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Prato. Cinesi morti di fatica e spostati in strada

Paolo Nencioni
Prato. Cinesi morti di fatica e spostati in strada

Depositati sul marciapiede da parenti o datori di lavoro, come si farebbe con un sacco dell'immondizia, nel tentativo di simulare un malore. È accaduto due volte nel giro di tre giorni. Il sostituto procuratore Sergio Affronte, titolare delle indagini sui due decessi: "E' un fenomeno che inizia a non essere più casuale. Non vorrei che diventasse una nuova forma di 'smaltimento' delle salme per evitare controlli"

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PRATO. Muoiono nelle confezioni cinesi e li trovano sul marciapiede, depositati lì da parenti o datori di lavoro, come si farebbe con un sacco dell'immondizia, nel goffo tentativo di simulare un malore per strada.

È accaduto due volte nel giro di tre giorni a Prato, ed è per questo che anche un magistrato come il sostituto procuratore Sergio Affronte, di solito molto parco nei commenti, ha sentito il bisogno di segnalare un fenomeno preoccupante, quello degli operai cinesi che finiscono, da morti, sul marciapiede.

«Questo numero crescente di morti abbandonati fuori dal luogo del loro sfruttamento - ha commentato Affronte, titolare delle indagini sui due decessi - è un fenomeno che inizia a non essere più casuale. Non vorrei che diventasse, se mi passate il termine brutale, una nuova forma di "smaltimento" delle salme per evitare che si facciano i controlli nelle confezioni». Controlli che poi vengono fatti e in genere si concludono col sequestro delle aziende per la presenza di dormitori abusivi nei capannoni. I cinesi si sentono sotto assedio e il dolore lascia presto il posto al cinismo.

Il primo caso risale a venerdì pomeriggio. Intorno alle 17 il dipendente di una carrozzeria in via Campostino di Mezzana sente urlare in strada, si affaccia e vede una donna che si dispera accanto al corpo senza vita di un'altra donna. Più tardi si capirà che forse era una messa in scena, perché secondo il medico legale il decesso va fatto risalire a un'ora prima.

Il testimone si avvicina e inorridisce. La donna, Li Huafeng, 29 anni, ha un mestolo infilato in gola e un'ecchimosi sul collo. Non è stato un omicidio, però. Il mestolo è stato probabilmente usato nel tentativo di rianimare la giovane. Messa alle strette, la titolare della vicina confezione dove Huafeng lavorava ammette di aver trasportato il corpo dall'azienda al marciapiede. Viene indagata per omissione di soccorso. Quando Huafeng si è sentita male, dice la donna alla polizia, stava parlando con la confezionista dei suoi progetti di lasciare Prato per andare a Bologna a fare la parrucchiera.

Il secondo caso è di domenica pomeriggio. Identica la scena davanti a un residence di via Barsanti, nel cui seminterrato ha trovato posto una confezione cinese. Il corpo senza vita di Shi Son Bin, 29 anni, clandestino, viene raccolto dall'ambulanza chiamata dai familiari. Parlano di un malore improvviso per strada, poi dopo qualche reticenza ammettono che il malore è avvenuto nella vicina confezione al risveglio dopo una pausa dal lavoro e di essere stati loro a portare la salma sul marciapiede per evitare che la confezione venisse controllata dalle forze dell'ordine (ieri è stata in effetti sequestrata).

In questo caso non si ipotizza l'omissione di soccorso, perché la chiamata al 118 sarebbe stata fatta nel giro di pochi minuti, ma il sostituto procuratore Affronte ha un altro dubbio da chiarire. In entrambi i casi dei morti trovati sul marciapiede ha ordinato ai medici legali di verificare se le vittime abbiano assunto sostanze chimiche per innalzare la soglia della fatica, una sorta di "doping lavorativo" per sopportare turni di 12 o 14 ore. Al momento è solo uno scrupolo, ma è alimentato dal fatto che i due morti erano entrambi molto giovani.

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