Il Tirreno

Prato

«Ragazzi, vi spiego cos'è la mafia»

Paolo Nencioni
«Ragazzi, vi spiego cos'è la mafia»

Grasso infiamma gli studenti: «Non aspettate che altri facciano la storia»

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 PRATO. Non è facile tenere inchiodati per cento minuti alle sedie 500 studenti delle scuole superiori parlando di mafia e processo breve senza che voli una mosca. Ci è riuscito ieri mattina Piero Grasso, non solo perché è un bravo magistrato, ma anche perché è un grande comunicatore.  Invitato a parlare di mafia e dintorni nella palestra del Gramsci-Keynes di via Reggiana nell'ambito del progetto di educazione alla legalità dell'istituto tecnico-commerciale e per geometri, il procuratore nazionale antimafia ha cercato di appassionare al tema - e a tratti ci è riuscito - una platea composta anche da studenti del Marconi, del Datini, del Buzzi e del Rodari, senza sottrarsi alle domande più scomode o scivolose.  Domande che lui stesso sollecita all'inizio dell'incontro e che piovono numerose, tanto per sfatare il mito dei giovani che siamo abituati a considerare indifferenti e disinformati. Certo, i quesiti erano preparati, ma qualcosa vorrà pur dire.  E' vero che la mafia è la prima azienda dello Stato? chiede uno studente del Buzzi. Esistono rapporti tra mafia e Stato? Il federalismo favorirà la mafia? Ci sono partiti che sono cresciuti grazie alla mafia? C'è un rapporto tra la mafia albanese e quella italiana? Il processo breve influirà sul contrasto alle mafie? E ancora: le fiction sulla criminalità rispettano la realtà? Che ne pensa di Berlusconi che critica chi scrive di mafia perché danneggia l'Italia, o di Saviano che sostiene il contrario? E infine: si sente in colpa verso la sua famiglia per la vita blindata a cui la costringe?  Grasso la prende larga, rispondendo a un ragazzo che chiedeva perché non si riesce mai a sradicare completamente la mafia. Parla della sua infanzia a Palermo, quando anche un bambino era abituato a vedere i morti per strada e le vedove che chiedevano giustizia. Sono gli anni Settanta e un magistrato fresco di concorso si occupa di un fatto apparentemente minore, lo sfregio di una ballerina cecoslovacca al mercato. Qualche giorno dopo viene trovato un cadavere "incaprettato" nella bauliera di un'auto con un biglietto: «Così muoiono i vermi che infangano l'onore della Sicilia». E' stata la mafia a fare le indagini, a trovare il colpevole (un borseggiatore) e a punirlo. «Mi sono chiesto: può la mafia sostituirsi allo Stato e fare giustizia così. E mi sono risposto di no».  «Cari ragazzi, è difficile battere la mafia perché i mafiosi da sempre hanno cercato il consenso per garantirsi coperture, è una privazione della democrazia. Perdono la testa solo quando gli metti le mani nel portafoglio. Inoltre è difficile perché quando ne arresti uno ce n'è sempre un altro che prende il suo posto, anche se adesso tutti i capi della "commissione" di Palermo sono in carcere».  Grasso ricorda quando il carcere della sua città era noto come "Grand Hotel Ucciardone", negli anni Sessanta, coi capomafia che si facevano portare aragoste e champagne all'infermeria, e ricorda di quando, giudice del maxi-processo degli anni Ottanta, impegnato a scrivere la motivazione della sentenza, si trovò di fronte un presunto killer, già condannato, che era stato rimesso in libertà. Cita Gramsci («L'indifferenza è il peso morto della storia») ed esorta i giovani a muoversi: «Ognuno faccia il suo dovere e non solo i fatti propri. Non si può stare alla finestra aspettando che gli altri facciano la storia. Bisogna scegliere».  Una tirata di mezz'ora interrotta da un applauso da brividi, gli studenti sembrano contagiati dalla sua passione.  Ma Piero Grasso risponde anche alle domande precise, senza mai sbilanciarsi troppo, come gli impone il ruolo istituzionale che ricopre. Della prescrizione breve, una riforma che non gli piace, ha già parlato ieri presentando a Firenze lo spettacolo tratto dal suo ultimo libro: «Più che processo breve, bisognerebbe chiamarlo la morte del processo, coi magistrati che perdendo il controllo sulle attività di polizia giudiziaria diventerebbero dei semplici passacarte».  Oggi si limita a dire che la prescrizione breve non influirà sui processi per mafia perché riguarda un altro tipo di imputati, ma non rinuncia alla metafora calcistica: «E' come se la partita anziché al 90' finisse all'80' col risultato che vuole l'arbitro». Più tardi, coi cronisti, aggiunge: «Su questo tema dobbiamo rispettare l'opinione del Parlamento, sperando che prevalga quella che fa meno danni alla giustizia».  Quanto ai rapporti tra Stato e mafia, ricorda agli studenti che certi delitti (Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, gente che molti in palestra non hanno mai sentito nominare) sembravano commessi per finalità diverse da quelle mafiose. Anche sui partiti favoriti dalla mafia Grasso sceglie il basso profilo. «La mafia non ha un'ideologia politica - spiega - I mafiosi appoggiano quelli che si pensa poi comanderanno. Certo, il federalismo dovrà tenere conto anche di questo fatto. Per esempio, la Sicilia gode di un'ampia autonomia, ma non l'ha usata al meglio».  Sulle fiction di ambientazione mafiosa, il procuratore consiglia di evitare la costruzione di miti negativi, invitando a mostrare anche che fine fanno i "capi dei capi". E ovviamente è d'accordo con Roberto Saviano quando sostiene che non si deve nascondere la polvere sotto al tappeto. Non sposa insomma la tesi di Berlusconi secondo il quale chi scrive o rappresenta la mafia al cinema danneggia l'immagine dell'Italia nel mondo: «L'importante è parlarne nel modo giusto».  Sugli attacchi ai magistrati e alla sua persona in particolare strappa un altro applauso convinto: «Mi attacchino pure quanto vogliono. Io quello che devo fare continuo a farlo».  La vita privata occupa solo qualche cenno finale. Grasso racconta di quando, impegnato a scrivere la sentenza del maxi-processo, fu avvertito dalla moglie terrorizzata che qualcuno aveva citofonato subito dopo l'uscita di casa del figlio dicendo che i figli si sa quando escono ma non si sa se tornano. «Ci ponemmo il problema se privare nostro figlio della sua fanciullezza oppure correre il rischio, e scegliemmo questa seconda strada. Col senno di poi abbiamo avuto ragione, ma quante preoccupazioni...».  Prima di andarsene, il procuratore nazionale non rinuncia a dare qualche consiglio alla giovane platea che lo sta ascoltando. «Anni fa, in un incontro come questo, mi è capitato di parlare con un ragazzo la cui aspirazione era quella di fare il tronista. All'epoca non sapevo nemmeno che cosa significasse, mi sono documentato e ora vi dico: non cercate scorciatoie per il successo».

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