutto quello che guadagnavo facendo le pulizie e tutta la pensione di mia madre, che mi aveva delegato a riscuoterla non essendo più autosufficiente. Sono arrivata al punto di non poter fare a meno di giocare, con tutti i problemi che ciò provocava a livello familiare».  Sarebbe a dire?  «Un giocatore è prima di tutto un gran bugiardo. E' disposto a inventarsi qualsiasi cosa pur di giocare perché ne ha bisogno. In quel momento mio marito rappresentava un ostacolo per me, così facevo tutto a sua insaputa fino a portarlo a credere che dietro le mie scappatelle ci fosse un amante».  Quando ha cominciato a riconoscere la sua malattia?  «Per avere soldi un giorno mi rivolsi all'allora datore di lavoro di mio marito, inventandomi una scusa e promettendogli di restituirli entro un mese. Ovviamente mi giocai tutto e disattesi quella promessa nascondendomi da mio marito e cercando di liberarmi di lui».  Come ci riuscì?  «L'ho denunciato accusandolo di molestare me e i nostri figli, ma era una bugia. Ottenni però quello che volevo trovando rifugio al centro d'aiuto La Nara dove mi nascosi per un po' di tempo finché pentita di quello che avevo fatto, scrissi una lettera al giudice, raccontando tutta la verità».  A quel punto decise di farsi curare?  «No, è stato grazie a mio figlio se mi sono decisa a smettere. L'ultima volta che giocai, spesi tutta la pensione di mia madre, tradendo un'altra volta la fiducia di mio figlio che dopo averlo scoperto scappò di casa obbligandomi a scegliere tra il gioco e la famiglia. La paura di perdere ciò che avevo di più caro è stato lo stimolo più forte».  Oggi come si sente?  «Serena e con tanta voglia di ricominciare. Negli operatori del Sert ho trovato finalmente la guida che non ho mai avuto: sono le mie stampelle. E grazie a loro il 3 giugno saranno tre mesi di astinenza da gioco. Voglio farcela perché ho troppa paura di perdere la mia famiglia (lo dice con le lacrime agli occhi, ndr). Sento di avere tra le mani un oggetto di cristallo che, se cade, per me è la fine».

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