Il Tirreno

Prato

La scrittrice Stefania Ragusa ha dedicato alla nostra città un capitolo del libro “Le Rosarno d’Italia”

«Nessun assedio cinese a Prato, ma solo paura di chi è diverso da noi»

Maria Lardara
La scrittrice Stefania Ragusa
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La scrittrice Stefania Ragusa

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 PRATO. Per lei un "assedio cinese" a Prato non esiste. Lo dice da osservatrice, giornalista, scrittrice, militante nella rete antirazzista del Primo Marzo di cui è anzi una delle fondatrici. Lo dice da persona che si è fermata per qualche giorno nella città tessile, addentrandosi nei vicoli di Chinatown e dialogando con la gente. E' una Prato che chiama Rosarno, luogo simbolo della protesta degli immigrati, quella dipinta da Stefania Ragusa nel suo libro-inchiesta intitolato "Le Rosarno D'Italia. Storie di ordinaria ingiustizia" (edizioni Vallecchi, 14 euro) e di recente uscita.  Perché Rosarno non è solo nella piana di Gioia Tauro. «Rosarno - si legge nell'introduzione - sono le situazioni di ingiustizia e/o sfruttamento dei più deboli - che nell'Italia di oggi sono soprattutto i migranti - a rischio di esplosione e disseminate sul territorio. Rosarno sono le altre polveriere del Belpaese». E Prato, in questo viaggio a tappe lungo lo Stivale, sfila nella galleria delle "Rosarno del Nord". Dopo via Padova a Milano, la valle del porfido in Trentino, Zingonia in provincia di Bergamo e Imola. La lente d'ingrandimento puntata da Stefania Ragusa, certo filtrata da una propensione a difendere lo straniero "debole", porta a galla una conflittualità profonda e radicata. Da questo spaccato di 12 pagine i pratesi e la "pratesità" non ne escono bene. I presupposti del "modello" Rosarno si leggono subito tra le prime righe del paragrafo. Lungo il filo di una narrazione asciutta e documentata si dipanano interviste e testimonianze. C'è il sociologo Fabio Bracci, con cui l'autrice s'interroga su quanti siano veramente i cinesi a Prato, comprendendo anche gli irregolari (a fine 2009 i cinesi iscritti all'anagrafe comunale risultavano 10.623). Si appella al metodo della Fondazione Ismu per il quale la presenza di clandestini in Toscana potrebbe essere pari al 28,4% dei regolari. Tradotto, per Prato: 3700 persone. «Arriviamo a postulare una presenza di irregolari pari a quella dei regolari. Bene, arriveremo a 21.246 cinesi», fa notare Bracci. Altro che i 70mila sparati dal sindaco Cenni durante una trasmissione televisiva su Rete 37, lascia intendere l'autrice. Fra i volti del suo reportage, anche don Santino Brunetti e Zhiyuan Liu, una trentenne cinese della rete di Associna con cui la Ragusa si lancia nell'esplorazione del quartiere del Macrolotto zero.  L'incipit del paragrafo suona a lutto, con tre donne cinesi annegano in un sottopasso. «C'è stato chi ha accolto con esultanza la morte delle tre donne - scrive Stefania -: la vergognosa battuta "e meno tre!" è passata attraverso molte bocche pratesi». Le cronache dell'ottobre 2010 raccontarono anche questo. Ora però a farlo ci pensa un libro in vendita sugli scaffali delle librerie di tutta Italia.  Stefania, su quali elementi si basa la tesi secondo cui la questione cinese potrebbe far esplodere a Prato una nuova Rosarno? «Nella vostra città ho trovato una situazione di grande conflittualità e sofferenza. Parlando con i pratesi, mi sono accorta di quanta inconsapevolezza vi sia in loro rispetto alle dinamiche dei fenomeni migratori. Il fatto di voler colpevolizzare e ingigantire il nemico cinese genera sempre dei meccanismi "sospetti". E comunque il riferimento a Prato come una possibile Rosarno non è mio».  E di chi è? «Come si scoprirà dal libro, era stato Matteo Ye Huiming, uno dei rappresentanti della comunità orientale, a paventare alla vigilia della visita dell'ambasciatore cinese, nel marzo 2010, il rischio che potesse accadere qualcosa di drammatico per il clima di intolleranza che si respirava. Comunque, grazie ai contatti con la rete del Primo Marzo, mi capita spesso di parlare con amici di Prato».  Come "l'amica pratese" che cita nel libro, preoccupata perché la figlia che va a scuola rischia di assorbire un modello razzista? «E' la stessa che mi racconta di come una cassiera si sia lamentata per i troppi cinesi al supermercato. Vede, c'è un filo rosso che lega tutte le possibili Rosarno documentate nel mio libro, da Nord a Sud: una certa facilità della gente nell'abboccare a un modello, quello che ti fa considerare l'altro come causa di tutti i tuoi problemi».  Nella sua ricostruzione dell'incontro pubblico alla Lazzerini, quando fu presentato il libro di Silvia Pieraccini, "L'assedio cinese» (giugno 2010), traspare una sottile nota polemica.  «Mi trovavo in città proprio in quei giorni. Per carità, non voglio entrare nel merito del lavoro d'analisi della giornalista del Sole 24 ore e preferisco evitare le polemiche. Solo che la mia impressione è che dalle vostre parti non si viva un assedio cinese. Prato ha bisogno di ripensare sé stessa, di rinnovare i suoi modelli, non ultimo quello produttivo. I pratesi del tessile che ora invocano protezione dai concorrenti cinesi non possono essere a favore del libero mercato solo quando fa comodo».

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