Il dolore
Le lacrime degli amici di lavoro
Ilenia Reali
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A destra una foto di Desirè Zumia Nata a Palermo aveva 34 anni e due figlie Lavorava in un negozio al Centro I Gigli Le macchine si fermano alla Titanofil: «Non può essere vero»
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PRATO. Che si chiamasse Giuseppe Milazzo l'hanno scoperto controllando i documenti. Per loro, per i compagni di lavoro, Giuseppe era Massimo, il nome con cui il loro collega si era sempre fatto chiamare. L'aspettavano alle 14, ora in cui sarebbe cominciato il suo turno. Nella filatura Titanofil, nella tarda mattinata di ieri, la notizia della tragedia non era ancora arrivata. «No, non può essere», hanno esclamato gli operai del turno della mattina appena avuta la notizia. Poi i documenti di lavoro non hanno lasciato spazio a dubbi, nè il luogo dove si è consumata la tragedia. Tutti sapevano della sua casa, quella espolosa tanti anni fa, vicino al bar Las Vegas. L'uomo che aveva ucciso la moglie e poi si era tolto la vita era proprio il loro Massimo. Il cardatore impeccabile, il compagno fidato e gentile con cui da 10 anni dividevano il lavoro alle macchine. «Era originario di Trapani - hanno raccontato i colleghi - e prima di arrivare a Prato, ha vissuto a Bolzano dove ha un fratello. Raccontava che in quella città non si era trovato bene ed erano anni e anni che stava qui. Noi l'abbiamo conosciuto che già conviveva con Desirè». L'atmosfera era irreale alla Titanofil. E, anche le macchine, una dopo l'altra si sono fermate per circondare di silenzio le lacrime dei colleghi di lavoro e della titolare Mariangela Grazzini. «Era un bravissimo operaio, preciso - racconta la donna - ed era con noi da tanto tempo. Aveva un ruolo di responsabilità e lo svolgeva con coscienza. Un lavoro che fa capire se uno ha dei problemi, bisogna non distrarsi mai, stare attenti, e con lui non era mai successo niente. Neppure negli ultimi giorni. Certo, io non avevo un rapporto di confidenza ma quando si è sposato e mi ha chiesto i giorni di ferie mi ha raccontato del viaggio di nozze». Giuseppe ha raccontato del viaggio in America con contentezza. «Si era sposato a giugno dell'anno scorso - spiega il collega Filippo Balice - e il matrimonio l'aveva celebrato in Sicilia. A noi aveva portato i pasticcini, avevamo brindato. Poi, una volta tornato, ci ha fatto vedere le foto del viaggio di nozze. Era stato a Milwaukee, nella fabbrica delle Harley Davidson. Era contento matto. A lui piacevano tanto le moto». E di Harley ne aveva una con cui tutti i giorni andava a lavoro. Le lacrime scendono copiose quando i colleghi raccontano della moto perché il loro Massimo proprio parlando della moto aveva parlato del suo futuro. «Ci ha detto che a settembre l'avrebbe fermata perché aveva fatto l'assicurazione a tempo», riferiscono. Della crisi della coppia non sapevano niente. Forse qualcosa avevano capito ma lui non ne aveva parlato. «Qualche giorno fa - racconta Massimiliano Faratro - era stranamente venuto in fabbrica la mattina alle 10. Un comportamento strano perché non era di turno. E' entrato, ha preso un caffè alla macchinetta, ne ha bevuto due sorsi e se n'è andato. Quasi subito. Ho avuto la sensazione che volesse dirci qualcosa ma noi non abbiamo chiesto nulla e lui non ha parlato. Se solo ci avesse parlato». Non si danno pace i colleghi. Perché lo dicono in coro e a gran voce: «Non sappiamo cosa sia accaduto ma lui era una persona normale. Tranquillo, sempre sereno. Affidabile, senza grilli per la testa». La moglie l'avevano vista poche volte. Un paio, per caso. Quasi nessuno lo frequentava al di fuori del lavoro. Il collega Angiolino Urso era sempre di turno con lui, al lavoro sulla macchina vicina. E anche lui, come gli altri, ha saputo della tragedia arrivando in fabbrica. Non ha parole. E' stordito. Chiede solo notizie della bambina. Poi si chiude nel silenzio. Il compagno di lavoro non c'è più. Non ci sono più le risate, le chiacchiere per ingannare il tempo quando la notte, in fabbrica, è lunga.
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