Sicurezza
Dal tessile ai campi di grano
Maria Lardara
L'architetto Fanfani presenta i progetti per il Parco della Piana
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PRATO. Chi semina prima o poi raccoglie. Soprattutto se la materia prima non manca: 3mila ettari di area agricola, concentrata per lo più nel quartiere di Prato sud. La prospettiva in città sta raccogliendo l'interesse di molti soggetti. E un altro seme, a tal proposito, è quello che sta gettando l'associazione Parco Agricolo di Prato che raggruppa una quindicina di realtà del territorio. Fucina di progetti pilota, ora più che mai, per dimostrare che un'economia tradizionale ma al tempo stesso innovativa, che si integri al tessile (senza volerlo sostituire) e fatta di agricoltura sostenibile, è possibile. Uno che ci crede è David Fanfani, presidente della Associazione Parco Agricolo di Prato che si sta strutturando sempre più al suo interno, avendo attivato anche una consulta di operatori agroalimentari (sono 17) e facendo rete con le associazioni di categoria. Docente di urbanistica e pianificazione del Territorio alla Facoltà di Architettura a Firenze, Fanfani in questo periodo è impegnato a limare la stesura degli ultimi "progetti pilota" da proporre in vista del 23 maggio, nella riunione del comitato tecnico-scientifico coordinato da Alessandro Venturi. Progetti come "Parcs" - produzione agricola per la rigenerazione comunitaria e sviluppo - per il sostegno alla creazione di nuove imprese nel settore dell'orticoltura - utilizzando aree pubbliche, coinvolgendo i giovani pratesi, lavoratori "in uscita" dal tessile da ricollocare e, perché no, comunità extraeuropee (nella piana vi sarebbero alcune comunità africane interessate all'agricoltura), con un risvolto anche in chiave di coesione e integrazione. La cornice in cui Fanfani e la rete associativa del Parco Agricolo si muovono è quella del Parco della Piana, così come lo disegna la variante al Pit regionale. Sono forse una delle poche voci controcorrente a Prato nel dare appoggio a un'idea di parco che «al di là del superabile problema delle salvaguardie, propone un'idea "attiva" di tutela, come progetto integrato di sviluppo locale». Una piana adibita a coltivazione agricola come potrebbe portare ricchezza? «In base alle nostre prime simulazioni statistiche, avvalendoci della collaborazione con economisti agrari, abbiamo riscontrato che un modello di agricoltura pluriproduttiva, non monofunzionale bensì capace di integrare diversi tipi di produzioni, come seminativi e orticoltura, permetterebbe di aumentare i ricavi in termini di costi e resa del terreno. Per il Parco della Piana, riorientando appunto in termini pluriproduttivi l'agricoltura, ci potrebbero essere 7 milioni di euro di ricavi, 2 milioni e mezzo per l'area agricola pratese, oltre a triplicare l'occupazione anche nell'indotto». Dunque investire sui giovani agricoltori. Ma c'è una domanda in questo settore? «Esattamente. Nel 2010 alla Provincia, nell'ambito del piano di sviluppo rurale, sono arrivate otto domande per il sostegno a giovani agricoltori. La formazione non basta. Come associazione, senza occupare ruoli altrui ma facendo sinergia, vogliamo proporci come "animatori" per accompagnare questi aspiranti imprenditori, con tanto di business plan. Gli altri "progetti pilota" sui cui ci stiamo impegnando riguardano l'importantissimo (per Prato) settore della filiera corta ceralicola, per il recupero di sane "cultivar" tradizionali di grano e l'avvio di una piccola filiera della zootecnia sugli animali da cortile». Come si finanziano questi progetti? «Facendo rete e partnership con altri attori, come università, enti ed amministrazioni locali, in particolare su progetti europei. Ma quello che auspichiamo a questo punto, è un riconoscimento "forte" del tema del parco agricolo nelle politiche locali pratesi». Agricoltura significa anche patrimonio culturale da conservare. «Basterebbe pensare alle Cascine di Tavola, con le sue aree agricole ed immobili di proprietà pubblica. Inoltre, è in ponte, fra le altre cose, una collaborazione con il Comune di Montemurlo, dove stiamo lavorando su una proposta di censimento delle specie vegetali più antiche coltivate sul territorio, somministrando un questionario informativo nelle scuole che hanno attivato un orto».
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