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I giovani e il RisorgimentoPrimo Premio: Leonardo Piani
“Io debbo tutto me stesso ai libri francesi: D’Alembert, Diderot, Montesquieu, Elvezio, Buffon, nomi illustri, che non possono sentirsi pronunziare senza essere commosso”.
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“Io debbo tutto me stesso ai libri francesi: D’Alembert, Diderot, Montesquieu, Elvezio, Buffon, nomi illustri, che non possono sentirsi pronunziare senza essere commosso”. Parole di Cesare Beccaria (1738-1794), giurista, filosofo, letterato milanese che non varcherà mai, in termini fisici, la soglia del secolo di cui devo trattare nella sua declinazione giovanile, ma lo varcherà grazie alle sue parole, ai suoi scritti, che hanno fatto da base per l’intrecciarsi dell’idea d’Italia e l’idea d’ Europa. Non è inoltre superficiale trattare di Beccaria ai fini della trattazione in quanto, quando scrisse la sua unica, seppur celeberrima, opera “Dei delitti e delle pene” aveva solamente 25 anni d’età, mosso e animato dalle intense discussioni con i fratelli Verri nello strico Caffè milanese. Stendhal, scrittore francese, disse in pieno Ottocento che Milano aveva abituato gli Italiani a “pensare in modo europeo”, e, aggiungiamo noi, larghissima parte di questo merito si deve proprio al Beccaria, che realizzò il libro più europeo del Settecento milanese ed italiano, tant’è che poco dopo la pubblicazione dell’opera a Livorno (non a Milano perché il rischio di censura era più alto) fu chiamato a Parigi, da dove però fuggì improvvisamente perché dominato dalla nostalgia di Milano, della famiglia, delle piccole cose del mondo familiare. Questa fuga testimonia a maggior ragione la sua giovinezza, e il timore, legittimissimo, di aver fatto qualcosa di troppo grande. Questo medesimo spirito lo conduce, neanche trentenne, a rifiutare l’invito di Caterina, imperatrice di Russia, che voleva affidargli la revisione di tutta la legislazione criminale dell’immenso impero zarista. Prima di lasciare spazio alla narrazione dei giovani italiani che parteciparono ai moti e alle lotte del Risorgimento, mi sembra necessario fermarsi sulla figura di Ugo Foscolo (1778-1827), che, giovanissimo, scrisse il sonetto “A Zacinto”, che, consacrandolo come poeta romantico, richiama la condizione dell'esule che lancia il suo grido di dolore contro il fato avverso e il sentimento nostaligco che lo opprime. Il nocciolo della poesia è l’amore per la patria, lontana ed irraggiungibile. Ne riportiamo l’ultima terzina: Tu non altro che il canto avrai del figlio, O materna mia terra; a noi prescrisse Il fato illacrimata sepoltura.
Questo stato d’animo genererà successivamente, sempre in età giovanile, Jacopo Ortis, nome sotto il quale Foscolo “scriveva se stesso”, che tratta della Venezia tradita dal trattato di Campoformio, degli affetti familiari perduti, dell’uomo senza patria con l’angoscia di una vita inutile. Nella tragedia individuale si cela la tragedia nazionale di un intero popolo. Quella tragedia che esalterà Mazzini e tanti giovani nel periodo risorgimentale. Romanticismo e coscienza nazionale si saldano. Modena, notte fonda tra il 3 e il 4 febbraio 1831, nell’abitazione del giovane patriotta Ciro Menotti si svolgeva una riunione di trentacinque giovani congiurati che si preparavano al moto rivoluzionario, fissato per la mezzanotte, contro il Duca di Modena Francesco IV, della famiglia Asburgo-Este, fabbricando cartucce e predisponendo bandiere tricolori. Si doveva respirare un’aria di agitazione e tensione in quella famosa abitazione, che, tra le altre cose, era poco distante dal Palazzo Ducale. Non poteva andare tutto liscio. Infatti, nella fase più laboriosa dei preparativi, si sente improvvisamente battere la porta, con l’intimazione di aprirla. I giovani congiurati non perdono un attimo e passano subito all’azione, come loro solito. Ai primi due colpi di pistola sparati dallo stesso Menotti contro la porta segue una scarica di fucili che mette in fuga i soldati del Duca. Nessuno, fra quei giovani, abbandona la casa. Forte è il senso del dovere di portare a termine la missione prefissata e di non mollare alla prima difficoltà. Si spera che giungano gli amici dalle altre parti della città, ma non arrivano, arrivano anzi ottocento soldati guidati dallo stesso Duca, che, come tanti altri sovrani nell’Italia del tempo, dimostrò uno slealissimo voltafaccia, perché confidente dei liberali prima, repressore di questi poi. Alcuni storici ritengono questo doppio gioco di Francesco IV un successivo convincimento che il progetto di un Regno dell'Alta Italia fosse solo un'utopia, altri invece sostengono che il Duca era geloso del carisma di Menotti, altri ancora credono che il duca ebbe paura di perdere, dopo la rivoluzione, molti dei suoi privilegi. Così, il duca fece circondare dalle sue guardie la casa, seguirono alcuni spari e i congiurati, ormai senza un minimo di speranza, cercarono di fuggire, alcuni ci riuscirono, altri no e fra questi Ciro Menotti, che, saltato da una finestra nel giardino retrostante la casa, rimase ferito, fu catturato e imprigionato.
Neanche quattro mesi dopo quella scintillante notte, alle 8 del mattino del 26 maggio, Ciro Menotti, salì sul patibolo. Si dice che il senso delle ultime parole pronunicate da Menotti mentre si avvicinava al patibolo sia il seguente: “La delusione che mi conduce a morire farà aborrire per sempre gli italiani da ogni influenza straniera nei loro interessi, e li avvertirà a non fidarsi che nel soccorso del loro braccio”. Circa il moto di Menotti, difetti di metodi e di preparazione furono motivi di indagine e di critica da parte del giovane Giuseppe Mazzini, che di lì a poco avrebbe dato vita alla “Giovine Italia”, che nasceva infatti a Marsiglia, dove Mazzini era esiliato, nel luglio del 1831. La linea politica di questa nuovo soggetto politico mirava ad un’Italia repubblicana, democratica, unitaria. Il messaggio mazziniano era chiaro e conciso, e le visioni a dir poco profetiche del giovane Mazzini non potevano non attirare l’attenzione di giovani che ne venivano conquistati: “La legge dell’Umanità è data da Dio, forza che sospinge avanti la storia verso la libertà dei popoli”, “i popoli sono i pensieri di Dio nella storia, ma se i popoli non sono uniti è impossibile compiere il messaggio di Dio”, “deve arrivare la religione dell’Umanità!”. Con queste prerogative Mazzini infondeva uno spiccato senso del dovere, e concepiva la vita come una missione per compiere il messaggio di Dio. A tal proposito scriverà poi il giovanissimo mazziniano Goffredo Mameli nell’Inno d’Italia: “Siamo pronti alla morte!”. Si pensava quindi che la vita fosse secondaria alla causa dell’unità, e non è un caso che Mazzini credesse profondamente nella reincarnazione. Un prerequisito per far parte della “Giovine Italia” era essere minore di quaranta anni di età: a Mazzini servivano persone giovani che capissero il suo messaggio in una chiave più animata e frenetica, e giovani che nello scontro armato fossero atletici e preparati. Entusiastiche adesioni al programma della Giovane Italia si ebbero soprattutto tra i giovani in Liguria, Piemonte, Emilia e Toscana, che si misero subito alla prova organizzando una serie di insurrezioni, che si conclusero tutte con arresti, carcere o condanne a morte. Insurrezioni come quelle dell’estate del 1833 a Genova, Torino, Alessandria, e Chambery, dove persero la vita numerosissimi adepti alla Giovine Italia, forse per scadente organizzazione o forse per mancanza di seguaci, forse per scarsità di fondi o forse per carenza di spirito.
Per sottolineare il fatto che stiamo parlando di persone, in particolari di giovani, mi sento in dovere di svolgere una breve digressione su uno di questi giovani che hanno perso la vita proprio agli inizi dei moti Risorgimentali: Jacopo Ruffini. Nato lo stesso giorno e lo stesso anno di Mazzini, Ruffini si laureò in medicina sotto la guida di Giacomo Mazzini, padre di Giuseppe. Questa conoscenza con i Mazzini, portò Ruffini ad aderire alla Carboneria, e, in seguito, alla Giovine Italia (di cui era capo a Genova), quindi, a partecipare nel moto di Genova. A causa di ciò, fu catturato e messo in prigione, dove fu sottoposto, per un intero mese, a torture ed interrogatori nel vano tentativo di fargli confessare i nomi dei compagni patrioti. Si dice che, condotto allo sfinimento, si suicidò in carcere, anche se questa teoria del suicidio non ha mai convinto del tutto gli storici: Ruffini, trovato con la gola tagliata e privo di vita per dissanguamento quale capo di una cospirazione, era destinato all'impiccagione, ma considerando che, se la pena capitale fosse stata eseguita, i tumulti avrebbero potuto prendere ancora maggior vigore, si pensa che la polizia di Carlo Alberto avesse ucciso il giovane Ruffini, mascherando il tutto come suicidio. Di Ruffini scriverà poi Mazzini: “A te, fratello mio d'amore, io dedico, venerando, queste poche pagine scritte col nome tuo sulle labbra, colla santa tua immagine davanti agli occhi dell'anima. Io non trovo qui sulla terra, fra quei ch'hanno concetto di fede e costanza di sacrificio, creatura che ti somigli…”. Dopo questo primo, e deludente, periodo di vita, la Giovine Italia scomparve per quattro anni, ricomparendo solo nel 1838 in Inghilterra, ma solo dieci anni dopo, nel 1848, l’associazione fu definitivamente sciolta e inglobata in un progetto insurrezionale più grande, quale la Giovine Europa. Nei primi generosi, e disperati, tentativi di provocare insurrezioni in grado di carpire l’attenzione internazionale, si inquadra l’eroica e famosa impresa dei giovani fratelli Bandiera, Attilio, il più grande, ed Emilio, più piccolo di nove anni. Nobili veneziani, figli del barone Francesco Bandiera, contrammiraglio della Imperiale e Regia Marina veneta, e di Anna Marsich, baronessa veneta, furono ambedue avviati dal padre alla carriera navale, ma presto voltarono la loro vita alla causa della libertà e del riscatto dell’Italia. Interessante è la loro relazione con la madre, alla quale si rivolgono con estrema riverenza e rispettosissimi ossequi, anche se le loro posizioni, quella dei fratelli e quella della madre, divergeranno sul nascere, perché i primi folgorati da idee rivoluzionarie e la seconda, dal carattere autoritario, fortemente fedele all’imperatore. Nel tentativo di far desistere i figli dal compiere tale azione, la madre si reca a Corfù, Attilio non ha il coraggio di incontrarla, Emilio le mandò un biglietto: “Signora Madre, ritorno adesso e sento l’inaspettata notizia del suo arrivo.
Essa mi agitò tanto che, in verità io non potrò presentarmi a lei che alla sera. Procuri che il nostro incontro si effettui in una camera solitaria; che non abbia testimoni, che sia men che possibile commovente. Mi perdoni, Madre mia, ma, in verità mi mancano le forze per affrontare la sua desolazione”. Pochi mesi dopo, la Baronessa viene a conoscenza dell’arresto dei figli, ma non si arrende. In incognito affronta un nuovo viaggio per implorare la grazia dalla regina Maria Teresa, ma dopo l’incontro con sua sorella Caterina, moglie di un generale borbonico, decide di proseguire per Cosenza dove i figli attendono il processo. Qui lì vedrà avviarsi al luogo della fucilazione. Morirà a Mestre a tarda età, conscia che Attilio ed Emilio non sono morti da traditori (dell’impero, frutto della Restaurazione) ma da eroi. Forse fra i più alti depositari della religione di Mazzini, i fratelli Bandiera agivano secondo prerogative proprie della “filosofia” mazziniana, tanto che Emilio scrisse le seguenti parole, che potevano essere benissimo scritte dallo stesso Mazzini: “Noi vogliamo una patria libera, unita, repubblicana; ci proponiamo fidare nei soli mezzi nazionali, spezzare qualunque sussidio straniero e gettare il guanto quando ci fossimo creduti abbastanza forti, senza aspettare ingannevoli rumori in Europa”. I fratelli furono fondatori di una società segreta che prendeva il nome di “Esperia”, che ricalcava le particolarità della “Giovine Italia”, e tanto era il desiderio dei fratelli di avvicinarsi a Mazzini che Attilio, nell’agosto 1842, scrisse al giovane gevonese: “So che siete il creatore d’una patriottica società che chiamaste la Giovine Italia, so che scriveste sotto lo stesso titolo un giornale diretto a propagarne le massime, ma né d’esso né d’alcun’altra vostra opera mi venne mai fatto di procurarmi, ad onta dell’ardente mio desiderio, una copia”.
Due anni dopo queste parole, i due giovani veneziani diedero vita alla famosa inserruzione che partì da Corfù per giungere a Crotone, in Calabria, teatro di una rivolta, al loro arrivo già sedata. Sebbene si fossero accorti che la rivolta era già terminata bruscamente e sebbene avessero il veemente rifiuto di appoggio da parte di Mazzini, i fratelli decisero, insieme a diciassette compagni, di muoversi in direzione della Sila. Il corso Pietro Boccheciampe, facente parte della spedizione, preso dallo sconforto, sparì ed andò a denunciare i compagni. La polizia borbonica iniziò le ricerche dei diciassette rivoltosi, che poco dopo (il 19 luglio), furono catturati presso San Giovanni in Fiore. Prima dell’esecuzione vennero sottoposti a più interrogatori, significativo il breve passo del primo interrogatorio cui era stato sottoposto Emilio, rievocato da Atto Vannucci nel suo volume di memorie su “I martiri della libertà italiana”: Polizia – Come vi chiamate? Emilio – Emilio Bandiera. P – Siete Barone? E – Non me ne curo. P – D’onde siete? E – D’Italia. P – Ma di che parte? E – D’Italia. P – Ma dove nato? E – In Italia. Italia, senza limitazioni, senza distinzioni, senza confini interni, Italia idealmente unita. Arriva il giorno dell’esecuzione, il 25 luglio 1844. I fratelli verranno fucilati assieme ad alcuni dei loro giovani compagni di spedizione, ovvero Giovanni Venerucci, Anacarsi Nardi, Nicola Ricciotti, Giacomo Rocca, Domenico Moro, Francesco Berti e Domenico Lupatelli. Durante il percorso che li portava nelle vallone del Rovito, dove due settimane prima erano stati fucilati dei giovani insorti cosentini, i fratelli Bandiera non abbandonarono l’energia che da sempre li aveva caratterizzati, e quello spirito di iniziativa, a volte condotto all’estremo. Iniziarono così ad intonare ad alta voce un’aria dell’opera, allora molto popolare, di Saverio Mercadante “Donna Caritea”: “Chi per la Patria muor vissuto è assai / La fronda dell’allor non langue mai / Piuttosto che languir sotto i tiranni, / Meglio è morir / Sul fior degli anni”. Davanti al plotone di esecuzione non potevano non gridare un sofferto, passionale, amoroso, ardente “Viva l’Italia!”. Una spedizione con esito fallimentare, ma, se ci si pensa, senza questa, non avremmo mai avuto, sedici anni dopo, la vittoriosa spedizione dei Mille. Premonitoria appare la lettera del 11 giugno 1844 scritta da Emilio all’amico Nicola Fabrizi: “Se soccomberemo (nella spedizione), dite ai nostri concittadini che imitino l’esempio, poiché la vita ci venne data per utilmente e nobilmente impiegarla, e la causa per la quale avremo combattuto e saremo morti, è la più pura, la più santa che abbia scaldato i petti degli uomini: essa è quella della libertà, dell’eguaglianza, dell’indipendenza e dell’unità italiana”. Due anni dopo quella estate del 1844, il ventenne genovese Goffredo Mameli componeva l’inno “Ai fratelli Bandiera” , che concludeva: “Nel nome dei Bandiera, / lo giuro, la grand’Era / promessa arriverà”. Anche Mameli, come i fratelli Bandiera, aveva il padre, Giorgio, contrammiraglio, di antica nobiltà, mentre la madre, Adele Zoagli, era una donna di straordinario carisma.
Sarà lei stessa ad affidare suo figlio a Mazzini, suo compagno di giochi da bambino, pur conscia di “non sottrarlo ad un solo pericolo utile al Paese”. E quando Mazzini ebbe, nell’estate del’49, l’arduo compito di annunciarle prima l’amputazione della gamba, poi la morte, Adele gli rispose che ella “donerebbe senza esitazione ogni figlio che potesse avere per la causa dell’Italia”. Mameli fu un fervente mazziniano, anche se rimase assai amereggiato dopo le imprese negative del ‘48 in Lombardia, dove insorse alla guida di trecento giovani. Nel settembre ’48, però, giunse a Genova Garibaldi, che attirò l’attenzione del giovane Mameli e rinvigorì in lui quello spirito di rivendicazione venuto meno. Divenne uno dei più convinti seguaci di Garibaldi, tanto che dal giornale democratico “Diario del Popolo” invocava la partecipazione dei giovani ai corpi volontari. Scritti opinabili e discutibili per certe parole, ma ricchi di spirito e determinazione, che, pur che se ne dica, riuscì a fare l’Italia. Scritti propri di chi, come scrisse lo stesso Mameli, ricerca “un apostolo tra gli uomini politici, una credenza tra le opinioni, una religione tra i partiti”. Riporto di seguito un suo articolo pubblicato nel “Diario del Popolo” il 26 ottobre del ’48, significativo per comprendere come il giovane mazziniano cercava di diffondere il suo credo: “Per Dio, l’uomo che ha il nemico nella sua casa e chiama questo la pace, e va domandando se si deve combattere, quello è l’ultimo degli uomini! E intanto l’alba d’una nuova èra del mondo biancheggia allo sguardo dell’Umanità, l’Europa si dibatte nel gran parto convulsa (riferimenti alle rivoluzioni in Ungheria e Germania), e i popoli della terra sono schierati in battaglia, e si domandano se una penisola fu ingoiata dall’onde del Mediterraneo, perché un popolo manca nelle loro file, e chiamano gl’Italiani in rango e gl’Italiani non rispondono. Che quanti credono nei destini dell’Italia e della Democrazia, ascoltino la nostra parola. Ella è sacra perché è sacra la parola che sgorga dal cuore: fratelli, affilate le vostre spade, caricate i vostri fucili perché siamo alla vigilia della battaglia”. La sua filosofia politica era contraria al Papa re, speranzosa in un Papa apostolico. Al proposito è interessante ed assai attuale la sua riflessione del 25 gennaio ’49, pubblicata in “Pallade”: “Il Signore, durante la sua esistenza, confermò apertamente di non aver regno in terra; la stessa professione fu dè suoi apostoli e discepoli.
Visse umile ed umile moriva, e così Pietro, così una lunga serie di Pontefici, i quali non ebbero giammai l’audacia di togliere od aggiungere sillaba al venerando codice di Gesù Cristo. Egli ripetè più volte ai farisei:- Siate poveri, date ai poveri, ite senza calzari, nutritevi di ciò che vi si offre, non abbiate regno in terra, come non l’ebbi io, siate mondi, predicate l’evangelo alle genti -. Ebbene, che hanno fatto essi di questo testamento santissimo? Si son fatti eredi bastardi ed ingrati: han fatto cumulo di tesori, han carpito l’obolo ai poverelli, han vestito l’abito della lussuria e dell’orgoglio, si sono assisi a laute e profumate mense, han fatto sgabello del prossimo per salire al trono, han bruttate le loro mani di sangue, han predicato la servitù”, comincia quindi la sua necessaria ricerca di consensi: “Cattolici dell’Europa, sono questi adunque i preti che voi fate degni del trono? Son questi i Pontefici a cui bramate soggetta questa ridente parte d’Italia? Se dunque la Chiesa fosse rimasta povera e modesta come nei suoi tempi primitivi, voi non la credereste rispettabile e sana? Una religione che si fa corteggio di eserciti, di gabellieri, di sgherri, di carceri e di tormenti, lungi dall’essere la purissima creatura di Dio, addiventa il più turpe e mostruoso gerione uscito dalle bolge d’abisso a flagello e desolazione della tradita umanità!”. Nel novembre dell’infiammato ’48, Mameli raggiunge Garibaldi a Roma, abbandonata da Papa Pio IX, ma il suo pensiero è rivolto all’intera Italia, e così si dirige prima a Firenze, guidata dal triumvirato del pratese Mazzoni, di Guerrazzi e di Montanelli, in seguito nella sua Genova, per poi ritornare nella Roma che intanto aveva redatto una innovativa Costituzione da lui tanto desiderata (“Al Campidoglio il popolo dica la gran parola”), ma una Roma assediata dalle forze francesi inviate da Luigi Carlo Napoleone per permettere al Papa di ritornare a prendere il possesso della città. In questo assedio Mameli prese parte attivamente, su più fronti: il 30 aprile (1849) si battè nella zona di Porta San Pancrazio, il 19 maggio a Palestrina e Velletri, e il 3 giugno sul Gianicolo, dove rimase ferito alla gamba sinistra, che presto gli andrà in cancrena, e passerà dalla vita terrena per entrare nella leggenda il 6 luglio, dopo varie settimane di agonìa. Successivamente Garibaldi scriverà dell’ “Ajutante Mameli” nelle sue Memorie: “Poeta e guerriero, all’età di 21 anno terminava a Roma una vita sacrata al suo paese, sacra! A chi lo conosceva. O Borbonici! Servi d’un tiranno… Mameli, quel giovinetto, sì bello, sì candido, era quel desso che alla testa d’una brigata di giovani palpitanti per l’Italia v’impauriva, vi sconfiggeva a Palestrina. Sì! Quando va di spingerlo a complettare il triunfo, mostrando ad un tempo la sagacia d’un Capitano, ed il bollore, lo slancio d’un valoroso soldato. Io dall’alto seguiva collo sguardo il giovane, ammirandone il sangue freddo ed il valore. Voi!… fuggivate!… mercenari!… carnefici dell’Italia!!!”, e infine, in onore del giovane mazziniano caduto, “I nati sotto il cielo d’Italia non ahbbisognano dell’estraneo per redimersi, ma d’unione e d’un inno, che li colleghi!”. Sì, proprio quell’inno nazionale che ci emoziona ogni qual volta lo sentiamo, quell’inno che ci fa sentire uniti, quell’inno che fa battere i cuori di tutti noi simultaneamente, quell’inno che ci deve far capire il sacrificio subìto per potersi noi definire adesso “italiani”. Non può mancare nella trattazione una storia d’amore, quella fra Giuseppe Garibaldi e Anna Maria Ribeiro da Silva, meglio conosciuta come Anita, perché oltre ai memorabili sacrifici in battiglia, gli atti di eroismo, i favolosi scritti poetici, le visioni politiche, anche le storie d’amore hanno contribuito ad attorniare il nostro Risorgimento da uno strato di mitizzazione. Il primo incontro tra i due ci fu nel 1839 nell’isola di Santa Catharina, in Brasile. Un incontro descritto con toni romantici nelle Memorie dallo stesso Garibaldi, innamorato, ma allo stesso tempo dispiaciuto per il precedente marito di Anita, un calzolaio venticinquenne: “Se vi fu colpa, io l’ebbi intiera! E…vi fu colpa! Si! Si rannodavano due cuori con amore immenso, e si infrangeva l’esistenza d’un innocente!”. I due si sposarono nel 1842 a Montevideo, capitale dell’Uruguay, secondo rito cattolico. La giovane Anita (pensiamo che quando si sposò con Garibaldi aveva solo 20 anni), è descritta da un testimone del suo arrivo a Roma il 14 giugno 1849 con queste parole: “Era una donna sui 28 anni, dalla tinta assai bruna, dai lineamenti interessanti, e delicatissima di corpo, ma al primo fissarla si vedeva in lei l’amazzone”. Anita dimostrò sin da giovanissima la sua spiccata personalità, quando, dopo il matrimonio, seguì il marito di battaglia in battaglia, attraverso umide foreste dell’America Latina e mari in tempesta. Ebbe una pausa per dare alla luce il primo genito, Menotti, così chiamato in onore dello sfortunato patriota modenese, e poi ancora immersa nei combattimenti con il bimbo appresso. Quando il marito prende la via dell’Italia, Anita lo segue con i tre piccoli bambini: il già citato Menotti, e poi Ricciotti, anch’egli chiamato così in memoria del compagno di spedizione dei fratelli Bandiera, e Teresita. La coppia arriva a Genova nel marzo del ’48, dove ad aspettarla ci sono ben tremila pesone, accorse per vedere “il salvatore della patria” e sua moglie. Il generale cercherà, in suolo italiano, di tenerla al di fuori degli scontri violenti e rischiosi, inducendola a vivere con la madre nella sua Nizza, ma Anita, venuta a sapere della malattia di suo marito, lo raggiunse subito a Genova e proseguì poi per Bologna, Firenze, Rieti, da dove rientrerà, ubbidiente, dalla suocera e dai figli.
Situazione simile si ripete quando apprende che Garibaldi è stato ferito a Roma. A fianco dell’uomo che ama e di cui vuole condividere il destino, si batte, come Mameli, nei pressi della porta di San Pancrazio, a difesa della Repubblica Romana. Le sue avventure e viaggi in Italia non finiscono con l’amara sconfitta di Roma, anzi, procede per Venezia, Terni, Orvieto, San Marino, da dove comincia, per motivi di salute, a dare segni di cedimento. Una febbre maligna la assale, e la porterà alla morte. Nonostante la febbre estenuante, non abbandona la sua missione di vita: seguire il marito, obbedire al marito, combattere a fianco del marito, vincere con il marito, perdere con il marito, morire con il marito. A tal proposito lo accompagna ancora, per l’ultima volta. Sugli ultimi giorni di Anita scriverà Giuseppe Guerzoni, maggiore biografo di Garibaldi: “Gravida di sei mesi, attrita dagli stenti e dagli affanni dell’ultima odissea, assalita fin da San Marino da una febbre insidiosa che lentamente la struggeva, straziata da atroci crampi di stomaco, arsa di sete, priva da giorni d’ogni cibo riconfortante, scalza, lacera, seminuda, la misera donna era all’estremo della sua possa”. Nella disperata ricerca di assistenza presso la fattoria del marchese Guiccoli, dove accorrerà anche un medico, la giovane moglie, combattente, passionaria, muore in un pomeriggio di inizio agosto del 1849. Il generale, che la soccoreva nelle ultime ore di vita (secondo i vincoli dell’amore), disperato, abbattutto, descrive l’ultimo tentativo che li conduce alla fattoria: Io la seguia – non conscio della vita – Lei sorreggendo all’ospital dimora. Ivi un giaciglio la raccolse – e mentre Corcata – il pugno mi stringea… di ghiaccio Se fe la man della mia donna! – e l’alma S’involava all’Eterno! Altri giovani, altri sacrifici, altri morti per la causa italiana: i fratelli Cairoli. La mamma Adelaide, descritta come donna intrepida, era fiera che i suoi cinque figli maschi combattessero per l’indipendenza e la libertà dell’Italia, a qualunque prezzo e sacrificio. Ciò le comportò la morte di quattro di essi. A questa donna dedicherà dei versi Giosuè Carducci: O madre, o madre, ai dì de la speranza Dal tuo grembo fecondo Cinque valenti uscieno: ecco, t’avanza oggi quest’uno al mondo. I fratelli, di Pavia, erano cinque maschi e due femmine, in ordine di genitura: Benedetto (1825-1889), Rachele (1826-1856), Emilia (1827-1856), Ernesto (1833-1859), Luigi (1838-1860), Enrico (1840-1867), Giovanni (1841-1869).
Il primo a venir meno fu Ernesto (ventisette anni), caduto nel maggio del ’59 mentre si batteva agli ordini di Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi. Laureato in Giurisprudenza, è sùbito infiammato dalla politica mazziniana, che non è disposto a seguire pedissequamente. Ci saranno infatti momenti di distacco tra lui e il Mosè dell’Unità, in particolare quando decide di non partecipare ai moti mazziniani del ’57, e nell’anno successivo quando antepone l’indipendenza alla repubblica, volgendo la sua propaganda a favore di Vittorio Emanuele, e predicando guerra all’Austria. Questi passaggi lo porteranno ad arruolarsi con i fratelli Benedetto ed Enrico nei Cacciatori. Solo un anno dopo Adelaide perde anche Luigi (ventidue anni), che dimostra uno spirito assai romantico e sognatore nonostante gli studi scelti, matematica. Nel ’60 decide di combattere a fianco di Garibaldi in Sicilia con la spedizione di Cosenz, quasi a prendere il posto dei fratelli, Benedetto ed Enrico rimasti feriti, e Ernesto, deceduto. La missione comincia con il successo; si mette infatti in evidenza nel passaggio dello stretto di Messina, ma subito dopo il tifo lo assale, portandolo alla morte a Napoli nel settembre dello stesso anno, 1860. Sette anni più tardi, nel 1867, è la volta di Enrico (ventisette anni). Descritto come vivace e generoso, sceglie gli studi di medicina all’Università di Pavia, ma subito è attirato in modo magnetico dalla personalità di Garibaldi, tant’è che, ad appena diciannove anni, è già nei Cacciatori delle Alpi. Da qui seguirà il generale ovunque: nella spedizione dei Mille con il fratello maggiore Benedetto, sulla via di Roma nella protesta contro Cavour, nell’Aspromonte nel ’62, a Monte Suello nel ’66 dopo aver organizzato i volontari meridionali, e, infine, a Roma, in cui entra attraverso il Ponte Milvio a capo di settantotto volontari. I volontari avanzano verso i Parioli, occupano il poggio di Villa Glori e si battono con le forze pontificie e francesi. Qui, più volte ferito nel corpo a corpo, muore fra le braccia del fratello Giovanni. La memorabile infermiera dei Mille, Jessie White Mario, recupererà la sua salma e la porterà al sepolcreto di famiglia, a Gropello, in Lombardia. L’ultimo dei fratelli a salire al cielo fu Giovanni (ventotto anni), il più giovane dei sette figli, quello quindi più tenero per la mamma Adelaide. Come il fratello Luigi, Giovanni nutre interessi per la matematica e avvia così gli studi all’Università di Pavia, ma anche lui viene da subito folgorato dai movimenti insurrezionalisti e riesce a stento a contenere la voglia di parteciparvici. Data la sua giovanissima età (sedici anni) e la sua costituzione particolarmente gracile, la madre gli impedisce di partecipare ai combattimenti del ’59. Questo lo addolora molto, pensando anche ai quattro fratelli che tenacemente stavano combattendo per l’Unità.
Non volendo rimanere escluso, nel ’60 sceglie la carriera militare a Torino, ma anche qui gli piange il cuore al pensiero di non poter partecipare alla spedizione dei Mille. Non tollerando più il susseguirsi dei casi prende contatti con Garibaldi e organizza la spedizione su Roma, che si concluderà tragicamente per il fratello Enrico. Lui uscirà gravemente ferito dai combattimenti di Villa Glori, e non si riprenderà più né dalle conseguenze della ferita né dal tormento di aver accolto il fratello morente tra le sue braccia. Dopo la morte di Giovanni, Giuseppe Mazzini spedì alla madre Adelaide una lettera di struggimento e di sconforto, in cui si legge: “ Signora, Ho esitato finora ad aggiungere una parola di compianto e di comforto a quelle che vi vennero e vi vengono da tutti i buoni d’Italia. Di fronte a un dolore quale deve essere il vostro, io mi sentiva incapace e quasi indegno di scrivervi: né, se non credessi fermamente in Dio, nell’immortalità della vita e nei fati segnati dalla Provvidenza all’Italia, oserei farlo oggi. Ma voi non avete, confido, potuto credere un solo momento che io tacessi per colpevole oblio o perché non sentissi tutta quanta la solenne grandezza del sacrificio che s’incarna in Voi e nei nostri La vostra famiglia sarà, quando avremo libertà vera, virtù, unità e coscienza di Popolo, una pagina storica della Nazione. Le tombe dei vostri figli saranno altari. I loro nomi staranno fra i primi nella litania dei nostri Santi. E Voi che educaste le anime loro, Voi che li avete veduti sparire a uno a uno patendo ciò che soltanto qualche madre può intendere, ma non disperando, rimarrete simbolo a tutti del dolore che redime e santifica, esempio solenne alle donne italiane e insegnamento del come la famiglia possa essere ciò che deve, e sinora non é, Tempio, Santuario della Patria comune. Ma a Voi non importa né ad essi importava di fama. Voi non adorate, essi non adoravano che il fine, quel santo ideale d’una Italia redenta, pura di ogni macchia di servitù e di ogni sozzurra d’egoismo e di corruzione, e iniziatrice di forti e grandi pensieri da Roma, che ispirò, attraverso una tradizione di secoli, le nostre migliori anime alla battaglia e al martirio. E però vi dico: sorridete nel pianto, i vostri hanno, morendo, vinto; hanno affrettato d’assai il momento in cui quell’ideale diverrà fatto sulla nostra terra. Stanco dagli anni, dalle infermità e da altro, io ho sentito, all’annunzio della morte del nostro Giovanni, e delle ultime parole ch’ei proferiva, riardere dentro la fiamma dé miei anni giovanili e riconfermarsi in me il proposito della vita. Migliaia di nostri, non ne dubitate, hanno sentito lo stesso. Una intera famiglia non vive non muore come la vostra senza che tutta una generazione si ritempri in essa e muova innanzi d’un passo.” L’unico dei sette fratelli a cui sarà riservato il sogno di vedere Roma capitale è Benedetto. Primogenito di Carlo Cairoli e della già citata Adelaide, Benedetto studia Giurisprudenza ma si distingue per i suoi ardenti interessi patriottici e liberali. A tal proposito collabora con Mazzini all’organizzazione del moto del 6 febbraio 1853. Nel ’56 passa anch’egli, come il fratello Ernesto, il periodo del dubbio nei confronti di Mazzini e della sua politica: “Si vorrebbero battaglie, non scaramucce, non colpi di mano che fanno spreco di forze e di credito per il peggio del nostro povero paese”.
Si avvicina così prima alle posizioni di Cavour e poi all’azione di Garibaldi, partecipando prima alla spedizione dei Cacciatori delle Alpi nel ’59 assieme ai fratelli Ernesto ed Enrico, e poi alla spedizione dei Mille, durante la quale viene ferito gravemente ad un ginocchio. Afflitto per la morte dei fratelli Ernesto e Luigi, tornerà a Pavia alla fine del 1860. Inizia così la sua carriera politica in Parlamento da deputato di sinistra, in particolare della Sinistra democratica di antico ceppo repubblicano. In Parlamento ricopre la carica di Presidente della Camera e diventa Presidente del Consiglio nel 1878 e di nuovo dal 1879 al 1881. Dopo la morte, avvenuta nell’agosto dell’ ’89, raggiunge i fratelli nel sepolcreto, quasi un sacrario, di Gropello. Finisce con lui quella famiglia che per l’Italia tanto ha dato e tanto ha patito, quella famiglia che strade, piazze, dipinti, statue, scuole in tutta Italia ora commemorano. Questa trattazione diventa quindi un’occasione per far mente locale su una quotidianità alcune volte troppo distratta e superficiale, che dà molto per scontato, perché quando si sente proferire i nomi dei giovani qui trattati, o più in generale di tutti quei giovani che hanno avuto la fortuna o sfortuna di nascere in quel periodo storico, ci si fermi un secondo e si ricordi che, se in questo periodo storico viviamo in uno dei Paesi più invidiati in tutto il mondo, e soprattutto viviamo uniti sotto una stessa bandiera, da nord a sud, da est a ovest, è anche, e soprattutto, grazie a questi nomi. Forse questi nomi non sapevano che dopo centocinquanta anni da quel 1861 vi sarebbero state persone che li avrebbero ricordati perché molti di questi nomi sono morti senza alcuna speranza, senza alcun disegno politico costituito, e con la disastrosa visione di veder rovinato più e più volte quel che prima avevano costruito. Un continuo cambiamento è la storia, un continuo costruire e distruggere, costruire e mantenere, costruire ed innovare. Più volte ci si chiede se in questa vita bisogna essere protagonisti o spettatori, se vale la pena assumersi responsabilità, accumularsi preoccupazioni, avere timori, se tanto è la storia che ci conduce, sono le circostanze che determinano i nostri ruoli. Ebbene, mi sento in dovere di dire che la storia, per andare avanti, ha bisogno che tutti siano protagonisti nel proprio piccolo e ha bisogno di attori che si adeguano al copione del proprio tempo, magari interpretandolo secondo le proprie particolarità, perché, per dirla con lo storico francese Jules Michelet, “ciascun uomo è un’umanità, una storia universale”. In questi giorni si sentono numerose opinioni circa i sentimenti predominanti nel Risorgimento, e ci si domanda se fosse stato meglio fare l’Italia in un altro modo, con un’altra forma, con un altro assetto. A questo mi viene di rispondere che l’importante è che l’Italia sia stata fatta e che tutti, alla fine dell’inno di Mameli, ci sentiamo di gridare “Si!”. Riprendendo la memorabile frase dell’attore statunitense John Barrymore: “Un uomo diventa vecchio quando i rimpianti prendono il posto dei sogni”, così uno Stato diventa vecchio se chi ci vive nutre rimpianti, altresì sarà giovane e dinamico se si riaccenderà sempre in chi ci vive quella macchina di sogni, di speranze e di desideri che hanno alimentato i giovani del Risorgimento e che possono, e devono, animare noi in questo tempo. Contando anche il fatto che loro sono riusciti a trasformare i sogni in realtà.
Leonardo Piani, IIc, Liceo Classico Statale Cicognini.
Bibliografia: -“Gli uomini che fecero l’Italia”, Giovanni Spadolini, Il Giornale. -“Fratelli d’Italia (Goffredo Mameli)”, David Bidussa, Ed. Feltrinelli. -“Le Pagine della Letteratura Italiana”, Giuseppe Lipparini, Carlo Signorelli
Questo stato d’animo genererà successivamente, sempre in età giovanile, Jacopo Ortis, nome sotto il quale Foscolo “scriveva se stesso”, che tratta della Venezia tradita dal trattato di Campoformio, degli affetti familiari perduti, dell’uomo senza patria con l’angoscia di una vita inutile. Nella tragedia individuale si cela la tragedia nazionale di un intero popolo. Quella tragedia che esalterà Mazzini e tanti giovani nel periodo risorgimentale. Romanticismo e coscienza nazionale si saldano. Modena, notte fonda tra il 3 e il 4 febbraio 1831, nell’abitazione del giovane patriotta Ciro Menotti si svolgeva una riunione di trentacinque giovani congiurati che si preparavano al moto rivoluzionario, fissato per la mezzanotte, contro il Duca di Modena Francesco IV, della famiglia Asburgo-Este, fabbricando cartucce e predisponendo bandiere tricolori. Si doveva respirare un’aria di agitazione e tensione in quella famosa abitazione, che, tra le altre cose, era poco distante dal Palazzo Ducale. Non poteva andare tutto liscio. Infatti, nella fase più laboriosa dei preparativi, si sente improvvisamente battere la porta, con l’intimazione di aprirla. I giovani congiurati non perdono un attimo e passano subito all’azione, come loro solito. Ai primi due colpi di pistola sparati dallo stesso Menotti contro la porta segue una scarica di fucili che mette in fuga i soldati del Duca. Nessuno, fra quei giovani, abbandona la casa. Forte è il senso del dovere di portare a termine la missione prefissata e di non mollare alla prima difficoltà. Si spera che giungano gli amici dalle altre parti della città, ma non arrivano, arrivano anzi ottocento soldati guidati dallo stesso Duca, che, come tanti altri sovrani nell’Italia del tempo, dimostrò uno slealissimo voltafaccia, perché confidente dei liberali prima, repressore di questi poi. Alcuni storici ritengono questo doppio gioco di Francesco IV un successivo convincimento che il progetto di un Regno dell'Alta Italia fosse solo un'utopia, altri invece sostengono che il Duca era geloso del carisma di Menotti, altri ancora credono che il duca ebbe paura di perdere, dopo la rivoluzione, molti dei suoi privilegi. Così, il duca fece circondare dalle sue guardie la casa, seguirono alcuni spari e i congiurati, ormai senza un minimo di speranza, cercarono di fuggire, alcuni ci riuscirono, altri no e fra questi Ciro Menotti, che, saltato da una finestra nel giardino retrostante la casa, rimase ferito, fu catturato e imprigionato.
Neanche quattro mesi dopo quella scintillante notte, alle 8 del mattino del 26 maggio, Ciro Menotti, salì sul patibolo. Si dice che il senso delle ultime parole pronunicate da Menotti mentre si avvicinava al patibolo sia il seguente: “La delusione che mi conduce a morire farà aborrire per sempre gli italiani da ogni influenza straniera nei loro interessi, e li avvertirà a non fidarsi che nel soccorso del loro braccio”. Circa il moto di Menotti, difetti di metodi e di preparazione furono motivi di indagine e di critica da parte del giovane Giuseppe Mazzini, che di lì a poco avrebbe dato vita alla “Giovine Italia”, che nasceva infatti a Marsiglia, dove Mazzini era esiliato, nel luglio del 1831. La linea politica di questa nuovo soggetto politico mirava ad un’Italia repubblicana, democratica, unitaria. Il messaggio mazziniano era chiaro e conciso, e le visioni a dir poco profetiche del giovane Mazzini non potevano non attirare l’attenzione di giovani che ne venivano conquistati: “La legge dell’Umanità è data da Dio, forza che sospinge avanti la storia verso la libertà dei popoli”, “i popoli sono i pensieri di Dio nella storia, ma se i popoli non sono uniti è impossibile compiere il messaggio di Dio”, “deve arrivare la religione dell’Umanità!”. Con queste prerogative Mazzini infondeva uno spiccato senso del dovere, e concepiva la vita come una missione per compiere il messaggio di Dio. A tal proposito scriverà poi il giovanissimo mazziniano Goffredo Mameli nell’Inno d’Italia: “Siamo pronti alla morte!”. Si pensava quindi che la vita fosse secondaria alla causa dell’unità, e non è un caso che Mazzini credesse profondamente nella reincarnazione. Un prerequisito per far parte della “Giovine Italia” era essere minore di quaranta anni di età: a Mazzini servivano persone giovani che capissero il suo messaggio in una chiave più animata e frenetica, e giovani che nello scontro armato fossero atletici e preparati. Entusiastiche adesioni al programma della Giovane Italia si ebbero soprattutto tra i giovani in Liguria, Piemonte, Emilia e Toscana, che si misero subito alla prova organizzando una serie di insurrezioni, che si conclusero tutte con arresti, carcere o condanne a morte. Insurrezioni come quelle dell’estate del 1833 a Genova, Torino, Alessandria, e Chambery, dove persero la vita numerosissimi adepti alla Giovine Italia, forse per scadente organizzazione o forse per mancanza di seguaci, forse per scarsità di fondi o forse per carenza di spirito.
Per sottolineare il fatto che stiamo parlando di persone, in particolari di giovani, mi sento in dovere di svolgere una breve digressione su uno di questi giovani che hanno perso la vita proprio agli inizi dei moti Risorgimentali: Jacopo Ruffini. Nato lo stesso giorno e lo stesso anno di Mazzini, Ruffini si laureò in medicina sotto la guida di Giacomo Mazzini, padre di Giuseppe. Questa conoscenza con i Mazzini, portò Ruffini ad aderire alla Carboneria, e, in seguito, alla Giovine Italia (di cui era capo a Genova), quindi, a partecipare nel moto di Genova. A causa di ciò, fu catturato e messo in prigione, dove fu sottoposto, per un intero mese, a torture ed interrogatori nel vano tentativo di fargli confessare i nomi dei compagni patrioti. Si dice che, condotto allo sfinimento, si suicidò in carcere, anche se questa teoria del suicidio non ha mai convinto del tutto gli storici: Ruffini, trovato con la gola tagliata e privo di vita per dissanguamento quale capo di una cospirazione, era destinato all'impiccagione, ma considerando che, se la pena capitale fosse stata eseguita, i tumulti avrebbero potuto prendere ancora maggior vigore, si pensa che la polizia di Carlo Alberto avesse ucciso il giovane Ruffini, mascherando il tutto come suicidio. Di Ruffini scriverà poi Mazzini: “A te, fratello mio d'amore, io dedico, venerando, queste poche pagine scritte col nome tuo sulle labbra, colla santa tua immagine davanti agli occhi dell'anima. Io non trovo qui sulla terra, fra quei ch'hanno concetto di fede e costanza di sacrificio, creatura che ti somigli…”. Dopo questo primo, e deludente, periodo di vita, la Giovine Italia scomparve per quattro anni, ricomparendo solo nel 1838 in Inghilterra, ma solo dieci anni dopo, nel 1848, l’associazione fu definitivamente sciolta e inglobata in un progetto insurrezionale più grande, quale la Giovine Europa. Nei primi generosi, e disperati, tentativi di provocare insurrezioni in grado di carpire l’attenzione internazionale, si inquadra l’eroica e famosa impresa dei giovani fratelli Bandiera, Attilio, il più grande, ed Emilio, più piccolo di nove anni. Nobili veneziani, figli del barone Francesco Bandiera, contrammiraglio della Imperiale e Regia Marina veneta, e di Anna Marsich, baronessa veneta, furono ambedue avviati dal padre alla carriera navale, ma presto voltarono la loro vita alla causa della libertà e del riscatto dell’Italia. Interessante è la loro relazione con la madre, alla quale si rivolgono con estrema riverenza e rispettosissimi ossequi, anche se le loro posizioni, quella dei fratelli e quella della madre, divergeranno sul nascere, perché i primi folgorati da idee rivoluzionarie e la seconda, dal carattere autoritario, fortemente fedele all’imperatore. Nel tentativo di far desistere i figli dal compiere tale azione, la madre si reca a Corfù, Attilio non ha il coraggio di incontrarla, Emilio le mandò un biglietto: “Signora Madre, ritorno adesso e sento l’inaspettata notizia del suo arrivo.
Essa mi agitò tanto che, in verità io non potrò presentarmi a lei che alla sera. Procuri che il nostro incontro si effettui in una camera solitaria; che non abbia testimoni, che sia men che possibile commovente. Mi perdoni, Madre mia, ma, in verità mi mancano le forze per affrontare la sua desolazione”. Pochi mesi dopo, la Baronessa viene a conoscenza dell’arresto dei figli, ma non si arrende. In incognito affronta un nuovo viaggio per implorare la grazia dalla regina Maria Teresa, ma dopo l’incontro con sua sorella Caterina, moglie di un generale borbonico, decide di proseguire per Cosenza dove i figli attendono il processo. Qui lì vedrà avviarsi al luogo della fucilazione. Morirà a Mestre a tarda età, conscia che Attilio ed Emilio non sono morti da traditori (dell’impero, frutto della Restaurazione) ma da eroi. Forse fra i più alti depositari della religione di Mazzini, i fratelli Bandiera agivano secondo prerogative proprie della “filosofia” mazziniana, tanto che Emilio scrisse le seguenti parole, che potevano essere benissimo scritte dallo stesso Mazzini: “Noi vogliamo una patria libera, unita, repubblicana; ci proponiamo fidare nei soli mezzi nazionali, spezzare qualunque sussidio straniero e gettare il guanto quando ci fossimo creduti abbastanza forti, senza aspettare ingannevoli rumori in Europa”. I fratelli furono fondatori di una società segreta che prendeva il nome di “Esperia”, che ricalcava le particolarità della “Giovine Italia”, e tanto era il desiderio dei fratelli di avvicinarsi a Mazzini che Attilio, nell’agosto 1842, scrisse al giovane gevonese: “So che siete il creatore d’una patriottica società che chiamaste la Giovine Italia, so che scriveste sotto lo stesso titolo un giornale diretto a propagarne le massime, ma né d’esso né d’alcun’altra vostra opera mi venne mai fatto di procurarmi, ad onta dell’ardente mio desiderio, una copia”.
Due anni dopo queste parole, i due giovani veneziani diedero vita alla famosa inserruzione che partì da Corfù per giungere a Crotone, in Calabria, teatro di una rivolta, al loro arrivo già sedata. Sebbene si fossero accorti che la rivolta era già terminata bruscamente e sebbene avessero il veemente rifiuto di appoggio da parte di Mazzini, i fratelli decisero, insieme a diciassette compagni, di muoversi in direzione della Sila. Il corso Pietro Boccheciampe, facente parte della spedizione, preso dallo sconforto, sparì ed andò a denunciare i compagni. La polizia borbonica iniziò le ricerche dei diciassette rivoltosi, che poco dopo (il 19 luglio), furono catturati presso San Giovanni in Fiore. Prima dell’esecuzione vennero sottoposti a più interrogatori, significativo il breve passo del primo interrogatorio cui era stato sottoposto Emilio, rievocato da Atto Vannucci nel suo volume di memorie su “I martiri della libertà italiana”: Polizia – Come vi chiamate? Emilio – Emilio Bandiera. P – Siete Barone? E – Non me ne curo. P – D’onde siete? E – D’Italia. P – Ma di che parte? E – D’Italia. P – Ma dove nato? E – In Italia. Italia, senza limitazioni, senza distinzioni, senza confini interni, Italia idealmente unita. Arriva il giorno dell’esecuzione, il 25 luglio 1844. I fratelli verranno fucilati assieme ad alcuni dei loro giovani compagni di spedizione, ovvero Giovanni Venerucci, Anacarsi Nardi, Nicola Ricciotti, Giacomo Rocca, Domenico Moro, Francesco Berti e Domenico Lupatelli. Durante il percorso che li portava nelle vallone del Rovito, dove due settimane prima erano stati fucilati dei giovani insorti cosentini, i fratelli Bandiera non abbandonarono l’energia che da sempre li aveva caratterizzati, e quello spirito di iniziativa, a volte condotto all’estremo. Iniziarono così ad intonare ad alta voce un’aria dell’opera, allora molto popolare, di Saverio Mercadante “Donna Caritea”: “Chi per la Patria muor vissuto è assai / La fronda dell’allor non langue mai / Piuttosto che languir sotto i tiranni, / Meglio è morir / Sul fior degli anni”. Davanti al plotone di esecuzione non potevano non gridare un sofferto, passionale, amoroso, ardente “Viva l’Italia!”. Una spedizione con esito fallimentare, ma, se ci si pensa, senza questa, non avremmo mai avuto, sedici anni dopo, la vittoriosa spedizione dei Mille. Premonitoria appare la lettera del 11 giugno 1844 scritta da Emilio all’amico Nicola Fabrizi: “Se soccomberemo (nella spedizione), dite ai nostri concittadini che imitino l’esempio, poiché la vita ci venne data per utilmente e nobilmente impiegarla, e la causa per la quale avremo combattuto e saremo morti, è la più pura, la più santa che abbia scaldato i petti degli uomini: essa è quella della libertà, dell’eguaglianza, dell’indipendenza e dell’unità italiana”. Due anni dopo quella estate del 1844, il ventenne genovese Goffredo Mameli componeva l’inno “Ai fratelli Bandiera” , che concludeva: “Nel nome dei Bandiera, / lo giuro, la grand’Era / promessa arriverà”. Anche Mameli, come i fratelli Bandiera, aveva il padre, Giorgio, contrammiraglio, di antica nobiltà, mentre la madre, Adele Zoagli, era una donna di straordinario carisma.
Sarà lei stessa ad affidare suo figlio a Mazzini, suo compagno di giochi da bambino, pur conscia di “non sottrarlo ad un solo pericolo utile al Paese”. E quando Mazzini ebbe, nell’estate del’49, l’arduo compito di annunciarle prima l’amputazione della gamba, poi la morte, Adele gli rispose che ella “donerebbe senza esitazione ogni figlio che potesse avere per la causa dell’Italia”. Mameli fu un fervente mazziniano, anche se rimase assai amereggiato dopo le imprese negative del ‘48 in Lombardia, dove insorse alla guida di trecento giovani. Nel settembre ’48, però, giunse a Genova Garibaldi, che attirò l’attenzione del giovane Mameli e rinvigorì in lui quello spirito di rivendicazione venuto meno. Divenne uno dei più convinti seguaci di Garibaldi, tanto che dal giornale democratico “Diario del Popolo” invocava la partecipazione dei giovani ai corpi volontari. Scritti opinabili e discutibili per certe parole, ma ricchi di spirito e determinazione, che, pur che se ne dica, riuscì a fare l’Italia. Scritti propri di chi, come scrisse lo stesso Mameli, ricerca “un apostolo tra gli uomini politici, una credenza tra le opinioni, una religione tra i partiti”. Riporto di seguito un suo articolo pubblicato nel “Diario del Popolo” il 26 ottobre del ’48, significativo per comprendere come il giovane mazziniano cercava di diffondere il suo credo: “Per Dio, l’uomo che ha il nemico nella sua casa e chiama questo la pace, e va domandando se si deve combattere, quello è l’ultimo degli uomini! E intanto l’alba d’una nuova èra del mondo biancheggia allo sguardo dell’Umanità, l’Europa si dibatte nel gran parto convulsa (riferimenti alle rivoluzioni in Ungheria e Germania), e i popoli della terra sono schierati in battaglia, e si domandano se una penisola fu ingoiata dall’onde del Mediterraneo, perché un popolo manca nelle loro file, e chiamano gl’Italiani in rango e gl’Italiani non rispondono. Che quanti credono nei destini dell’Italia e della Democrazia, ascoltino la nostra parola. Ella è sacra perché è sacra la parola che sgorga dal cuore: fratelli, affilate le vostre spade, caricate i vostri fucili perché siamo alla vigilia della battaglia”. La sua filosofia politica era contraria al Papa re, speranzosa in un Papa apostolico. Al proposito è interessante ed assai attuale la sua riflessione del 25 gennaio ’49, pubblicata in “Pallade”: “Il Signore, durante la sua esistenza, confermò apertamente di non aver regno in terra; la stessa professione fu dè suoi apostoli e discepoli.
Visse umile ed umile moriva, e così Pietro, così una lunga serie di Pontefici, i quali non ebbero giammai l’audacia di togliere od aggiungere sillaba al venerando codice di Gesù Cristo. Egli ripetè più volte ai farisei:- Siate poveri, date ai poveri, ite senza calzari, nutritevi di ciò che vi si offre, non abbiate regno in terra, come non l’ebbi io, siate mondi, predicate l’evangelo alle genti -. Ebbene, che hanno fatto essi di questo testamento santissimo? Si son fatti eredi bastardi ed ingrati: han fatto cumulo di tesori, han carpito l’obolo ai poverelli, han vestito l’abito della lussuria e dell’orgoglio, si sono assisi a laute e profumate mense, han fatto sgabello del prossimo per salire al trono, han bruttate le loro mani di sangue, han predicato la servitù”, comincia quindi la sua necessaria ricerca di consensi: “Cattolici dell’Europa, sono questi adunque i preti che voi fate degni del trono? Son questi i Pontefici a cui bramate soggetta questa ridente parte d’Italia? Se dunque la Chiesa fosse rimasta povera e modesta come nei suoi tempi primitivi, voi non la credereste rispettabile e sana? Una religione che si fa corteggio di eserciti, di gabellieri, di sgherri, di carceri e di tormenti, lungi dall’essere la purissima creatura di Dio, addiventa il più turpe e mostruoso gerione uscito dalle bolge d’abisso a flagello e desolazione della tradita umanità!”. Nel novembre dell’infiammato ’48, Mameli raggiunge Garibaldi a Roma, abbandonata da Papa Pio IX, ma il suo pensiero è rivolto all’intera Italia, e così si dirige prima a Firenze, guidata dal triumvirato del pratese Mazzoni, di Guerrazzi e di Montanelli, in seguito nella sua Genova, per poi ritornare nella Roma che intanto aveva redatto una innovativa Costituzione da lui tanto desiderata (“Al Campidoglio il popolo dica la gran parola”), ma una Roma assediata dalle forze francesi inviate da Luigi Carlo Napoleone per permettere al Papa di ritornare a prendere il possesso della città. In questo assedio Mameli prese parte attivamente, su più fronti: il 30 aprile (1849) si battè nella zona di Porta San Pancrazio, il 19 maggio a Palestrina e Velletri, e il 3 giugno sul Gianicolo, dove rimase ferito alla gamba sinistra, che presto gli andrà in cancrena, e passerà dalla vita terrena per entrare nella leggenda il 6 luglio, dopo varie settimane di agonìa. Successivamente Garibaldi scriverà dell’ “Ajutante Mameli” nelle sue Memorie: “Poeta e guerriero, all’età di 21 anno terminava a Roma una vita sacrata al suo paese, sacra! A chi lo conosceva. O Borbonici! Servi d’un tiranno… Mameli, quel giovinetto, sì bello, sì candido, era quel desso che alla testa d’una brigata di giovani palpitanti per l’Italia v’impauriva, vi sconfiggeva a Palestrina. Sì! Quando va di spingerlo a complettare il triunfo, mostrando ad un tempo la sagacia d’un Capitano, ed il bollore, lo slancio d’un valoroso soldato. Io dall’alto seguiva collo sguardo il giovane, ammirandone il sangue freddo ed il valore. Voi!… fuggivate!… mercenari!… carnefici dell’Italia!!!”, e infine, in onore del giovane mazziniano caduto, “I nati sotto il cielo d’Italia non ahbbisognano dell’estraneo per redimersi, ma d’unione e d’un inno, che li colleghi!”. Sì, proprio quell’inno nazionale che ci emoziona ogni qual volta lo sentiamo, quell’inno che ci fa sentire uniti, quell’inno che fa battere i cuori di tutti noi simultaneamente, quell’inno che ci deve far capire il sacrificio subìto per potersi noi definire adesso “italiani”. Non può mancare nella trattazione una storia d’amore, quella fra Giuseppe Garibaldi e Anna Maria Ribeiro da Silva, meglio conosciuta come Anita, perché oltre ai memorabili sacrifici in battiglia, gli atti di eroismo, i favolosi scritti poetici, le visioni politiche, anche le storie d’amore hanno contribuito ad attorniare il nostro Risorgimento da uno strato di mitizzazione. Il primo incontro tra i due ci fu nel 1839 nell’isola di Santa Catharina, in Brasile. Un incontro descritto con toni romantici nelle Memorie dallo stesso Garibaldi, innamorato, ma allo stesso tempo dispiaciuto per il precedente marito di Anita, un calzolaio venticinquenne: “Se vi fu colpa, io l’ebbi intiera! E…vi fu colpa! Si! Si rannodavano due cuori con amore immenso, e si infrangeva l’esistenza d’un innocente!”. I due si sposarono nel 1842 a Montevideo, capitale dell’Uruguay, secondo rito cattolico. La giovane Anita (pensiamo che quando si sposò con Garibaldi aveva solo 20 anni), è descritta da un testimone del suo arrivo a Roma il 14 giugno 1849 con queste parole: “Era una donna sui 28 anni, dalla tinta assai bruna, dai lineamenti interessanti, e delicatissima di corpo, ma al primo fissarla si vedeva in lei l’amazzone”. Anita dimostrò sin da giovanissima la sua spiccata personalità, quando, dopo il matrimonio, seguì il marito di battaglia in battaglia, attraverso umide foreste dell’America Latina e mari in tempesta. Ebbe una pausa per dare alla luce il primo genito, Menotti, così chiamato in onore dello sfortunato patriota modenese, e poi ancora immersa nei combattimenti con il bimbo appresso. Quando il marito prende la via dell’Italia, Anita lo segue con i tre piccoli bambini: il già citato Menotti, e poi Ricciotti, anch’egli chiamato così in memoria del compagno di spedizione dei fratelli Bandiera, e Teresita. La coppia arriva a Genova nel marzo del ’48, dove ad aspettarla ci sono ben tremila pesone, accorse per vedere “il salvatore della patria” e sua moglie. Il generale cercherà, in suolo italiano, di tenerla al di fuori degli scontri violenti e rischiosi, inducendola a vivere con la madre nella sua Nizza, ma Anita, venuta a sapere della malattia di suo marito, lo raggiunse subito a Genova e proseguì poi per Bologna, Firenze, Rieti, da dove rientrerà, ubbidiente, dalla suocera e dai figli.
Situazione simile si ripete quando apprende che Garibaldi è stato ferito a Roma. A fianco dell’uomo che ama e di cui vuole condividere il destino, si batte, come Mameli, nei pressi della porta di San Pancrazio, a difesa della Repubblica Romana. Le sue avventure e viaggi in Italia non finiscono con l’amara sconfitta di Roma, anzi, procede per Venezia, Terni, Orvieto, San Marino, da dove comincia, per motivi di salute, a dare segni di cedimento. Una febbre maligna la assale, e la porterà alla morte. Nonostante la febbre estenuante, non abbandona la sua missione di vita: seguire il marito, obbedire al marito, combattere a fianco del marito, vincere con il marito, perdere con il marito, morire con il marito. A tal proposito lo accompagna ancora, per l’ultima volta. Sugli ultimi giorni di Anita scriverà Giuseppe Guerzoni, maggiore biografo di Garibaldi: “Gravida di sei mesi, attrita dagli stenti e dagli affanni dell’ultima odissea, assalita fin da San Marino da una febbre insidiosa che lentamente la struggeva, straziata da atroci crampi di stomaco, arsa di sete, priva da giorni d’ogni cibo riconfortante, scalza, lacera, seminuda, la misera donna era all’estremo della sua possa”. Nella disperata ricerca di assistenza presso la fattoria del marchese Guiccoli, dove accorrerà anche un medico, la giovane moglie, combattente, passionaria, muore in un pomeriggio di inizio agosto del 1849. Il generale, che la soccoreva nelle ultime ore di vita (secondo i vincoli dell’amore), disperato, abbattutto, descrive l’ultimo tentativo che li conduce alla fattoria: Io la seguia – non conscio della vita – Lei sorreggendo all’ospital dimora. Ivi un giaciglio la raccolse – e mentre Corcata – il pugno mi stringea… di ghiaccio Se fe la man della mia donna! – e l’alma S’involava all’Eterno! Altri giovani, altri sacrifici, altri morti per la causa italiana: i fratelli Cairoli. La mamma Adelaide, descritta come donna intrepida, era fiera che i suoi cinque figli maschi combattessero per l’indipendenza e la libertà dell’Italia, a qualunque prezzo e sacrificio. Ciò le comportò la morte di quattro di essi. A questa donna dedicherà dei versi Giosuè Carducci: O madre, o madre, ai dì de la speranza Dal tuo grembo fecondo Cinque valenti uscieno: ecco, t’avanza oggi quest’uno al mondo. I fratelli, di Pavia, erano cinque maschi e due femmine, in ordine di genitura: Benedetto (1825-1889), Rachele (1826-1856), Emilia (1827-1856), Ernesto (1833-1859), Luigi (1838-1860), Enrico (1840-1867), Giovanni (1841-1869).
Il primo a venir meno fu Ernesto (ventisette anni), caduto nel maggio del ’59 mentre si batteva agli ordini di Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi. Laureato in Giurisprudenza, è sùbito infiammato dalla politica mazziniana, che non è disposto a seguire pedissequamente. Ci saranno infatti momenti di distacco tra lui e il Mosè dell’Unità, in particolare quando decide di non partecipare ai moti mazziniani del ’57, e nell’anno successivo quando antepone l’indipendenza alla repubblica, volgendo la sua propaganda a favore di Vittorio Emanuele, e predicando guerra all’Austria. Questi passaggi lo porteranno ad arruolarsi con i fratelli Benedetto ed Enrico nei Cacciatori. Solo un anno dopo Adelaide perde anche Luigi (ventidue anni), che dimostra uno spirito assai romantico e sognatore nonostante gli studi scelti, matematica. Nel ’60 decide di combattere a fianco di Garibaldi in Sicilia con la spedizione di Cosenz, quasi a prendere il posto dei fratelli, Benedetto ed Enrico rimasti feriti, e Ernesto, deceduto. La missione comincia con il successo; si mette infatti in evidenza nel passaggio dello stretto di Messina, ma subito dopo il tifo lo assale, portandolo alla morte a Napoli nel settembre dello stesso anno, 1860. Sette anni più tardi, nel 1867, è la volta di Enrico (ventisette anni). Descritto come vivace e generoso, sceglie gli studi di medicina all’Università di Pavia, ma subito è attirato in modo magnetico dalla personalità di Garibaldi, tant’è che, ad appena diciannove anni, è già nei Cacciatori delle Alpi. Da qui seguirà il generale ovunque: nella spedizione dei Mille con il fratello maggiore Benedetto, sulla via di Roma nella protesta contro Cavour, nell’Aspromonte nel ’62, a Monte Suello nel ’66 dopo aver organizzato i volontari meridionali, e, infine, a Roma, in cui entra attraverso il Ponte Milvio a capo di settantotto volontari. I volontari avanzano verso i Parioli, occupano il poggio di Villa Glori e si battono con le forze pontificie e francesi. Qui, più volte ferito nel corpo a corpo, muore fra le braccia del fratello Giovanni. La memorabile infermiera dei Mille, Jessie White Mario, recupererà la sua salma e la porterà al sepolcreto di famiglia, a Gropello, in Lombardia. L’ultimo dei fratelli a salire al cielo fu Giovanni (ventotto anni), il più giovane dei sette figli, quello quindi più tenero per la mamma Adelaide. Come il fratello Luigi, Giovanni nutre interessi per la matematica e avvia così gli studi all’Università di Pavia, ma anche lui viene da subito folgorato dai movimenti insurrezionalisti e riesce a stento a contenere la voglia di parteciparvici. Data la sua giovanissima età (sedici anni) e la sua costituzione particolarmente gracile, la madre gli impedisce di partecipare ai combattimenti del ’59. Questo lo addolora molto, pensando anche ai quattro fratelli che tenacemente stavano combattendo per l’Unità.
Non volendo rimanere escluso, nel ’60 sceglie la carriera militare a Torino, ma anche qui gli piange il cuore al pensiero di non poter partecipare alla spedizione dei Mille. Non tollerando più il susseguirsi dei casi prende contatti con Garibaldi e organizza la spedizione su Roma, che si concluderà tragicamente per il fratello Enrico. Lui uscirà gravemente ferito dai combattimenti di Villa Glori, e non si riprenderà più né dalle conseguenze della ferita né dal tormento di aver accolto il fratello morente tra le sue braccia. Dopo la morte di Giovanni, Giuseppe Mazzini spedì alla madre Adelaide una lettera di struggimento e di sconforto, in cui si legge: “ Signora, Ho esitato finora ad aggiungere una parola di compianto e di comforto a quelle che vi vennero e vi vengono da tutti i buoni d’Italia. Di fronte a un dolore quale deve essere il vostro, io mi sentiva incapace e quasi indegno di scrivervi: né, se non credessi fermamente in Dio, nell’immortalità della vita e nei fati segnati dalla Provvidenza all’Italia, oserei farlo oggi. Ma voi non avete, confido, potuto credere un solo momento che io tacessi per colpevole oblio o perché non sentissi tutta quanta la solenne grandezza del sacrificio che s’incarna in Voi e nei nostri La vostra famiglia sarà, quando avremo libertà vera, virtù, unità e coscienza di Popolo, una pagina storica della Nazione. Le tombe dei vostri figli saranno altari. I loro nomi staranno fra i primi nella litania dei nostri Santi. E Voi che educaste le anime loro, Voi che li avete veduti sparire a uno a uno patendo ciò che soltanto qualche madre può intendere, ma non disperando, rimarrete simbolo a tutti del dolore che redime e santifica, esempio solenne alle donne italiane e insegnamento del come la famiglia possa essere ciò che deve, e sinora non é, Tempio, Santuario della Patria comune. Ma a Voi non importa né ad essi importava di fama. Voi non adorate, essi non adoravano che il fine, quel santo ideale d’una Italia redenta, pura di ogni macchia di servitù e di ogni sozzurra d’egoismo e di corruzione, e iniziatrice di forti e grandi pensieri da Roma, che ispirò, attraverso una tradizione di secoli, le nostre migliori anime alla battaglia e al martirio. E però vi dico: sorridete nel pianto, i vostri hanno, morendo, vinto; hanno affrettato d’assai il momento in cui quell’ideale diverrà fatto sulla nostra terra. Stanco dagli anni, dalle infermità e da altro, io ho sentito, all’annunzio della morte del nostro Giovanni, e delle ultime parole ch’ei proferiva, riardere dentro la fiamma dé miei anni giovanili e riconfermarsi in me il proposito della vita. Migliaia di nostri, non ne dubitate, hanno sentito lo stesso. Una intera famiglia non vive non muore come la vostra senza che tutta una generazione si ritempri in essa e muova innanzi d’un passo.” L’unico dei sette fratelli a cui sarà riservato il sogno di vedere Roma capitale è Benedetto. Primogenito di Carlo Cairoli e della già citata Adelaide, Benedetto studia Giurisprudenza ma si distingue per i suoi ardenti interessi patriottici e liberali. A tal proposito collabora con Mazzini all’organizzazione del moto del 6 febbraio 1853. Nel ’56 passa anch’egli, come il fratello Ernesto, il periodo del dubbio nei confronti di Mazzini e della sua politica: “Si vorrebbero battaglie, non scaramucce, non colpi di mano che fanno spreco di forze e di credito per il peggio del nostro povero paese”.
Si avvicina così prima alle posizioni di Cavour e poi all’azione di Garibaldi, partecipando prima alla spedizione dei Cacciatori delle Alpi nel ’59 assieme ai fratelli Ernesto ed Enrico, e poi alla spedizione dei Mille, durante la quale viene ferito gravemente ad un ginocchio. Afflitto per la morte dei fratelli Ernesto e Luigi, tornerà a Pavia alla fine del 1860. Inizia così la sua carriera politica in Parlamento da deputato di sinistra, in particolare della Sinistra democratica di antico ceppo repubblicano. In Parlamento ricopre la carica di Presidente della Camera e diventa Presidente del Consiglio nel 1878 e di nuovo dal 1879 al 1881. Dopo la morte, avvenuta nell’agosto dell’ ’89, raggiunge i fratelli nel sepolcreto, quasi un sacrario, di Gropello. Finisce con lui quella famiglia che per l’Italia tanto ha dato e tanto ha patito, quella famiglia che strade, piazze, dipinti, statue, scuole in tutta Italia ora commemorano. Questa trattazione diventa quindi un’occasione per far mente locale su una quotidianità alcune volte troppo distratta e superficiale, che dà molto per scontato, perché quando si sente proferire i nomi dei giovani qui trattati, o più in generale di tutti quei giovani che hanno avuto la fortuna o sfortuna di nascere in quel periodo storico, ci si fermi un secondo e si ricordi che, se in questo periodo storico viviamo in uno dei Paesi più invidiati in tutto il mondo, e soprattutto viviamo uniti sotto una stessa bandiera, da nord a sud, da est a ovest, è anche, e soprattutto, grazie a questi nomi. Forse questi nomi non sapevano che dopo centocinquanta anni da quel 1861 vi sarebbero state persone che li avrebbero ricordati perché molti di questi nomi sono morti senza alcuna speranza, senza alcun disegno politico costituito, e con la disastrosa visione di veder rovinato più e più volte quel che prima avevano costruito. Un continuo cambiamento è la storia, un continuo costruire e distruggere, costruire e mantenere, costruire ed innovare. Più volte ci si chiede se in questa vita bisogna essere protagonisti o spettatori, se vale la pena assumersi responsabilità, accumularsi preoccupazioni, avere timori, se tanto è la storia che ci conduce, sono le circostanze che determinano i nostri ruoli. Ebbene, mi sento in dovere di dire che la storia, per andare avanti, ha bisogno che tutti siano protagonisti nel proprio piccolo e ha bisogno di attori che si adeguano al copione del proprio tempo, magari interpretandolo secondo le proprie particolarità, perché, per dirla con lo storico francese Jules Michelet, “ciascun uomo è un’umanità, una storia universale”. In questi giorni si sentono numerose opinioni circa i sentimenti predominanti nel Risorgimento, e ci si domanda se fosse stato meglio fare l’Italia in un altro modo, con un’altra forma, con un altro assetto. A questo mi viene di rispondere che l’importante è che l’Italia sia stata fatta e che tutti, alla fine dell’inno di Mameli, ci sentiamo di gridare “Si!”. Riprendendo la memorabile frase dell’attore statunitense John Barrymore: “Un uomo diventa vecchio quando i rimpianti prendono il posto dei sogni”, così uno Stato diventa vecchio se chi ci vive nutre rimpianti, altresì sarà giovane e dinamico se si riaccenderà sempre in chi ci vive quella macchina di sogni, di speranze e di desideri che hanno alimentato i giovani del Risorgimento e che possono, e devono, animare noi in questo tempo. Contando anche il fatto che loro sono riusciti a trasformare i sogni in realtà.
Leonardo Piani, IIc, Liceo Classico Statale Cicognini.
Bibliografia: -“Gli uomini che fecero l’Italia”, Giovanni Spadolini, Il Giornale. -“Fratelli d’Italia (Goffredo Mameli)”, David Bidussa, Ed. Feltrinelli. -“Le Pagine della Letteratura Italiana”, Giuseppe Lipparini, Carlo Signorelli
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