Il Tirreno

Prato

«Siamo in fuga dalle bombe»

Paolo Nencioni
Jessica con il suo babbo all’arrivo in ospedale per le visite mediche
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Jessica con il suo babbo all’arrivo in ospedale per le visite mediche

Il racconto dei profughi arrivati in città, c'è anche una bimba di 7 mesi

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 PRATO. Appena ieri erano sotto le bombe a Misurata, sulla devastata costa libica, braccati dalle milizie di Gheddafi. Oggi si risvegliano nella pace e nel verde di Cerreto, con la città ai loro piedi e la prospettiva di restare nel mondo dove non si muore di fame. Dall'inferno al paradiso in tre giorni.  La piccola Jessica, che ha appena sette mesi, non si è accorta di nulla, ma per gli altri 13 profughi arrivati ieri in città, tra cui i suoi genitori del Burkina Faso, quella di ieri è stata la prima notte tranquilla da molto tempo a questa parte.  Ringraziano, dicono «God bless you», dio vi benedica, non sanno nemmeno dove si trovano, in realtà, ma a loro va bene così. Tutta la loro vita è in un sacchetto di plastica, pochi stracci, nessun documento d'identità, un bagaglio di ricordi in testa e lo sguardo rivolto al futuro. Ignorano ovviamente che sul loro arrivo a Prato le forze politiche che governano città e provincia si stanno azzuffando. Viste da qui, dalla Casa della Madonna della Tenerezza, sulla collina di Cerreto, le baruffe degli amministratori sembrano davvero poca cosa rispetto all'aspetto umano della faccenda.  Fossero arrivati alla spicciolata, i profughi di Lampedusa, nessuno se ne sarebbe accorto nella città delle cento etnie e delle decine di migliaia di stranieri, clandestini e non. Sono sette giovani bengalesi, due pachistani, una coppia nigeriana e una del Burkina Faso con figlia di sette mesi al seguito. Lavoravano tutti in Libia, a Misurata, prima che scoppiasse la guerra civile.  «Abbiamo visto gli scontri per le strade, abbiamo visto i morti - racconta Arifol Mofijul, bengalese di 26 anni - Eravamo obbligati a stare chiusi in casa, troppo pericoloso fuori».  «Da un paio di anni lavoravamo in Libia, nel settore della ceramica - gli fa eco Masud Chodduri, anche lui bengalese, 22 anni - Non c'era alternativa, dovevamo scappare. Per la traversata, che è durata 32 ore, abbiamo pagato 600 dinari libici a testa. Ci hanno messo su un barcone di legno, eravamo in 189, e finalmente siamo arrivati in Italia».  Dicono di aver frequentato il college, di aver studiato per diventare contabili, ma il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo e da lì anche la Libia sembra un miraggio.  Il racconto del nigeriano e della sua compagna è molto simile. «Siamo originari di Benin City - dice - ed eravamo in Libia da 10 anni, lavoravamo come camerieri, poi è scoppiata la guerra. Di molti nostri amici non sappiamo più niente, forse sono morti. Chi si avventura in strada rischia di prendersi una pallottola o di essere rapito dalla gente di Gheddafi, che ti porta nelle "barracks", nelle caserme. Non c'è modo di scappare, l'unica alternativa è il mare».  E così hanno fatto, si sono armati di coraggio, hanno raccolto i risparmi e si sono messi nelle mani degli scafisti che stipano i barconi diretti a Lampedusa. Hanno visto volare i Tornado, anche i nostri, che andavano a bombardare la costa da cui si erano appena allontanati e hanno pregato che il mare restasse calmo, che la benzina non finisse, che qualcuno alla fine li accogliesse nel mondo dei ricchi.  Da oggi per loro inizia una nuova vita, quella dei "richiedenti asilo". Se avranno fortuna entreranno in Europa dalla porta principale, altrimenti andranno a ingrossare l'esercito dei clandestini. Per chi si porta dietro solo un sacchetto di plastica non fa poi una grande differenza.

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