La manifestazione
Truffa a Vieri, è iniziato il processo
Paolo Nencioni
Raggiro da milioni di euro, battaglia sulla competenza territoriale
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PRATO. E' approdato finalmente davanti a un giudice il procedimento giudiziario nei confronti di sei persone accusate di aver truffato milioni di euro a un gruppo di facoltosi risparmiatori, tra cui spiccano la madre e il fratello di Christian Vieri, oltre ai calciatori Cristian Brocchi e Daniele Adani.
E subito gli avvocati difensori hanno sostenuto l'incompetenza territoriale. Il giudice dell'udienza preliminare Angela Fantechi ha ascoltato a lungo uno stuolo di legali, ieri mattina, e poi ha rinviato: martedì deciderà se la competenza è del Tribunale di Prato oppure di Siena o Roma. Nel primo caso si arriverà in giornata anche alla decisione sul rinvio a giudizio, come chiesto dal sostituto procuratore Roberta Pieri.
Gli imputati sono il presunto capo dei truffatori, Bruno Bartoli, 49 anni, domiciliato a San Casciano, la sua compagna Elisabetta Staroccia, il suo autista Filippo Miceli e tre pratesi, il promotore finanziario Massimiliano Avietti, l'imprenditore Gianni Pagliai già amministratore della Viscofil di Montemurlo e l'altro imprenditore Stefano Gori. Le truffe, sulle quali ha indagato anche la Finanza di Siena, sarebbero iniziate circa dieci anni fa e nel 2004 si sarebbero allargate a Prato.
Bartoli, secondo la Procura, avrebbe convinto gli investitori che si potevano fare ottimi affari presentando offerte alle aste immobiliari di Roma e ritirando l'offerta all'ultimo momento in cambio di soldi. Lui garantiva di avere appoggi negli ambienti giusti e di volta in volta si sarebbe presentato come un inesistente magistrato di Firenze, come il cardinale Ruini e come il capitano Ultimo (quello che arrestò Totò Riina).
Tra i maggiori truffati risulta Christiane Rivaux, madre di Bobo Vieri, che insieme al figlio minore Max (ora attaccante del Prato) ci ha rimesso più di due milioni di euro. Innumerevoli gli episodi da "commedia all'italiana" finiti agli atti dell'inchiesta. Uno su tutti, quando nel maggio 2004 Bruno Bartoli dà appuntamento ad alcuni potenziali investitori a Piazzale Clodio, sede del Palazzo di giustizia di Roma, e finge di andare a conferire col giudice "amico".
Così facendo incassa 300.000 euro. Due anni dopo si scoprirà che la porta dell'ufficio del giudice è in realtà quella che introduce ai bagni. L'avvocato Luca Brachi, che difende Gianni Pagliai, ha sostenuto insieme ad Alberto Rocca, che assiste Avietti, l'incompetenza territoriale.
Gli scambi di denaro sono avvenuti a Roma, e dunque è nella capitale che si deve celebrare il processo, oppure a Siena dove è iniziata l'indagine della Finanza, poi portata a termine dalla sezione di polizia giudiziaria di Prato.
Il giudice deciderà martedì. I difensori si sono opposti anche alla costituzione di una ventina di parti civili (rappresentate da Giovanni Mati, per Vieri, Barbara Mercuri, Gabriele Terranova, Nicola Badiani e Roberta Roviello) sostenendo che alcuni di loro hanno già intentato causa civile, ma il gup le ha ammesse. La prescrizione è abbastanza vicina: 2015 per i promotori, fine 2013 per i partecipi all'associazione a delinquere.
E subito gli avvocati difensori hanno sostenuto l'incompetenza territoriale. Il giudice dell'udienza preliminare Angela Fantechi ha ascoltato a lungo uno stuolo di legali, ieri mattina, e poi ha rinviato: martedì deciderà se la competenza è del Tribunale di Prato oppure di Siena o Roma. Nel primo caso si arriverà in giornata anche alla decisione sul rinvio a giudizio, come chiesto dal sostituto procuratore Roberta Pieri.
Gli imputati sono il presunto capo dei truffatori, Bruno Bartoli, 49 anni, domiciliato a San Casciano, la sua compagna Elisabetta Staroccia, il suo autista Filippo Miceli e tre pratesi, il promotore finanziario Massimiliano Avietti, l'imprenditore Gianni Pagliai già amministratore della Viscofil di Montemurlo e l'altro imprenditore Stefano Gori. Le truffe, sulle quali ha indagato anche la Finanza di Siena, sarebbero iniziate circa dieci anni fa e nel 2004 si sarebbero allargate a Prato.
Bartoli, secondo la Procura, avrebbe convinto gli investitori che si potevano fare ottimi affari presentando offerte alle aste immobiliari di Roma e ritirando l'offerta all'ultimo momento in cambio di soldi. Lui garantiva di avere appoggi negli ambienti giusti e di volta in volta si sarebbe presentato come un inesistente magistrato di Firenze, come il cardinale Ruini e come il capitano Ultimo (quello che arrestò Totò Riina).
Tra i maggiori truffati risulta Christiane Rivaux, madre di Bobo Vieri, che insieme al figlio minore Max (ora attaccante del Prato) ci ha rimesso più di due milioni di euro. Innumerevoli gli episodi da "commedia all'italiana" finiti agli atti dell'inchiesta. Uno su tutti, quando nel maggio 2004 Bruno Bartoli dà appuntamento ad alcuni potenziali investitori a Piazzale Clodio, sede del Palazzo di giustizia di Roma, e finge di andare a conferire col giudice "amico".
Così facendo incassa 300.000 euro. Due anni dopo si scoprirà che la porta dell'ufficio del giudice è in realtà quella che introduce ai bagni. L'avvocato Luca Brachi, che difende Gianni Pagliai, ha sostenuto insieme ad Alberto Rocca, che assiste Avietti, l'incompetenza territoriale.
Gli scambi di denaro sono avvenuti a Roma, e dunque è nella capitale che si deve celebrare il processo, oppure a Siena dove è iniziata l'indagine della Finanza, poi portata a termine dalla sezione di polizia giudiziaria di Prato.
Il giudice deciderà martedì. I difensori si sono opposti anche alla costituzione di una ventina di parti civili (rappresentate da Giovanni Mati, per Vieri, Barbara Mercuri, Gabriele Terranova, Nicola Badiani e Roberta Roviello) sostenendo che alcuni di loro hanno già intentato causa civile, ma il gup le ha ammesse. La prescrizione è abbastanza vicina: 2015 per i promotori, fine 2013 per i partecipi all'associazione a delinquere.
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