Il Tirreno

Prato

La banda delle false fideiussioni

Paolo Nencioni
Da sinistra il maggiore Masucci, il colonnello Reolone e il maresciallo Bernardi
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Da sinistra il maggiore Masucci, il colonnello Reolone e il maresciallo Bernardi

Nove in carcere per truffa, c'è anche un ex candidato Pdl

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 PRATO. Il finto banchiere svizzero non fa più la bella vita, ora si accontenta di fabbricare false fideiussioni, ma il lupo non perde il vizio e così per Michele Lullo, professione truffatore, si sono riaperte le porte del carcere. Insieme a lui sono finite in manette altre otto persone, tra cui un intermediario finanziario pratese, Oliviero Peverada, già candidato alla Circoscrizione Ovest nella lista del Pdl.  E' l'esito di un'inchiesta condotta dal Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza per conto del sostituto procuratore Eligio Paolini, e illustrata ieri dal colonnello Gino Reolon insieme al maggiore Davide Masucci.  Martedì mattina i finanzieri si sono sparpagliati in varie regioni del centro-nord (escluse solo Liguria e Val d'Aosta) per eseguire le nove ordinanze di custodia firmate dal giudice per le indagini preliminari. L'accusa per i nove, e per altri sei indagati, è di aver costituito e fatto parte di un'associazione a delinquere finalizzata alle truffe. Una trentina le presunte vittime, altrettante potrebbero emergere dalla lettura dei documenti sequestrati nel corso delle perquisizioni.  Il meccanismo truffaldino, secondo quanto è stato riferito dalla Finanza, sarebbe abbastanza semplice: i membri del gruppo, dopo aver creato "società filtro", cioè un paio di finanziarie a Roma abilitate a stipulare contratti di fideiussione, promettevano l'apertura di linee di credito e finanziamenti (che poi non andavano quasi mai in porto) in cambio di una commissione del 3%, più favorevole rispetto a quelle di mercato, per un giro d'affari di circa 10 milioni di euro. In tanti ci sono cascati, in pochi hanno denunciato, forse anche perché non hanno fatto in tempo ad accorgersene.  A capo dell'organizzazione, secondo gli inquirenti, c'è un personaggio veramente singolare, il calabrese trapiantato a Varese Michele Lullo, salito agli onori delle cronache nel 2005, quando fu arrestato insieme alla moglie dell'indimenticato capitano del Milan Franco Baresi.  All'epoca Lullo si faceva passare per un banchiere svizzero, aveva affittato un attico a Lugano e millantava di aver fondato una banca, la Magnolia, che invece era fasulla. Sognava di aprire un locale a Capri e di portarci Naomi Campbell. Gli andò male e finì in carcere, ma evidentemente si è ripreso in fretta e ha ricominciato a fare quello che secondo la Finanza è il suo vero mestiere, ovvero il truffatore.  L'inchiesta del sostituto procuratore Paolini è iniziata alla fine del 2009 grazie alla denuncia di un'imprenditrice, rappresentante legale di una srl che voleva fare un investimento da tre milioni di euro in Romania e cercava garanzie finanziarie. Per questo avrebbe sborsato 110.000 euro, senza però ottenere le garanzie richieste.  Nel corso delle indagini i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria hanno raccolto altre dieci denunce e hanno cominciato a capire come funzionava il giochino. Tirate le somme, hanno ottenuto le ordinanze di custodia. Tra gli arrestati, oltre a Michele Lullo, figura Oliviero Peverada, 39 anni, intermediario finanziario titolare della O.P. Service con sede in via Ferrara e già candidato col Pdl alla Circoscrizione Ovest nel 2009. E' l'unico arrestato pratese. Gli altri, i cui nomi non sono stati resi noti, sono stati raggiunti dall'ordinanza in altre regioni. Il presunto braccio destro di Lullo a Varese, i referenti regionali dell'associazione sono originari di Rimini, Milano, Foggia. C'è anche un casertano già amministratore di una società di calcio.  Come nelle migliori truffe, ci sono aneddoti da commedia all'italiana. Come quello del giovane avvocato che aspira a entrare nell'ufficio legale dell'Unicredit e viene convocato da Lullo nella sede di Bologna. Lullo si spaccia per il direttore generale della banca, scende le scale dell'atrio sfruttando la pausa pranzo per intrattenere l'avvocato rampante e gli scuce 20.000 euro. Inutile dire che le porte dell'ufficio legale non si sono mai aperte. Quelle del carcere sì.

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