Il dolore
Cassa in deroga? Non se ne parla
Alessandro Pattume
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L’esterno dei capannoni che ospitano anche l’ElafilElafil non scende a patti. E licenzia. Protestano le dipendenti
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PRATO. E' il sogno proibito degli imprenditori alle prese con la crisi. Invece degli ammortizzatori sociali, usare con i propri operai una parola sola: «Arrangiatevi». E' quello che denunciano 9 operaie della ritorcitura Elafil, che si rifiuta di chiedere per loro la cassa in deroga. Così a Prato rischia di cadere anche l'ultimo tabù. La rabbia.
«Perchè a noi viene negata la possibilità di fare ricorso alla cassa integrazione in deroga - si chiedono le operaie della Elafil, con sedi operative a Prato e a Montemurlo - quando ci consentirebbe di avere un po' più di tempo per cercare un altro lavoro e quindi rendere meno angosciante perdere il posto di lavoro»?
Rabbia, stupore e amarezza. Sono questi i sentimenti che trasudano dalla lettera arrivata in redazione nel tardo pomeriggio di ieri. Amarezza per quelle «undici lettere di licenziamento arrivate con largo anticipo martedì scorso», a nome dell' azienda che fa capo alla famiglia Guarducci e che sembra non avere alcuna intenzione di andare incontro alle necessità dei propri dipendenti. La rabbia arriva proprio «per come sono maturati questi licenziamenti», e fa tutt'uno con lo stupore per una decisione che non trova precedenti nella storia recente del distretto in crisi dove finora nessun imprenditore si è rifiutato di allungare gli ammortizzatori sociali.
Un anno di rifiuti. «Il 19 giugno del 2010 la ditta che occupava 45 operai ha aperto una procedura di mobilità per 25 persone» raccontano. E qui arriva subito il primo stop da parte dell'azienda con cui ieri non è stato possibile parlare. Durante le trattative, l'azienda si rifiuta infatti di attivare il contratto di solidarietà. «A questo punto - continua la lettera - l'azienda accetta la proposta di attivare una procedura di cassa integrazione straordinaria di 12 mesi, riducendo a 19 gli esuberi e con l'impegno di verificare prima della sua scadenza (14 giugno 2011 ndr) la possibilità di ricorrere ad altre forme di sostegno al reddito».
E qui veniamo al marzo scorso, quando l'azienda, raccontano le operaie, «ha comunicato che intendeva procedere con i licenziamenti, pur riducendo ancora gli esuberi, senza quindi ricorrere ad altri ammortizzatori sociali». A questo punto, le operaie cominciano a farsi delle domande, visto che la cassa integrazione è uno strumento talmente auspicato da tutte le parti sociali che la Regione ha deciso di prorogarlo per tutto il 2012. I motivi sono presto detti.
Quando è stata proposta la cassa in deroga, «la risposta è stata che l'azienda non ha nulla da guadagnarci». Ma non è finita qui. La Elafil, raccontano, «sarebbe stata pure disposta a chiederla, ma solo se il costo del mantenimento in cassa fosse stato scalato dal nostro incentivo all'esodo». Una somma che si aggira intorno ai 5mila euro lordi. A questo punto sono state le operaie a dire di no. «Non siamo state disponibili a pagare di tasca nostra un costo che compete all'azienda - spiegano - e la conseguenza sono state le lettere di licenziamento».
«Perchè a noi viene negata la possibilità di fare ricorso alla cassa integrazione in deroga - si chiedono le operaie della Elafil, con sedi operative a Prato e a Montemurlo - quando ci consentirebbe di avere un po' più di tempo per cercare un altro lavoro e quindi rendere meno angosciante perdere il posto di lavoro»?
Rabbia, stupore e amarezza. Sono questi i sentimenti che trasudano dalla lettera arrivata in redazione nel tardo pomeriggio di ieri. Amarezza per quelle «undici lettere di licenziamento arrivate con largo anticipo martedì scorso», a nome dell' azienda che fa capo alla famiglia Guarducci e che sembra non avere alcuna intenzione di andare incontro alle necessità dei propri dipendenti. La rabbia arriva proprio «per come sono maturati questi licenziamenti», e fa tutt'uno con lo stupore per una decisione che non trova precedenti nella storia recente del distretto in crisi dove finora nessun imprenditore si è rifiutato di allungare gli ammortizzatori sociali.
Un anno di rifiuti. «Il 19 giugno del 2010 la ditta che occupava 45 operai ha aperto una procedura di mobilità per 25 persone» raccontano. E qui arriva subito il primo stop da parte dell'azienda con cui ieri non è stato possibile parlare. Durante le trattative, l'azienda si rifiuta infatti di attivare il contratto di solidarietà. «A questo punto - continua la lettera - l'azienda accetta la proposta di attivare una procedura di cassa integrazione straordinaria di 12 mesi, riducendo a 19 gli esuberi e con l'impegno di verificare prima della sua scadenza (14 giugno 2011 ndr) la possibilità di ricorrere ad altre forme di sostegno al reddito».
E qui veniamo al marzo scorso, quando l'azienda, raccontano le operaie, «ha comunicato che intendeva procedere con i licenziamenti, pur riducendo ancora gli esuberi, senza quindi ricorrere ad altri ammortizzatori sociali». A questo punto, le operaie cominciano a farsi delle domande, visto che la cassa integrazione è uno strumento talmente auspicato da tutte le parti sociali che la Regione ha deciso di prorogarlo per tutto il 2012. I motivi sono presto detti.
Quando è stata proposta la cassa in deroga, «la risposta è stata che l'azienda non ha nulla da guadagnarci». Ma non è finita qui. La Elafil, raccontano, «sarebbe stata pure disposta a chiederla, ma solo se il costo del mantenimento in cassa fosse stato scalato dal nostro incentivo all'esodo». Una somma che si aggira intorno ai 5mila euro lordi. A questo punto sono state le operaie a dire di no. «Non siamo state disponibili a pagare di tasca nostra un costo che compete all'azienda - spiegano - e la conseguenza sono state le lettere di licenziamento».
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