Attenzione
L'orrore non si può cancellare
Walter Fortini
Le impressioni degli studenti pratesi in visita ad Auschwitz
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CRACOVIA. L'ultima cerimonia c'è stata ieri pomeriggio, prima di salire sul treno che li riporterà oggi in Toscana, nel piazzale di una stazione periferica di Cracovia dove 70 anni fa c'era un campo di concentramento minore. Un minuto di raccoglimento per i 13 milioni di morti nelle camere a gas, seicento ragazzi che si scambiano un abbraccio fraterno. Le loro impressioni. Qualche pianto, anche. Tante domande, molti dubbi e poche risposte sulla follia umana.
Ma anche la consapevolezza di dover dire di no ad ogni razzismo, sempre, come sta scritto su uno striscione che i ragazzi hanno portato per tutti questi giorni, e di ricordare, per essere come qualcuno ha detto "sentinelle della memoria". Si sono conclusi così i tre giorni nei lager nazisti polacchi di Auschwitz e Birkenau dei 567 ragazzi toscani che anche quest'anno sono saliti sul Treno della memoria organizzato dalla Regione. Tra loro c'erano anche 42 pratesi di otto scuole accompagnati da altrettanti insegnanti.
Ragazzi di Buzzi, Gramsci-Keynes, Marconi, convitto Cicognini, classico-pedagogico Cicognini-Rodari, liceo scientifico Copernico, Dagomari e liceo scientifico Livi. Di Prato anche un altro ragazzo dell'istituto d'arte di Pistoia. Faranno reportage, forse apriranno pagine su facebook. Il treno della memoria vuole simbolicamente significare un passaggio di testimone tra generazioni, perché domani i sopravvissuti allo sterminio non ci saranno più. "Non sperate di tornare. E se tornerete, non sperate che vi credano" urlavano i tedeschi agli ebrei. Qualcuno ha raccontato. Molti oggi credono. Di sicuro i ragazzi.
«E' un'esperienza che libri e documentari non riescono a far immaginare fino in fondo. Venire qui è un'altra cosa», confessa Matteo Fiaschi, 18 anni, del Copernico. «Prima di arrivare pensavo che entrando nei campi avrei pianto. L'emozione è stata talmente forte che mi sono come bloccata» dice Sara Lagatta, 18 anni anche lei del Copernico. Il dolore è stato forte. Si sono immedesimati per qualche secondo al racconto dei testimoni. «Ma siamo comunque dei privilegiati, per essere stati qui» aggiunge Valeriano Musiu, 18 anni, del classico Cicognini. «Per questo - dice - dobbiamo impegnarci nel trasmettere ad altri queste emozioni e nell'essere vigili».
Contro chi nega lo sterminio nazista, contro l'indifferenza delle stragi di oggi ma anche nelle discriminazioni di tutti i giorni. Quest'anno è stata anche la prima volta al treno della memoria di Rom, Sinti e gay, per raccontare la tragedia di una deportazione per anni taciuta. Proprio da Prato sono arrivati i rappresentanti dei sinti, Luca Guglielminotti e White Truzzi. «Lo stereotipo dello zingaro come sporco sopravvive ancora oggi - riflette Sara Lagatta - e oggi ne abbiamo capito il rischio. Dovremmo creare più opportunità di integrazione». Anche con i cinesi.
«Diamo la colpa a loro se a Prato molti hanno perso il lavoro - dice Mattia Schiavone, 18 anni, del Parlamento degli studenti - ma per anni li abbiamo sfruttati». Prato ad Auschwitz era rappresentata anche dal gonfalone della Provincia, con il consigliere provinciale Luca Roti, l'assessore di Carmignano Sofia Toninelli, la collega Aura Castellani di Vaiano e una terza rappresentante del Museo della Deportazione di Figline, tra gli organizzatori dell'evento.
E un po' di Prato in fondo è anche Marcello Martini, anche sei oggi vive in Piemonte: il "diavolo rosso" di Montemurlo, la staffetta partigiana deportata a 14 anni nel campo di Mauthausen in Germania. Il ragazzino di 81 anni è stato tra i quattro sopravvissuti che mercoledì sera hanno raccontato in un cinema di Cracovia la loro storia. Seicento ragazzi seduti in platea e non volava una mosca.
Ma anche la consapevolezza di dover dire di no ad ogni razzismo, sempre, come sta scritto su uno striscione che i ragazzi hanno portato per tutti questi giorni, e di ricordare, per essere come qualcuno ha detto "sentinelle della memoria". Si sono conclusi così i tre giorni nei lager nazisti polacchi di Auschwitz e Birkenau dei 567 ragazzi toscani che anche quest'anno sono saliti sul Treno della memoria organizzato dalla Regione. Tra loro c'erano anche 42 pratesi di otto scuole accompagnati da altrettanti insegnanti.
Ragazzi di Buzzi, Gramsci-Keynes, Marconi, convitto Cicognini, classico-pedagogico Cicognini-Rodari, liceo scientifico Copernico, Dagomari e liceo scientifico Livi. Di Prato anche un altro ragazzo dell'istituto d'arte di Pistoia. Faranno reportage, forse apriranno pagine su facebook. Il treno della memoria vuole simbolicamente significare un passaggio di testimone tra generazioni, perché domani i sopravvissuti allo sterminio non ci saranno più. "Non sperate di tornare. E se tornerete, non sperate che vi credano" urlavano i tedeschi agli ebrei. Qualcuno ha raccontato. Molti oggi credono. Di sicuro i ragazzi.
«E' un'esperienza che libri e documentari non riescono a far immaginare fino in fondo. Venire qui è un'altra cosa», confessa Matteo Fiaschi, 18 anni, del Copernico. «Prima di arrivare pensavo che entrando nei campi avrei pianto. L'emozione è stata talmente forte che mi sono come bloccata» dice Sara Lagatta, 18 anni anche lei del Copernico. Il dolore è stato forte. Si sono immedesimati per qualche secondo al racconto dei testimoni. «Ma siamo comunque dei privilegiati, per essere stati qui» aggiunge Valeriano Musiu, 18 anni, del classico Cicognini. «Per questo - dice - dobbiamo impegnarci nel trasmettere ad altri queste emozioni e nell'essere vigili».
Contro chi nega lo sterminio nazista, contro l'indifferenza delle stragi di oggi ma anche nelle discriminazioni di tutti i giorni. Quest'anno è stata anche la prima volta al treno della memoria di Rom, Sinti e gay, per raccontare la tragedia di una deportazione per anni taciuta. Proprio da Prato sono arrivati i rappresentanti dei sinti, Luca Guglielminotti e White Truzzi. «Lo stereotipo dello zingaro come sporco sopravvive ancora oggi - riflette Sara Lagatta - e oggi ne abbiamo capito il rischio. Dovremmo creare più opportunità di integrazione». Anche con i cinesi.
«Diamo la colpa a loro se a Prato molti hanno perso il lavoro - dice Mattia Schiavone, 18 anni, del Parlamento degli studenti - ma per anni li abbiamo sfruttati». Prato ad Auschwitz era rappresentata anche dal gonfalone della Provincia, con il consigliere provinciale Luca Roti, l'assessore di Carmignano Sofia Toninelli, la collega Aura Castellani di Vaiano e una terza rappresentante del Museo della Deportazione di Figline, tra gli organizzatori dell'evento.
E un po' di Prato in fondo è anche Marcello Martini, anche sei oggi vive in Piemonte: il "diavolo rosso" di Montemurlo, la staffetta partigiana deportata a 14 anni nel campo di Mauthausen in Germania. Il ragazzino di 81 anni è stato tra i quattro sopravvissuti che mercoledì sera hanno raccontato in un cinema di Cracovia la loro storia. Seicento ragazzi seduti in platea e non volava una mosca.
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