Il dolore
I giovani al tempo del Risorgimento Secondo premio. Raffaello Luti
I giovani nel Risorgimento. Quest’argomento ci è sempre sembrato lontano, quasi come se si perdesse nella voragine del tempo… Ma iniziando a scartabellare vari documenti, lettere, racconti di vita di persone, famose e non, che hanno vissuto in quell’epoca, ci siamo resi conto che la vera Storia Italiana inizia in questo periodo
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I giovani nel Risorgimento. Quest’argomento ci è sempre sembrato lontano, quasi come se si perdesse nella voragine del tempo… Ma iniziando a scartabellare vari documenti, lettere, racconti di vita di persone, famose e non, che hanno vissuto in quell’epoca, ci siamo resi conto che la vera Storia Italiana inizia in questo periodo. E poi ci siamo chiesti che cosa facessero i nostri coetanei che abitavano nella nostra stessa città, che ogni giorno percorrevano le stesse strade che percorriamo noi oggi per andare a scuola. Cercando fra i documenti ci ha stupito molto scoprire che giovani come Carlo Livi e Raffaello Luti erano partiti anche loro per fare l’Italia, per fare la Storia. E su questo guardate un po’ cosa abbiamo trovato… Cari ragazzi, mi rivolgo a voi poiché quando io partii per fare l’Italia avevo quasi la vostra età ed ero spinto da quei sogni che avevano infiammato per tre lunghi secoli i nostri padri e i padri dei nostri padri. Ero un ragazzo come voi, pieno di speranze e di aspirazioni: nacqui il 24 ottobre del 1826 da un’umile famiglia di Sant’Angelo a Lecore, nei pressi di Prato, e appena dodicenne fui mandato a studiare lettere umane al Seminario Vescovile della città, dove i miei unici amici furono i libri. Il mio amico Carlo Livi, infatti, mi giudicava un melanconico, ma molte volte ero preso soltanto da altri pensieri, di solito scissi dalla realtà: già allora nascevano in me affetti nobilissimi di gloria, di patria, di libertà, suscitati anche dalla letture del libro di Gioberti. A diciannove anni mi iscrissi all’Università di Pisa alla facoltà di medicina: l’ambiente universitario era in fermento, circolavano gli scritti di Berchet, di Giusti, di Mazzini. L’uscita clandestina di un volume di questi autori era salutato da tutti noi studenti come una conquista e un omaggio alla libertà.
L’unica cosa che riuscì ad animarmi di vera gioia fu quando lasciai l’Università tre anni dopo, insieme ad altri compagni, tra cui lo stesso amico fidato Carlo, tutti desiderosi di raggiungere la Lombardia per liberarla dell’empio nemico. Il 23 marzo, infatti, re Carlo Alberto aveva dichiarato guerra all’Impero austriaco ed era entrato con le sue truppe in Lombardia, allora occupata dagli austriaci. In suo aiuto Papa Pio IX, il granduca di Toscana Leopoldo II e il re di Napoli Ferdinando II avevano inviato truppe regolari ed anche noi volevamo partecipare come volontari per prendere parte all’unificazione della nostra Italia. Partimmo verso Curtatone con armi, sacco e tricolore sul cappello mentre dentro di me recitavo i versi di Manzoni “O stranieri, nel proprio retaggio/ torna Italia, e il suolo riprende;/ O stranieri, strappate le tende/ da una terra che madre non v’è”. La sera prima della battaglia mi fermai a ricordare con Carlo di come avevamo festeggiato l’anniversario di Legnano a Pisa l’anno precedente con canti ed evviva e ci chiedevamo come lo avremmo festeggiato l’indomani. Anche se la presenza del mio caro amico mi tranquillizzava avevo un presentimento, come se la mia fine fosse vicina e pensavo che non avrei mai potuto vedere, come invece sognavo da tempo, il tricolore sventolare sulle mura di Mantova, stagliato all’orizzonte. Durante la mattina giunse la nuova: i nemici erano vicini e stavano per cominciare l’assalto, e noi, festanti, ci preparammo ad accoglierli sicuri della vittoria nei nostri cuori. Imbracciammo i fucili, ma la guerra… ah la guerra, ragazzi, non è mai stata cosa che si potesse affrontare a cuor leggero! E noi, giovani, non c’eravamo resi conto della gravità e della grandezza degli avvenimenti appena passati e di quelli che sarebbero accaduti. Eravamo inesperti, molti di noi non sapevano nemmeno caricare i fucili e lo dovettero imparare direttamente sul campo. Ragazzi, la guerra è crudele, spegne la vita di buoni e cattivi allo stesso modo: non c’è giustizia sul campo di battaglia! Oh quel ponte, che noi passammo tra la furia delle palle e della mitraglia è sempre davanti ai miei occhi! Dovevamo dirigerci sulla sinistra del campo, verso il lago, dove l’artiglieria si faceva sempre più minacciosa.
Non ricordo molto della battaglia, ma una cosa è rimasta vivida nella mia mente: il Pilla, il comandante della nostra compagnia, barcollante e lacerato al ventre e al braccio destro, che si doleva non tanto per le ferite quanto per non aver fatto abbastanza per l’Italia. Ahi! Uno dei miei ultimi ricordi è di aver chiamato tutti i nomi a me cari insieme a quello d’Italia, che mi stava più a cuore, dopo che un colpo di mitraglia aveva colpito i miei piedi. Chiedevo aiuto al mio amico Carlo, mentre questo, pur spossato dalle fatiche della battaglia, cercava di pormi al riparo. Venni portato via dal fuoco nemico, ed egli riuscì ad affidarmi ad un’ambulanza, ma la guerra era stata più forte di me: il giorno dopo in un ospedale di Goito spirai. Ahi! La giornata è perduta! Che sarà di noi? Del nostro onore? E pensare che potevamo rinnovare, noi piccolo pugno di soldati toscani, i caduti della battaglia di Maratona. Ma se poi guardiamo a quello che abbiamo compiuto, seppur piccolo in confronto a ciò che è stato attuato per l’Italia, ci accorgiamo che è stato importante e ci rimangiamo quel che abbiamo detto: infatti, abbiamo fatto in modo che voi nasceste uniti, sotto un’unica nazione, un’unica bandiera e un unico inno. E noi, martiri di Curtatone e Montanara, che credevamo di aver perso il nostro onore con questa battaglia, ancor oggi siamo rammentati dagli studenti pisani goliardi attraverso il taglio di quattro dita del cappello, in memoria di quanto facemmo per riuscire a mirar meglio con i moschetti.
Raffaello Luti
BIBLIOGRAFIA:Carlo Livi, Carteggio, Lettera in onore di Raffaello Luti, ottobre 1848;C. Ceccuti, “Prato nel Risorgimento e nell’Italia Unita, La vita politica”, in Storia di Prato, secolo XVIII-XX vol.III, Prato 1980;Prato storia di una città, Il tempo dell’industria (1815-1943), vol. III, Prato 1988 Silvia La Placa, Caterina Livi, Giulia Orlandini, Cristiana Pieragnoli Liceo Classico Cicognini-Rodari, Prato
L’unica cosa che riuscì ad animarmi di vera gioia fu quando lasciai l’Università tre anni dopo, insieme ad altri compagni, tra cui lo stesso amico fidato Carlo, tutti desiderosi di raggiungere la Lombardia per liberarla dell’empio nemico. Il 23 marzo, infatti, re Carlo Alberto aveva dichiarato guerra all’Impero austriaco ed era entrato con le sue truppe in Lombardia, allora occupata dagli austriaci. In suo aiuto Papa Pio IX, il granduca di Toscana Leopoldo II e il re di Napoli Ferdinando II avevano inviato truppe regolari ed anche noi volevamo partecipare come volontari per prendere parte all’unificazione della nostra Italia. Partimmo verso Curtatone con armi, sacco e tricolore sul cappello mentre dentro di me recitavo i versi di Manzoni “O stranieri, nel proprio retaggio/ torna Italia, e il suolo riprende;/ O stranieri, strappate le tende/ da una terra che madre non v’è”. La sera prima della battaglia mi fermai a ricordare con Carlo di come avevamo festeggiato l’anniversario di Legnano a Pisa l’anno precedente con canti ed evviva e ci chiedevamo come lo avremmo festeggiato l’indomani. Anche se la presenza del mio caro amico mi tranquillizzava avevo un presentimento, come se la mia fine fosse vicina e pensavo che non avrei mai potuto vedere, come invece sognavo da tempo, il tricolore sventolare sulle mura di Mantova, stagliato all’orizzonte. Durante la mattina giunse la nuova: i nemici erano vicini e stavano per cominciare l’assalto, e noi, festanti, ci preparammo ad accoglierli sicuri della vittoria nei nostri cuori. Imbracciammo i fucili, ma la guerra… ah la guerra, ragazzi, non è mai stata cosa che si potesse affrontare a cuor leggero! E noi, giovani, non c’eravamo resi conto della gravità e della grandezza degli avvenimenti appena passati e di quelli che sarebbero accaduti. Eravamo inesperti, molti di noi non sapevano nemmeno caricare i fucili e lo dovettero imparare direttamente sul campo. Ragazzi, la guerra è crudele, spegne la vita di buoni e cattivi allo stesso modo: non c’è giustizia sul campo di battaglia! Oh quel ponte, che noi passammo tra la furia delle palle e della mitraglia è sempre davanti ai miei occhi! Dovevamo dirigerci sulla sinistra del campo, verso il lago, dove l’artiglieria si faceva sempre più minacciosa.
Non ricordo molto della battaglia, ma una cosa è rimasta vivida nella mia mente: il Pilla, il comandante della nostra compagnia, barcollante e lacerato al ventre e al braccio destro, che si doleva non tanto per le ferite quanto per non aver fatto abbastanza per l’Italia. Ahi! Uno dei miei ultimi ricordi è di aver chiamato tutti i nomi a me cari insieme a quello d’Italia, che mi stava più a cuore, dopo che un colpo di mitraglia aveva colpito i miei piedi. Chiedevo aiuto al mio amico Carlo, mentre questo, pur spossato dalle fatiche della battaglia, cercava di pormi al riparo. Venni portato via dal fuoco nemico, ed egli riuscì ad affidarmi ad un’ambulanza, ma la guerra era stata più forte di me: il giorno dopo in un ospedale di Goito spirai. Ahi! La giornata è perduta! Che sarà di noi? Del nostro onore? E pensare che potevamo rinnovare, noi piccolo pugno di soldati toscani, i caduti della battaglia di Maratona. Ma se poi guardiamo a quello che abbiamo compiuto, seppur piccolo in confronto a ciò che è stato attuato per l’Italia, ci accorgiamo che è stato importante e ci rimangiamo quel che abbiamo detto: infatti, abbiamo fatto in modo che voi nasceste uniti, sotto un’unica nazione, un’unica bandiera e un unico inno. E noi, martiri di Curtatone e Montanara, che credevamo di aver perso il nostro onore con questa battaglia, ancor oggi siamo rammentati dagli studenti pisani goliardi attraverso il taglio di quattro dita del cappello, in memoria di quanto facemmo per riuscire a mirar meglio con i moschetti.
Raffaello Luti
BIBLIOGRAFIA:Carlo Livi, Carteggio, Lettera in onore di Raffaello Luti, ottobre 1848;C. Ceccuti, “Prato nel Risorgimento e nell’Italia Unita, La vita politica”, in Storia di Prato, secolo XVIII-XX vol.III, Prato 1980;Prato storia di una città, Il tempo dell’industria (1815-1943), vol. III, Prato 1988 Silvia La Placa, Caterina Livi, Giulia Orlandini, Cristiana Pieragnoli Liceo Classico Cicognini-Rodari, Prato
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