Il Tirreno

Prato

Il direttore Ricciardi illustra i piani per il distretto. Contatti con il gruppo coreano Lg

Mini filiere della moda e del tessile I pratesi si alleano con le multinazionali

Ilenia Reali
Si scelgono le stoffe alle fiere tessili e a dx il direttore di Fidi Toscana il milanese Giovanni Ricciardi
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Si scelgono le stoffe alle fiere tessili e a dx il direttore di Fidi Toscana il milanese Giovanni Ricciardi

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 PRATO. Creare delle filiere tessili, anelli che raggruppano le fasi di lavorazione, per garantire una produzione made in Toscana e aprirsi attraverso l'azienda capofila - quella che fa confezione - ai capitali stranieri che gestiranno la commercializzazione dei marchi sui mercati più lontani e difficili per le piccole e medie aziende. E' questo il progetto generale a cui sta lavorando Fidi Toscana per Prato. Contatti con le imprese sono già avviati. E tra i nomi delle multinazionali straniere spunta la coreana Lg, conosciuta per l'elettronica, ma interessata da mesi anche al "sartoria".  A raccontare i piani di Fidi Toscana è il direttore Giovanni Ricciardi.  Qual è il ruolo che avrà in futuro Fidi Toscana a sostegno dell'imprenditoria?  «Fidi Toscana sta portando avanti il suo piano industriale. Ed è un passaggio molto importante perché abbiamo previsto di aumentare il capitale sociale di 50 milioni di euro, la riorganizzazione del settore garanzie per dare più spazi ai Confidi, l'incremento della struttura per essere più efficienti nella finanza d'impresa utile per l'assistenza nella ristrutturazione delle aziende, la creazione di una struttura per dare assistenza nella partecipazione ai bandi europei. In questo caso non tanto in appoggio alle singole imprese ma al sistema, ai distretti così come alle reti di impresa. Inoltre stiamo lavorando per creare un gruppo di lavoro formato da 30 aziende dell'eccellenza toscana che ci affiancheranno nel compito di attrarre investimenti e nella preparazione dei programmi della Regione Toscana.   Ci spieghi meglio a cosa servirà il gruppo di aziende.  «Avere un gruppo di imprese di riferimento ci aiuta a valutare gli investimenti ma anche, dato che i nostri imprenditori non sono molto coraggiosi, a spingere verso il rafforzamento del tessuto economico». E Prato che ruolo avrà in tutto questo.  «Questo servirà anche a fare un passo avanti nel problema storico di Prato: la difficoltà delle aziende ad aggregarsi. Le aziende sono troppo piccole per andare sui mercati esteri. Il progetto della città tessile, quello di Marcolana, da questo punto di vista è innovativo perché crea una filiera corta di produzione».  Come saranno organizzate queste filiere secondo le vostre idee.  «La creazione di diverse mini filiere e il piano su cui stiamo lavorando per fare interventi di tipo combinato. Interveniamo sul capitale sociale delle aziende e rafforziamo il credito delle capofila in modo che a cascata i benefici si riversino sulle altre imprese. Faccio un esempio. Con il progetto della rete del capospalla toscano da una parte vuol raggruppare una serie di imprese di confezione, di calzature di accessori creando una filiera produttiva locale, dall'altra stiamo parlando con imprese internazionali. Vogliamo creare una joint venture con le nostre imprese: le multinazionali straniere partecipano al capitale delle aziende che in cambio cedono lo sfruttamento del marchio su certi mercati stranieri. La multinazionale si impegna ad aprire centri di vendita acquistando un total look realizzato tutto in Toscana».  Si possono fare dei nomi.  «Sono coinvolte tre-quattro aziende pratesi, di cui è prematuro fare i nomi e due multinazionali coreane, la L.G. e la I.Land, rispettivamente tanto per dare un'idea, 5 miliardi di fatturato l'una, 10 miliardi l'altro. Due aziende che avevano manifestato interesse a comprare aziende toscane e con cui abbiamo avviato contatti per coinvolgerle in un progetto complessivo per evitare che le nostre eccellenze di fatto vengano trasferite all'estero. Noi in questi progetti di filiera faremo da coordinamento sia all'interno della filiera produttiva sia nei rapporti con le multinazionali».  Una filiera non risolverà però il problema strutturale di Prato.  «Una volta che saranno partiti un paio di progetti continueremo clonandone altri in modo da creare realtà produttive e commerciali complete. Produzione a chilometro zero ma con le ali, in modo da spiccare il volo in mercati per noi difficilissimi. Il giardinetto non va più bene: le aziende, e le pratesi in particolare, devono capire che le esperienze vanno messe insieme per creare risorse per fare ricerca sui tessuti, sviluppare il merketing. Per ora, a livello toscano, ci stiamo confrontando, ma si tratta di primi contatti, con realtà come Abbigliamento Grosseto (Mabro), la D'Avenza dell'imprenditore Renato Cecchi e la Allegri. E altre di cui è prematuro, come ho già detto, parlare».

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