La manifestazione
Credetemi, il disordine è solo apparente
Valentina Ceccatelli
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In alto i poster delle rockstar sopra il giradischi La passione musicale: chitarre e alle pareti il poster di Jimi Hendrix
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PRATO. «Più che altro un mini magazzino». Edwin Lucchesi, 23 anni, studia chitarra al conservatorio e definisce così la sua stanza: «Più il tempo passa e più ci aggiungo cose, chi entra penserà sicuramente che non si capisce niente, ma per me è ordinato anche se magari non te ne accorgi. Non c'è quasi nulla di razionalmente ordinato, è una stanza istintiva come istintivo è il mio modo di suonare. Se prendo un foglio di carta e poi non so dove appoggiarlo magari lo lascio sulla scrivania, ma so comunque che è là». Al primo sguardo, è la musica che la fa da padrona: «Fra gli oggetti più importanti ci sono le 4 chitarre - spiega Edwin - il sintetizzatore, la pedaliera: tutte cose che uso per suonare. Suono la chitarra nei Nuur, un gruppo pratese, infatti - dice tirando fuori una bacchetta da batteria spezzata - questa me l'ha data Simone, il batterista. La userò con la chitarra». Oltre agli strumenti, sul muro campeggiano i poster di Jimi Hendrix, Pink Floyd, Beatles, Bob Marley. C'è un poster fatto a mano, con scritto "ricicla il mondo": «E' un disegno di una ragazza, Linda - spiega - ed è il verso di una canzone dei Dirties, il mio primo progetto musicale abbastanza serio, durato 5 anni. Adesso non ci suono più, ma è sempre bello vedere da dove sei uscito e cosa ti ha fatto diventare quello che sei diventato». Dopo un'occhiata più attenta, ci si rende conto del grosso televisore che campeggia sulla scrivania: «Con tutte le cose piccole, si perdono d'occhio quelle più grandi - dice ancora Edwin - la tv è grande ma non ci fai caso, così come il bersaglio per il tiro con l'arco: sono oggetti ingombranti che finiscono in secondo piano rispetto alle piccole cose raccolte giorno dopo giorno a cui tengo di più. Il computer, per esempio, è molto più piccolo della tv, ma molto più utile. Pensa te». Il bersaglio è appoggiato agli scaffali che contengono una considerevole collezione di cd: «Prima era un porta scarpe, poi l'ho trasformato in porta cd. I dischi più in alto non li ascolto quasi mai» cosa che rende meno strana la maglietta autografata che ci è appesa davanti: «E' una maglietta di quando facevo parkur, all'epoca questo sport era ancor agli albori in Italia. a Firenze vennero i fondatori, francesi, e mi feci fare gli autografi da tutti. In seguito sono passato alle arti marziali giapponesi». L'attestato sul muro lo dimostra: «Me l'hanno dato quando sono diventato cintura nera, sono ideogrammi tracciati dal maestro giapponese ed è il principio che ti insegnano: ringrazia ogni giorno per quello che hai imparato. È una pratica che serve anche a imparare a controllare te stesso». Sopra la scrivania ci sono giocattoli e giochi per la Play station: «Da piccolo ero un po' un nerd, adesso non ci gioco quasi più. Sono cose che sono servite, però: è dalle colonne sonore di film e videogiochi che ho iniziato ad apprezzare la musica, soprattutto giocando a Final Fantasy». Questa enorme raccolta di piccoli oggetti, messi insieme giorno dopo giorno, ha effettivamente un senso: «La maggior parte delle persone vuole tutto e subito - spiega Edwin - ma poi accumulano cose senza senso: un impero di sporco, direbbe Johnny Cash. Rispetto ai desideri del momento, creare e conquistare piccole cose giorno dopo giorno è molto più importante ma adesso l'idea di coltivare e investire nel futuro a lungo termine non va più di moda. In ogni caso, preferisco fare a modo mio per ritrovarmi con qualcosa che abbia delle radici profonde, e con i sentimenti funziona nello stesso modo. È un po' come la filosofia dei non luoghi, che vede posti come stazioni, aeroporti, centri commerciali come luoghi sociali in cui ci si incrocia senza relazionarsi: sono grandi spazi vuoti, che perdono importanza davanti a quei piccoli spazi che, nel loro piccolo, riescono a mettere su qualcosa».
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